La montagnaterapia è un’attività che si è sviluppata ed è cresciuta nel numero di proposte negli ultimi decenni. Ma cos’è la montagnaterapia e che significato vogliamo darle? Oggi tutto sembra essere terapia…ma cosa si intende per terapia? e per cura? Cosa c’entra la “sicurezza” in montagna e l’alpinismo? Iniziamo oggi una mini serie dedicata ad alcune riflessioni proposte da Beppe Guzzeloni attorno al modo di intendere l’accostamento dei termini montagna e terapia. In questo primo articolo si tratteggia un po’ di storia del termine “montagnaterapia” e si dà il via al cammino. In questa serie di articoli si propongono riflessioni non definitive con la speranza che ne stimolino ulteriori in chi legge.


WhatsApp Image 2025 07 24 at 16.41.54 Montagnaterapia #1. Una definizione in cerca di significato

L’autore di questo articolo

Beppe Guzzeloni lavora da molti anni come educatore professionale nell’ambito delle dipendenze patologiche, prima in comunità residenziali poi nei servizi territoriali. 
Istruttore di alpinismo del CAI dal 1994. 
Socio della SEM di Milano e istruttore della Scuola Silvio Saglio. 
Per molti anni è stato istruttore di Alpiteam, Scuola di alpinismo Lombarda, dove ha avuto l’opportunità di occuparsi di Montagnaterpia.
Attualmente collabora con il Progetto di Montagnaterapia “Di Passo in Passo” del Centro Cocaina degli Spedali Civili di Brescia.


Un po’ di storia del termine Montagnaterapia

Salsa, antropologo, studioso di cultura alpina ed ex presidente generale del CAI, scrive che «nel corso del tempo la montagna non era stata percepita in questi termini (quelli attuali e cioè la montagna intesa come “spazio di vita” ndr), anzi, veniva considerata come un qualcosa di negativo, un qualcosa capace di creare delle situazioni di difficoltà.»  E continua sostenendo che «[…] a partire dalla fine del ‘700, l’idea che la montagna rappresenti un ambiente curativo, terapeutico, ha cominciato a farsi strada.» La “montagnaterapia” è un’esperienza nata in silenzio, fuori e dentro al CAI, nei primi anni ’80 del novecento e che pian piano ha acquisito più spessore e visibilità attraverso la voce e la passione di accompagnatori, istruttori, operatori di servizi socio-sanitari, di comunità terapeutiche e, soprattutto, mediante le storie e i percorsi di cura di utenti e pazienti. In questo racconto emerge la figura di Pascal Petitqueux, infermiere francese, che nei primissimi anni 80 ebbe l’idea di accompagnare in montagna alcuni pazienti psichiatrici convinto che “la thérapie en montagne”, come giustamente la definì, era la necessità di stabilire un legame tra la sua professione e la montagna.

Nel 1999 fu utilizzato per la prima volta il termine “MontagnaTerapia” in un articolo su Famiglia Cristiana, intitolato “Quando la montagna diventa un aiuto alla vita”. L’articolo fu scritto in seguito ad un incontro denominato “Montagna e solidarietà: esperienze a confronto” tenutosi a Pinzolo in Trentino. Nell’articolo, scritto da M. Serafin, G. Scoppola, attivo già dal 1993 con un progetto presso il Centro diurno psichiatrico della ASL di Roma E, riflette su questo strumento, «perché la montagna […] favorisce la presa di coscienza, essendo un ambiente “naturalmente” riabilitativo, in cui tutti proviamo emozioni e sensazioni che ci rendono uguali, sia pure con le nostre differenze e i nostri handicap.»

Scoppola, nel 2007, sostiene che “Con il termine Montagnaterapia si intende definire un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura ed alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; esso è progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna. La Montagnaterapia rivolgendosi all’interezza e inscindibilità della persona e del sé, considerato nella fondamentale relazione con il contesto secondo il paradigma biopsicosociale, si pone l’obbiettivo della promozione di quei processi evolutivi legati alle dimensioni potenzialmente trasformative della montagna. La Montagnaterapia si attua prevalentemente nella dimensione dei piccoli gruppi, anche coordinati fra loro; utilizza controllate sessioni di lavoro a carattere psicofisico e psicosociale (con forte valenza relazionale ed emozionale), che mirano a favorire un incremento della salute e del benessere generale e, conseguentemente, un miglioramento della qualità della vita.” (G. Scoppola e Coll. 2/2007)

Il 28 novembre 2015 il Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI emise le prime Linee di Indirizzo sulle attività di Montagnaterapia con atto n.45 deliberando che:” la Montagnaterapia, nelle sue diverse forme e potenzialità, rientra fra le attività qualificanti e strategiche del CAI …quale forma di volontariato attivo e solidale e come concreta dimostrazione dei principi di montagna per tutti e di promozione umana per tutti”

Nel febbraio 2017 il Comitato Direttivo Centrale del CAI istituì un apposito Gruppo di lavoro con il mandato di relazionare sullo stato dell’arte delle attività di MT all’interno delle Sezioni e sulle criticità incontrate. A tal scopo venne creato e utilizzato un questionario da somministrare a tutte le Sezioni i cui risultati indussero il Gruppo di Lavoro (in seguito nacque la Sodas, Struttura Operativa Accompagnamento Solidale) a presentare al Consiglio Centrale un documento che sfociò nell’emanazione di una prima versione di linee guida in materia di MT con la Circolare n.16/2019.

