Questo è il secondo articolo della mini serie Montagnaterapia. La Montagnaterapia è un’attività che si è sviluppata ed è cresciuta nel numero di proposte negli ultimi decenni. Ma cos’è la montagnaterapia e che significato vogliamo darle? Oggi tutto sembra essere terapia…ma cosa si intende per terapia? e per cura? Cosa c’entra la “sicurezza” in montagna e l’alpinismo? Beppe Guzzeloni ci propone alcune riflessioni attorno al modo di intendere l’accostamento dei termini montagna e terapia. In questo secondo articolo il ragionamento parte dall’idea, o falsa idea, di sicurezza in montagna per iniziare poi a condurci verso quella di relazione con l’ambiente. In questa serie di articoli si propongono riflessioni non definitive con la speranza che ne stimolino ulteriori in chi legge.


WhatsApp Image 2025 07 24 at 16.41.54 Montagnaterapia #2. Riflessioni non definitive: "sentire" l'ambiente

L’autore di questo articolo

Beppe Guzzeloni lavora da molti anni come educatore professionale nell’ambito delle dipendenze patologiche, prima in comunità residenziali poi nei servizi territoriali. 
Istruttore di alpinismo del CAI dal 1994. 
Socio della SEM di Milano e istruttore della Scuola Silvio Saglio. 
Per molti anni è stato istruttore di Alpiteam, Scuola di alpinismo Lombarda, dove ha avuto l’opportunità di occuparsi di Montagnaterpia.
Attualmente collabora con il Progetto di Montagnaterapia “Di Passo in Passo” del Centro Cocaina degli Spedali Civili di Brescia.


Non è la tecnica che fa gestire il rischio in montagna

Come ha scritto Lorenzo Merlo1, quando un certo Andersen, il primo uomo che mise sotto i piedi due legni per muoversi meglio nella neve, ad un certo punto incontrò un pendio eccessivo, si levò gli sci e proseguì a piedi. Non si pose molte domande né aveva bisogno di conoscenze tecniche per scegliere, si comportò diversamente perché semplicemente“aveva sentito l’eccesso”, essendo in sintonia con “l’ambiente” e con sé stesso. Così come, ad esempio, un Tuareg quando attraversa il deserto con la sua carovana: non consulta manuali o testi di sopravvivenza, ma semplicemente esprime la propria appartenenza ad una cultura in cui è cresciuto, in cui si identifica.È il luogo di cui si sente parte la sorgente della sua sicurezza; così come il camoscio “sa” quando attraversare un canalone o un pendio di neve senza rischiare.

Ecco perchél’alpinismo e l’andare in montagna in sicurezza, o meglio “gestendo il rischio” in quanto la sicurezza non è mai certa e assoluta, ma soggetta all’imponderabilità,è un atto culturale, non sportivo. Così come noi ci sentiamo parte del nostro ambiente quando guidiamo e viviamo la nostra quotidianità perché abbiamo assorbito un modo di essere tramandato nel tempo. Ma ciò non è automatico se non subentrano la capacità d’ascolto, il “sentire” e l’osservazione attenta. Tecnica e conoscenza acquisite ripetendo automaticamente le stesse azioni, se disgiunte dall’ascolto e l’osservazione, non saranno garanzia di maggior sicurezza.

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Qui e in apertura foto di Beppe Guzzeloni

Non è l’atto di leggere un cartello stradale che avvisa, per esempio, che ci si avvicina ad una curva pericolosa, a garantire che la manovra verrà eseguita con precisione. Ciò potrà avvenire solo se vi sarà “il sentire” la strada e attenzione al mio guidare. Già Bonatti si era accorto che non era il fucile, seppur necessario, la fonte della sicurezza per muoversi in ambienti selvaggi; né la segnaletica sui sentieri o le ferrate o le vie super chiodate a garantire sicurezza se non vi è il “proprio sentire e il sentirsi parte” di quell’ambiente. È un fatto individuale, mai massificabile, sinonimo di bellezza e vita. È nella relazione tra tecnica, materiali e valore dell’ascolto il centro di una possibile corretta gestione del rischio che sia accettabile per il singolo individuo.

