Per la quarta edizione del Progetto Montagna Sacra che si è tenuta domenica 15 giugno a Molino di Forzo (Ronco Canavese), i promotori hanno organizzato un incontro “Insieme per una Montagna Sacra” che prevede, come scritto nella locandina dell’iniziativa, una giornata di cammino riflessivo e collettivo ai piedi del Monveso di Forzo, la montagna nel gruppo del Gran Paradiso individuata come simbolo di rispetto del Limite. È stata l’occasione per Beppe Guzzeloni per proporre la nuova riflessione sul limite qui pubblicata. Il limite è il tema che il progetto Montagna Sacra vuole mettere al centro dell’attenzione.

L’autore
Beppe Guzzeloni lavora da molti anni come educatore professionale nell’ambito delle dipendenze patologiche, prima in comunità residenziali poi nei servizi territoriali.
Istruttore di alpinismo del CAI dal 1994.
Socio della SEM di Milano e istruttore della Scuola Silvio Saglio.
Per molti anni è stato istruttore di Alpiteam, Scuola di alpinismo Lombarda, dove ha avuto l’opportunità di occuparsi di Montagnaterpia.
Attualmente collabora con il Progetto di Montagnaterapia “Di Passo in Passo” del Centro Cocaina degli Spedali Civili di Brescia.
“Ci si dirige verso una cosa perché si crede che essa sia buona;
e vi si rimane incatenati perché è diventata necessaria…”
“… Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare.
Desideriamo che sia…”
Simone Weil (L’Ombra e la Grazia”)
Quel “Noli me tangere” che ha fatto scaturire riflessioni
Propongo qui delle riflessioni nate negli ultimi mesi in continuità e a integrazione con quanto mi sono lanciato a scrivere l’anno scorso, a fine estate, dopo aver letto il libro di E. Camanni “La Montagna Sacra” ed Laterza.
È a seguito di queste mie considerazioni, frutto di letture e stimoli altrui, che mi sono imbattuto, durante le festività pasquali, in quel “Noli Me Tangere” della frase evangelica di Giovanni ai versetti 20,17 che per giorni mi ha girovagato per la testa e che mi ha spinto ad ulteriori riflessioni.
Da sempre le montagne sono ritenute luogo privilegiato dell’incontro tra umano e divino. Le loro altezze sovrastano l’umano, lo ridimensionano e i suoi fenomeni vengono distanziati e allontanati e di fronte alla vastità e alla potenza della natura la realtà umana appare per quella che è: piccola, fragile, impotente, effimera. E lì, al cospetto del cielo l’uomo può abbandonare la pesantezza del quotidiano e trovare la propria origine dimenticata, ma ben salda dentro di sé. Per questo in tutte le religioni e le culture le montagne, o “quel monte”, hanno un’importanza spirituale decisiva: rinnovarsi nella luce dell’eterno. Ma il Sacro, e qui mi inoltro e solo di sfuggita in un percorso arduo e accidentato, non ha a che fare con la fede. Il Sacro è un’istituzione, ha a che fare con il potere: sacralità di ogni potere religioso e laico (Mircea Eliade e la scuola fenomenologica) e che non appartiene, tuttavia, al divino e alla trascendenza.
Una caratteristica fondamentale e di tutte le manifestazioni del sacro da considerare è la concezione del tempo. Il tempo sacro è un tempo ciclico, che ritorna sempre su sé stesso, perché è indispensabile ripristinare il momento della perfezione originaria, il momento in cui viene narrato “il mito della fondazione originaria”. Ma perché tornare al momento d’origine? Perché tutti i popoli sono convinti che l’uomo per sua natura non sia mortale; cioè che, “ab initio” ci sia stato il tempo vero, quello senza morte e che questa sia subentrata per colpa di qualcuno o incidente e che pertanto è opportuno ripristinare ciò che vi era all’origine. È, nella cultura occidentale, l’attesa del tempo della salvezza sulla terra e per la quale bisogna operare perché può essere “sollecitata” dalle opere buone e giuste degli uomini. Con un dubbio: il fine è l’amore per l’uomo e la terra, o l’illusione della liberazione dalla morte?
A questo punto, il termine Sacro, per i promotori del Progetto, mi sembra di intuire, si distanzia da quanto sopra espresso e non riveste alcun significato religioso né laico e quindi senza alcuna intenzione a istituirsi a potere, coercizione o soggiogamento. Il termine Sacro è inteso, simbolicamente, ma anche come proposta concreta, come forma di allontanamento, di distanziamento, di differenziazione dal “come procede oggi il mondo”; vuole essere uno stimolo a riflettere sull’etica della responsabilità intesa come comportamento differente dal modo consumistico e compulsivo con cui si frequenta, e non da oggi, la montagna. Una montagna che non è guardata, ascoltata, con cui dialogare con interesse e curiosità; ma spesso è oggetto di cui impossessarsi, teatro delle nostre aspettative narcisistiche e mirabolanti prestazioni spettacolari. Fuga dalla presenza del limite, del non tutto, del non per sempre, del non tutto mio. Noli me tangere.

