Ecco il terzo e ultimo (per ora) articolo della mini serie Montagnaterapia. La Montagnaterapia è un’attività che si è sviluppata ed è cresciuta nel numero di proposte negli ultimi decenni. Ma cos’è la montagnaterapia e che significato vogliamo darle? Oggi tutto sembra essere terapia…ma cosa si intende per terapia? e per cura? Cosa c’entra la “sicurezza” in montagna e l’alpinismo? Beppe Guzzeloni ci propone alcune riflessioni attorno al modo di intendere l’accostamento dei termini montagna e terapia. Nel terzo articolo l’alpinismo e la sua nascita offrono uno spunto nella ricerca di significato di montagna-terapia. Una ricerca che ci condurrà verso il concetto di cura passando dalla constatazione che “oggi tutto pare essere terapia”. In questa serie di articoli si propongono riflessioni non definitive con la speranza che ne stimolino ulteriori in chi legge.

L’autore di questo articolo
Beppe Guzzeloni lavora da molti anni come educatore professionale nell’ambito delle dipendenze patologiche, prima in comunità residenziali poi nei servizi territoriali.
Istruttore di alpinismo del CAI dal 1994.
Socio della SEM di Milano e istruttore della Scuola Silvio Saglio.
Per molti anni è stato istruttore di Alpiteam, Scuola di alpinismo Lombarda, dove ha avuto l’opportunità di occuparsi di Montagnaterpia.
Attualmente collabora con il Progetto di Montagnaterapia “Di Passo in Passo” del Centro Cocaina degli Spedali Civili di Brescia.
Domande pensando all’alpinismo e alla sua nascita
Le Alpi come sono entrate a far parte della cultura del mondo occidentale e come sono state da essa recepite? Nel corso dei secoli sono state affrontate, esplorate, addomesticate, erette a simbolo e rivestite di valori etici. Partendo dall’antichità, la presentazione che ci viene offerta delle Alpi nelle scienze, nella letteratura e nell’arte riflette i grandi momenti della sensibilità europea. L’itinerario culturale della scoperta delle Alpi non è lineare ma ineguale, reso accidentato da periodi di rifiuto e di infatuazione, di attrazione e di oblio, durante i quali ci si allontana da una montagna temuta per i suoi malefici o furori demoniaci oppure si vanno a ricercare sulle sue vette, oasi di pace e virtù di una natura capace di rigenerare le anime e i corpi (P. Guichonnet in “Storia e civiltà delle Alpi” ed. Jaca Book). Che sia questa ricerca di vette come luoghi di pace e di benessere il senso dell’andare per montagne che ha spinto in su uomini e donne? E, come scrive A. Salsa, il paesaggio alpino è spazio di vita che rappresenta il processo di ritrovamento del valore psico-esistenziale nel rapporto tra uomo e natura. Spazio di vita che necessita cura, tutela, responsabilità e scelte coraggiose.
E la nascita dell’alpinismo cosa rappresenta? All’origine ci sarebbe una grande scoperta razionalista e scientifica delle Alpi quali laboratorio della natura, oppure è il racconto di salite compiute tra il sei e l’ottocento da montanari, cacciatori, raccoglitori di cristalli, artigiani, monaci e notabili religiosi, precedute dall’assalto con scale e pioli al Mont Aiguille nel 1492 (anno della scoperta dell’America) o dalla salita di F. Petrarca al Mont Ventoux? Come ricorda A. Zannini nel suo “Controstoria dell’alpinismo ed. Laterza” l’alpinismo in contrasto con la storiografia ufficiale, l’alpinismo non è nato dagli studi di scienziati che nel ‘700 scoprirono la montagna come problema scientifico, e nemmeno dalle imprese alpinistiche dei nobili inglesi che si facevano accompagnare sulle cime delle Alpi da guide e portatori locali. L’alpinismo, scrive Zannini, non è un’invenzione della borghesia, ma è un’attività di loisir, di ricreazione e svago fonte di benessere e, perché no, di competizione. Già allora, praticata da tutte le classi sociali delle valli alpine. Quindi mi domando: l’alpinismo e l’andare per montagne non contrae un rapporto organico con lo sguardo scientifico di Horace Benedict de Saussure, suo padre simbolico che favorì la prima salita nel 1786 al Monte Bianco a opera di Balmat e Paccard?