La sportivizzazione, il prestazionalismo, il bisogno di avere una quantità di cose (materiali nuovi, equipaggiamento particolare…) sono modi per “decentrarsi”, per uscire dalla nostra dimensione. E dalla nostra libertà. È il sentire il vero sapere che oggi si è perso in gran parte, sostituito dalla cieca fiducia nei vari manuali e cataloghi di nuove attrezzature, nelle nuove manovre, nelle novità dell’equipaggiamento, dalle informazioni e indicazioni ricavate dai social media, fonte spesso di superficialità e semplificazioni e luogo del bisogno immediato di esprimere la propria rilevanza e visibilità. È questa scissione tra esterno ed interno, tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore, questa assenza di corrispondenza che probabilmente è causa di molti incidenti e che ci spinge a vivere la montagna più come sfondo delle nostre prodezze che come reale partner della nostra natura interiore o, addirittura, come espressione di una necessaria opportunità “terapeutica” tout court (riprenderò questo concetto nella seconda parte dell’articolo).


1 In questa sezione l’autore fa esplicito riferimento all’articolo di Lorenzo Merlo To feel not to Know ovvero dove sta la sicurezza?del 2002 citandone ampie parti. Lorenzo Merlo ha poi ulteriormente sviluppato e implementato i concetti dell’articolo negli anni successivi.


DSCN1076 Montagnaterapia #2. Riflessioni non definitive: "sentire" l'ambiente
Foto L. Serenthà/Fatti di Montagna

Sul ciglio di un ambiente severo: la montagna non è un fiducioso luogo terapeutico

In questo senso, ripercorrendo una riflessione di Andrea Bocchiola (“Dell’alpinismo” ed. Tararà), il dispositivo tecnico di cui l’alpinista e l’escursionista fanno uso è solo in modo derivato e secondario, quindi accessorio, l’apparato strumentale grazie al quale si salgono le montagne. Ma pensare che la tecnica sia solo lo strumento di salita della montagna significa pensare l’alpinismo e l’escursionismo senza montagne. Potremo pensare che vi siano montagne, semplici oggetti naturali, là fuori nel mondo e, dall’altra parte, che vi siano uomini e donne che, per ragioni personali e indipendenti dall’esistenza delle montagne, diventino escursioniste e escursionisti o alpiniste e alpinisti. Questo è propriamente lo spazio di una montagna estetizzata ridotta a sfondo anonimo dell’azione del soggetto

La tecnica, lungi dal portarci alla soglia di una montagna padroneggiata, sicura e benevole, fonte di benessere e fiducioso “luogo terapeutico”, ci conduce al ciglio di un ambiente esposto e severo, un luogo rischioso, inchiodandoci all’inquietudine. E, come detto, il possesso di una tecnica e di un equipaggiamento idoneo, non protegge con certezza dall’impatto panico con il debordare della montagna. Si tratta anzi della soglia che mostra nella sua specificità, l’impossibilità di pensare il soggetto e l’ambiente severo della montagna, fuori dalla relazione che li costituisce, ma anche che li destituisce, in quanto tali. Ed è nella destituzione che emerge la paradossalità della tecnica che non assolve alla sua missione di contenimento e riparo dall’esposizione al pericolo, decentrando il soggetto fuori di sé, in balia dello sguardo arcigno e severo della montagna. La tecnica ci spinge verso l’oltre del limite che diventa contraddizione una volta superato.                                                                                                             

Non c’è dubbio che l’andare in montagna e l’alpinismo richiedono una serie di nozioni e di conoscenze, ma questo sapere accademico non aiuta “certamente” a evitare l’imponderabilità insita in queste attività che invece riguardano un certo modo più profondo e singolare “di stare e di sentire” in montagna.


Leggi gli altri articoli della serie:

Montagnaterapia #1. Una definizione in cerca di significato
Montagnaterapia #3. Riflessioni non definitive: tutto è terapia? Il concetto di cura

22 Dicembre 2025
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RUBRICA A CURA DI:
Luca Serenthà

Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.

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