In Apertura: Tramonto nel Wadi Rum in Giordania (Foto Guzzeloni)
L’incontro con una possibilità nuova
Noli me tangere, frase per me scandalosa, irricevibile, frase che scardina un modo di essere e di essere vissuto. Anni di scalate, di presenza frequente a contatto con roccia e ghiaccio, tra spigoli e pilastri, sentieri e creste. Anni di soddisfazioni personali e di sguardi egocentrici che spingevano sempre più in là. E non poteva essere altrimenti: la montagna era là, anzi seducente e irriverente nel suo sono qui ora, tutta per te. Una montagna che appare e suggestiona affettivamente sia in presenza che incastrata tra le pagine di qualche rivista di settore in forma di fotografia. Non ha importanza alcuna. Importante è l’eccitazione dello sguardo, la sua erotizzazione.
Sì, per me la montagna è stata ed è incantamento e incatenamento. Fino all’incontro con la proposta del progetto La Montagna Sacra. Un incontro improvviso, inaspettato, non pensato che ha introdotto in me una possibilità nuova, quella di non sottrarmi all’esposizione dello spirito che l’evento contiene in sé, nella sua contingenza. La vita umana è fatta innanzitutto dagli incontri che l’hanno fatta. O meglio, da ciò che essa ha fatto degli incontri che l’hanno fatta. Infatti, l’evento dell’incontro sospende la ripetizione introducendo un’apertura inedita. Ora, la montagna e l’andare in montagna acquistano per me un nuovo significato, la possibilità di una nuova esperienza che arricchisce con un nuovo sguardo ciò che fa parte di me. Fare qualcosa degli incontri che mi hanno fatto.
La Montagna Sacra: un incontro. Quando qualcosa sfugge alla ripetizione del già visto, del già saputo, del già conosciuto offre una luce nuova per leggere sé stessi e il mondo che ci circonda. La Montagna Sacra, per me, è un evento particolare, non il risultato di una ricerca, ma qualcosa che mi è venuto a trovare in modo sorprendente. E, come saprò e potrò, rispondo, con un “eccomi”.
Noli me tangere. Non mi toccare, non mi trattenere. Sono le parole che, dopo la sua resurrezione, Gesù rivolge a Maria Maddalena che vorrebbe gettarsi tra le sue braccia.

Morire alla cultura del “nessun limite” e aprirsi a una nuova visione della società
Queste brevi riflessioni “pasquali” mi inducono a soffermarmi su quanto già esposto sopra. La proposta della Montagna Sacra, il significato nelle parole che si possono intravvedere, è il tentativo di capovolgere il paradigma culturale in cui siamo immersi con la convinzione che “morire” a questo modello culturale è aprirsi alla possibilità a una sorta di “resurrezione” a una nuova visione della nostra società. Una resurrezione umana che ci costringe a non guardare più indietro, a non avere rimpianti per ciò che non potrebbe essere più. Nessuna nostalgia melanconica, ma un amore che sa amare anche nell’assenza e che nell’assenza sa trovare un modo nuovo della presenza.
Morire alla cultura del “nessun limite” dell’avere e sapere tutto, della crescita continua, della valorizzazione economica permanente di qualsiasi ambiente e contesto naturale. Dell’imperativo categorico della libertà assoluta, senza etica e responsabilità personale e collettiva. Morire per risorgere a quel modo di amare che non si arresta davanti al vuoto, alla distanza incolmabile che separa il vecchio ormai consolidato e il nuovo che la Montagna Sacra propone. Una proposta da costruire, da condividere, da partecipare.
Noli me tangere. Noi non possiamo tenere né trattenere tutto. Non possiamo avere tutto né conoscere tutto. Amare è sapere questo. Un amore che sa non trattenere, possedere, conquistare, appropriarsi. Un amore, una vita che non vuole smettere di generare vita, che non cessa di rinascere.
Noli me tangere. Non è isolamento né presunzione narcisistica, ma coraggio di scegliere che l’impossibile attraversa il possibile del qui e ora. È, perché no, attraversamento della solitudine che non è un’esperienza terrificante e dolorosa. Siamo di fronte a un bombardamento massiccio di segnali, a una sovrastimolazione auditiva e visiva, a una iperproduzione di segni e codici. Dove c’è una parvenza di vuoto lì occorre riempire, camuffare, vestire, decorare, coprire. Costruire, abbattere, cementificare, “valorizzare”. Ogni spazio deve essere saturato, ogni luogo scoperto, esplorato, colonizzato, invaso.
Noli me tangere. L’ideologia “del tutto pieno” si traduce, infatti, a livello comportamentale, in una voracità insaziabile che deriva dalla pulsione mortifera di non tollerare il senso del limite. Una pulsione di godimento senza confini che porta l’individuo e la società a non accontentarsi mai; una condanna ad una continua scissione tra l’onnipotenza del pensiero e la frustrazione della realtà.
Come ricorda Camanni nel suo libro a pag.128, e con lui il comitato promotore del progetto Montagna Sacra, la parola chiave è “limite” “il più grande tabù della società occidentale. Limite nostro sconosciuto. Non se ne parla mai…” Con il Noli me tangere mi sento di esprimere la consapevolezza che “la terra promessa e il ritorno alle origini” non saranno mai raggiunti, poiché nessuno guarisce totalmente della ferita originaria del soggetto umano. Il Noli me tangere, tuttavia, è il tentativo di mantenere la promessa che il cambiamento è possibile, rinascere è possibile sul piano della memoria, dell’identità e della trasformazione delle nostre aspettative e di noi stessi.
Beppe Guzzeloni
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Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.
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