Specie per i rifugi all’interno di comprensori sciistici, l’offerta è sempre più omologata a quella che si potrebbe avere in qualsiasi locale, da Milano e alla riviera. Qualcuno si chiede: e la specificità del rifugio di montagna? Ma si sa che i comprensori sciistici sono ormai nella maggioranza dei casi propaggini della città in quota. Il CAI invece vorrebbe, anche giustamente, che i rifugi fossero presidi e sentinelle di un approccio sostenibile di abitare le terre alte. E si fa tutto un gran discutere…

Ascolta nella puntata del podcast i Fatti e misfatti della settimana

Rifugi o locali per happy hour?

Rifugi detox dove dimenticare l’inquinamento dello smartphone, strutture di design create per “abitare l’estremo”, capanne “golose” dove il menu è affidato a chef di grido. Certo, oggi con video e musica disco, certi rifugi alpini assomigliano sempre più a locali per happy hour: d’estate spuntano ombrelloni da spiaggia, sdraio multicolori, bandiere, striscioni e palloncini. 

Ma la sostenibilità che impone strutture più spartane in quota sembra all’ordine del giorno in questi tempi di magra. E mi dispiace doverci tornare sopra ancora una volta a costo di assumere le vesti del grillo, anzi del grullo parlante. L’occasione me la offre il blog dell’amico Alessandro Gogna dove in un articolo seguito da una miriade di commenti l’argomento scivola sulle go go girls che scaldano i cuori nel doposci in un albergo che un tempo fu un rifugio quando nel gelido Plan de Gralba in Val Gardena si saliva con il trenino a vapore in partenza da Chiusa e nelle gallerie bisognava mettersi un fazzoletto sulla bocca per non soffocare dal fumo. 

E meno male. L’allegria e le canzoni non mancano oggi nell’albergo a quota 2064 metri in un tripudio di cubiste, le ragazze che danzano sul cubo. Ma neanche ai miei tempi  le canzoni venivano a mancare, quando si sciava con i Kastle di legno laminati e si saliva quassù canticchiando “La postina della Val Gardena” (che, beninteso, bacia solo con la luna piena).

GognaBlog suggerisce che non vi sarebbe nulla da eccepire se questo tipo di marketing e attività “ricreativa” si riferissero a un hotel di Selva, di Santa Cristina, di Ortisei, o anche di Corvara o Cortina. Evidentemente l’esempio di Ischgl, la tirolese “Ibiza delle Alpi”, non poteva rimanere isolato e non è certo difficile oggi trovare nelle località sciistiche più alla moda musica, divertimento e go-go girls per i gusti più disparati. 

La “riminizzazione” di cui si parlava già negli anni Novanta è insomma un dato di fatto. Così come sta di fatto che i rifugi alpini assomiglino sempre più a locali per happy hour: d’estate spuntano come ho detto ombrelloni da spiaggia, sdraio multicolori, bandiere, striscioni e palloncini.  

©mottolino 01 copia Rifugi o non rifugi? Questo è il problema...

Tra edonismo mangereccio e sostenibilità nei rifugi

D’inverno la crociata che si annuncia contro la “riminizzazione” suscita qualche perplessità. Sarà ancora possibile ordinare le patatine fritte in un rifugio alpino d’alta quota? E pretendere uno spritz, a 2 mila metri, comodamente sdraiati fra le rocce? Mario Fiorentini, presidente di Agrav, associazione veneta dei gestori, è il primo a consigliare di chiedere al barista qualcos’altro di meno inquinante. È noto, infatti, che per la produzione di un chilo di patatine fritte si sprigionano circa 2,2 chili di gas serra. E quanto allo spritz, Renato Frigo, presidente del Cai Veneto, assicura: “Sì un bicchiere di acqua e vino, alla veneziana, com’era lo spritz storico, ma niente di più”.

“Il Cai lo sta ripetendo da tempo”, conviene Frigo. “Non si può salire a 2-3 mila metri e pretendere di trovare un albergo. Il comfort dei 5 stelle non è la mission dei rifugi del Cai. E neppure di quelli privati, semmai qualche investitore ottenesse il permesso di costruirne”. 

 “Il nostro impegno”, conclude Frigo, “è sostanzialmente quello di coniugare tradizione e innovazione. I nostri rifugi devono mantenere tutte le caratteristiche dell’alpinità, la frugalità per prima. Quanto al sempre più diffuso (nei rifugi griffati perlomeno) menu basato su ostriche e champagne, un invito è stato lanciato dal presidente del Cai dell’Alto Adige. “Il pesce”, osa suggerire sottovoce, “mangiamolo al mare, farlo arrivare in elicottero non è sostenibile”. 