Forse che con la nascita dell’alpinismo nasca un altro tipo di esplorazione? Da un’esplorazione scientifica, come è giusto che sia, e cioè la montagna intesa come cultura in cui confluiscono tutt’ora vari ambiti della conoscenza, (storia, scienze naturali, economia, scienze umane, letteratura, politiche ambientali, riscaldamento climatico…) ad una esplorazione più disincantata, cioè “incantata”, innocente e inutile, fine a sé stessa? Nel 1863 il Club Alpino Italiano nasce con lo scopo scientifico, culturale e naturalistico (come da statuto) di far conoscere le montagne. Lo è ancora oggi? In che misura? Si va in montagna per conoscere la natura alpina e per conoscere sé stessi? Forse anche con uno scopo terapeutico come se fosse uno psicodramma?
Sono domande che mi sono posto leggendo i testi citati, e altri ancora, cui non so dare risposta e di cui non ho competenze. Mi spingono in questa direzione, però, la curiosità e le riflessioni che da tempo sto svolgendo sul tema della montagnaterapia, così come viene definita, e la sua declinazione in ciò che ho considerato con il termine” Pedagogia della montagna” che tenta di indagare il senso di un termine che coniuga due parole complesse e ricche di significati: montagna e terapia.

In apertura foto di Beppe Guzzeloni
Ricerca di significato tra montagna e terapia
Nella mia ricerca mi sono imbattuto in una poesia di Emily Bronte (Poesie, Einaudi) che qui riporto in parte:
Uno stretto sentiero solitario
che sbocciava su un’ampia prateria;
una catena viola, distante, trasognata
di montagne che fasciano la valle;
un cielo così chiaro, e una terra tranquilla,
un’aria così dolce, soffice e silenziosa,
e, spingendo l’incanto alla profondità del sogno,
pecore in libertà pascolano dappertutto….
……….
Un’ora sola passata in questi luoghi
avrebbe consolato sette giorni di pena,
ma la verità bandisce la finzione;
sento le sbarre rifarmi prigioniera.
E stavo ancora con occhi rapiti
assorta in una gioia così profonda e cara
che la mia ora di tregua è scorsa via
riconsegnandomi al consueto tormento.”
Quando mi sono incontrato con i suoi versi, ho pensato di aver colto, come d’incanto, il significato, sempre cercato e sempre sfuggito, di quella parola (montagnaterapia) dove la montagna e l’andare in montagna svolgono un ruolo “terapeutico” inteso come accoglienza di persone in fuga dal proprio “qui e ora” esistenziale. Fuga dall’ansia, dai conflitti, dalla pesantezza della quotidianità, dai problemi personali e del mondo, dagli effetti disastrosi del periodo pandemico, dai propri sintomi patologici. Fuga con l’obiettivo di trovare una sorgente di vitalità e di speranza. La montagna come un buon vaso, un luogo che contenga il vuoto come spazio, come recipiente discreto che attende e assiste i percorsi di soggettivazione individuali: una montagna che attende e accoglie.
Così anche per la parola “terapia” intesa come intervento che rimanda al concetto di “guarigione”. Terapia intesa come azione finalizzata a lenire stati dolorosi sia fisici che psicologici. E il contesto alpino come luogo terapeutico, un nuovo e diverso setting di inclusione sociale.
Ma è questo il significato della parola terapia, della parola “cura”? E il nuovo setting non rischia di venir banalizzato e svuotato di valore ai fini del semplice, seppur importante, benessere individuale inteso come presa di distanza dal proprio sintomo, quindi dalla propria verità, in una “fuga verso la guarigione” intesa come dissoluzione dei sintomi e indice di successo della terapia?
Tutto è terapia?
Oggi tutto pare essere terapia. Il nuovo mercato con nuovi prodotti che rientrano nella logica del discorso neocapitalista. La cura è categoria dai vari significati: è cura e restauro del corpo; è cura sociale, del disagio e delle fragilità; è cura religiosa, come “direzione delle anime”; è cura psicologica che “libera” da ansia e fobie dando consigli pratici e comportamentali (problem solving).