Ad oggi non è presente una definizione universalmente riconosciuta e validata “scientificamente” di MontagnaTerapia. A tal riguardo nel 2023 vede la luce la Società Italiana Montagnaterapia (SiMont).

Il termine Montagnaterapia: cosa troviamo in letteratura

In letteratura è possibile cogliere delle letture e visioni più ampie del termine che possono essere studiate e analizzate, lanciando un nuovo sguardo sull’argomento anche attraverso delle proposte di interpretazione. Come nel caso della definizione di Scoppola, che ha suscitato delle riflessioni in merito agli elementi coinvolti nel testo. L’autore introduce i concetti di prevenzione secondaria, cura e riabilitazione, focalizzandosi sul fatto che MontagnaTerapia si possa rivolgere «all’interezza e inscindibilità della persona e del sé». Da quest’ultima osservazione da parte dell’autore si potrebbe ipotizzare la possibile implicazione di una visione olistica, potenzialmente correlata allo strumento, che percepisce la persona nella sua totalità, creando una connessione tra corpo, mente e spirito. La peculiarità di questo aspetto risiede nell’interazione tra la sfera fisica e quella mentale, dove l’una può influenzare l’altra. Tuttavia, sono presenti anche fattori esterni che possono incidere, sia positivamente che negativamente, sulla vita personale. Ciò potrebbe suggerire che esistano diversi aspetti su cui intervenire, concentrandosi su quelli maggiormente rilevanti. La persona, nell’ambito di un’ottica biopsicosociale, potrebbe infatti sviluppare una relazione con l’ambiente e con il gruppo a cui appartiene.

In una visione rispetto al tema della promozione della salute, la MT potrebbe far emergere le qualità dell’individuo al di fuori della sua condizione di malattia, discostandosi da essa e favorendo il recupero di uno stato di equilibrio e benessere, grazie alle «dimensioni potenzialmente trasformative della montagna» e al ruolo delle relazioni che si instaurano all’interno del gruppo. Lo strumento in questione potrebbe non solo potenziare il benessere e le risorse individuali, ma anche elevare la qualità della vita personale e sociale.

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Qui e in apertura foto di Beppe Guzzeloni

Da qui inizia un cammino di riflessione sulla montagnaterapia

Questo è il paradigma biopsicosociale su cui si può convenire e a cui fanno riferimento molte esperienze di MT, ma in questi anni il sottoscritto si è inoltrato in un cammino difficile di riflessione. Un percorso che lo ha portato ha offrire a tali esperienze uno sguardo poetico all’interno di un sentiero che si insinua tra fragilità e bellezza e che volge lo sguardo verso una pedagogia della montagna,intesa come lo sforzo, il perenne tentativo di creare un ponte tra sé e la società, per una pacifica esistenza delle persone, in un armonioso rapporto con l’ambiente e la natura alpina, con ogni creatura, attraverso un costante equilibrio fra visibile e invisibile, esperienza concreta e mistero. In un rapporto dialettico tra aver cura e prendersi cura, tra estetica ed etica.

Uno sguardo che si arricchisce con ciò che è il “legame sociale” che supera o rende inessenziali certe apparenti antinomie che vedono da un lato il soggetto come individuo isolabile e separabile dai suoi legami (che dunque non meriterebbero troppa considerazione), dall’altro la prevalenza del contesto sociale, del “sistema” delle relazioni, che non tiene conto della singolarità irriducibile di ciascuno. Ma ogni persona, è fin da subito in rapporto con il contesto, con l’ambiente che lo accoglie e lo contiene, con l’Altro, come lo definisce J. Lacan: il soggetto è originariamente in rapporto con questo Altro, prima di tutto come Altro materno-familiare, per i discorsi che su di lui vengono formulati prima ancora che nasca, che si tessono intorno a lui e a lui sono indirizzati, che gli vengono proposti come “rete” che non solo lo avvolge, ma lo implica e in parte lo condiziona nelle sue risposte, risente dei suoi rifiuti, lo stringe nelle sue maglie. Il soggetto è dunque inevitabilmente intessuto di legami e di fondamentali relazioni. I legami sociali, come fonte di malessere ma anche come risorsa, fanno parte del reale, del quotidiano, del soggetto, dunque di ciò che la proposta terapeutica intende trattare.

La novità della MT, che mi trova in questo caso concorde, consiste nell’apertura dello sguardo terapeutico verso l’esterno; i problemi della clinica individuale e sociale del nostro tempo, non sono necessariamente legati – come molti continuano a pensare – al setting tradizionale ospedaliero e ambulatoriale, ma possono essere applicati nei molteplici contesti in cui il terapeuta si trova ad operare: pubblici, privati, di/in gruppo, in situazioni “fuori setting” come la montagna. La realtà esterna, per il soggetto del discorso terapeutico, non è altro in effetti che la risultante di un insieme di variabili articolate e complesse, che Freud ci ha insegnato a chiamare inconscio, fantasma, realtà psichica: a partire da questo, è possibile orientarsi nel dirigere un intervento, una terapia, una cura. 


Leggi gli altri articoli della serie Montagnaterapia:

Montagnaterapia #2. Riflessioni non definitive: “sentire” l’ambiente
Montagnaterapia #3. Riflessioni non definitive: tutto è terapia? Il concetto di cura

15 Dicembre 2025
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RUBRICA A CURA DI:
Luca Serenthà

Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.

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