L’esercizio della cura spazia in ogni ambito, per obiettivi e strumenti. Il lavoro di cura, come spesso viene inteso oggi, è inserito, risucchiato nella logica aziendale di domanda/offerta; stimolo/risposta; mancanza/riempimento condizionati dall’ossessione della misurabilità dell’intervento, della provata efficacia e dell’evidenza e dall’utopia della felicità garantita per tutti. Nel discorso capitalista, come formulato da J. Lacan, non esiste più il posto del resto, della mancanza; il mercato da un lato e la tecnica e la scienza dall’altro mirano a colmare il vuoto, la fragilità, l’insicurezza riducendo tutto in bisogno, muovendosi all’interno dell’imperativo della soddisfazione, della saturazione della mancanza in tempi brevi. Il bisogno di fuggire dall’incertezza ricorrendo il mito della sicurezza “certa” e quantificabile. In montagna e nella cura. (vedi l’articolo Montgnaterapia #2)
Montagna e terapia: due parole diverse che rispecchiano esperienze, modi di essere, significati diversi nel tentativo, forse, di far emergere con forza la possibilità di creare le condizioni di un ripensamento radicale del ruolo della montagna e, soprattutto, di come viene vissuta. Un rapporto esemplare fra l’Io e lo spazio, fra coscienza e paesaggio, fra soggetto e oggetto dell’azione, assoluta soggettività in cui la montagna non deve scomparire diventando semplice proiezione dell’Io che la percorre. La montagna non deve trasformarsi in palcoscenico, un pretesto per liquidare il selvaggio spazio alpino ad opera di un soggetto umano sempre più invadente e assoluto.

Avere e prendersi cura
Se è vero che abbiamo bisogno della montagna per restare umani, la montagna non ha bisogno di noi per esistere, ma perché possa essere mantenuta una naturalità che comprenda anche la specie umana. Una cura a beneficio del soggetto curante. Anche la difesa della cosiddetta wilderness riguarda la consapevolezza di un valore irrinunciabile, che dopo decenni di consumo del suolo e di brutalità nei confronti del paesaggio alpino richiede un’azione culturale condivisa. Un mondo che è quello delle Alpi con la loro natura e cultura, con le loro comunità in sofferenza, è anche il mondo di tutti perché siamo parte dello stesso sistema ecologico.
La pratica terapeutica deve essere fonte di emancipazione e trasformazione personale che sono le condizioni per le quali il soggetto abita la realtà familiare, lavorativa, relazionale ecc… La cura è fondamento di civiltà, produce educazione, trasmissione e tradizione e permette la costruzione del sociale. Il prendersi cura significa farsi relazione tra persone. La cura è relazione che avvolge senza stringere, condivide senza costringere, scorre senza spingere, si ferma per ripartire guardando più in là. L’aver cura, invece, è il rapporto tra la persona e le cose (territorio, paesaggio); ma entrambe le dimensioni sono interdipendenti. L’avere cura dell’ambiente non è mai disgiunto dal prendersi cura degli altri: la cura intesa come discorso pedagogico.
Riprendendo un verso di Horderlin, Heidegerr afferma che l’uomo è colui che abita poeticamente. Significa che abita non nella misura di tipo scientifico né ristretta nella logica capitalistica costi-benefici, ma nel senso profondo del legame sociale, del rapporto con l’altro e con l’ambiente; è il legame più intimo con il divino e con il mistero.
Cura di sé e cura dell’ambiente diventano dialogo e sintesi di cambiamento
La cura come processo, come cammino dinamico sorretto dall’equilibrio tra differenze che si integrano; tra cura di sé attraverso la frequentazione della montagna e aver cura della montagna come atto di consapevolezza e responsabilità. Cura come autenticità, come esistenza autentica.
Il lavoro di cura, l’essere al servizio, significa entrare in un processo che interroga il suo potere, tende a ridimensionarlo, mette in luce la complessa rete di significati all’interno della quale è inserita la sua pratica.
Contro l’ottimismo positivistico del biologismo egemone, dove la terapia è spesso riconducibile alla guarigione e alla risoluzione definitiva, il prendersi cura si fa attenzione, attesa, stupore, appartenenza ad un mondo comune. La cura come soglia, come vuoto di uno spazio comune da costruire. Per questo l’educazione è di per sé un fenomeno sociale, inestricabile dal contesto in cui accade. Così i due termini, montagna e terapia, all’interno del discorso pedagogico, acquistano maggior consapevolezza e incisività.
La pedagogia della montagna, così come la sto delineando con sbandate e sbavature, è intesa come possibilità educativa e come tensione trasformativa il cui obiettivo è quello di cercare di non adattarsi ad una società che genera malessere individuale e sociale, ma di far assaporare un sentimento comunitario e quella passione civile per cui la cura di sé e la cura dell’ambiente (la montagna) diventino dialogo e sintesi di cambiamento. E siccome per essere al mondo bisogna dal mondo farsi contaminare, la nostra vulnerabilità e inguaribilità sono la nostra condizione e la ferita è la nostra apertura comunicativa per chiedere la restituzione di una soggettività precedentemente negata.
Gli altri articoli della serie:
Montagnaterapia #1. Una definizione in cerca di significato
Montagnaterapia #2. Riflessioni non definitive: “sentire” l’ambiente
RUBRICA A CURA DI:
Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.
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