Non è però una novità che un certo edonismo mangereccio non conosca limiti di quota. “Mottolino Fun Mountain” annuncia in un testo promozionale di presentare a Livigno La Dolce Vita. Spiegazione: si tratta di tutto ciò che di più divertente e coinvolgente offre il comprensorio, oltre allo sci. Non è un mistero che lassù “la” pista per eccellenza sia quella da ballo. 

Omologazione o specificità?

Ma siamo proprio sicuri che così che si crei la giusta atmosfera? Dirai, caro Luca, che ciò che preoccupa è la tendenza a omologare tutto. Tanto si sa che i rifugi sulle piste e i comprensori nel loro complesso sono una propaggine della città. Concordo con te: chi ha voglia di ballare balli, uomo o donna che sia. Sfumate le scalmane dell’après-ski il rifugio cambia poi pelle e atmosfera. La serata si conclude a bordo di un gatto delle nevi e si scopre che sotto le stelle, sai che novità, la neve scintilla di riflessi.

Non sembra questo però il tipo di rifugio in sintonia con la nuova austerity del Cai. 

“I rifugi non sono solo punti di partenza per esplorare la montagna e punti di arrivo per molti che alla montagna si avvicinano”, spiega Sandro Magnoni, presidente della Commissione Rifugi della Società Alpinisti Tridentini. “Ma possono diventare sentinelle in quota del territorio montano, presidi culturali e di pubblica utilità. Punti cardine del nostro programma sono la riduzione degli impatti ambientali dei rifugi agendo sull’approvvigionamento energetico, sulla gestione delle acque e dei rifiuti e sull’efficienza energetica; la modernizzazione delle strutture in un’ottica di salvaguardia ambientale; il confrontarsi sulle problematiche poste dall’impatto dei cambiamenti climatici sulle strutture di alta montagna; il sensibilizzare i visitatori ad adottare comportamenti più rispettosi e attenti al contesto ambientale”- 

Gli scenari potrebbero presto cambiare. Potrebbe essere ufficializzata la categoria dei rifugi detox dove dimenticare l’avvelenamento da smartphone. Preoccupato per la piega consumistica dei suoi rifugi, il Cai decise diversi anni fa di tornare a un’accoglienza spartana limitando la lista delle pietanze a un “menu alpinistico” con il solito minestrone. 

Come previsto, il progetto cadde nel nulla e anzi sono cresciuti i rifugi diventati ristoranti stellati o meglio ancora “lussuosissimi bazar umani” come in Svizzera il Rigi Kulm dove nel 1880 nell’ora leggendaria del tramonto sulle Alpi approdò uno stravolto Tartarino. Ma erano tempi in cui la catena alpina veniva considerata dallo scrittore inglese Leslie Stephens “playground of Europe”, cioè luogo di trastulli e bagordi. E non c’è da stupirsi se oggi il Bellevue des Alpes, storico albergo ai piedi della Nord dell’Eiger dove il tempo sembra essersi fermato è stato ricostruito replicando l’originale. Al suo interno sono conservati i ritratti di chi ha fatto la storia dell’Eiger, da Yuko Maki, che nel 1921 salì la cresta Mittellegi, ai quattro conquistatori della Nord (1938), e ancora Toni Hiebeler e Toni Kinshofer (prima invernale, 1961), solo per citarne alcuni. E anche di un “alpinista” hollywoodiano: Clint Eastwood, che qui nel 1974 girò “Assassinio sull’Eiger”.

Tra balli sui tavoli e colate di cemento…

Tornando alle “go go girls’”, vorrei chiedervi se c’è qualcosa i male che le giovani cubiste ballino sui tavoli del rifugio. Sono passati i tempi in cui veniva servita solo brodaglia insipida con un tozzo di pane raffermo e due pezzi di polenta. Il mondo si evolve e posso giustificare gli esercenti d’alta quota se sentono l’esigenza di cambiare. 

In tutta sincerità, per dirla con l’amico Giorgio Daidola, esperto di turismo alpino, anch’io preferisco le graziose cubiste seminude a quota 2000 sullo sfondo delle nude pareti dei Monti Pallidi piuttosto che le numerose colate di cemento per i nuovi impianti e l’allestimento di bacini artificiali un po’ dappertutto in Dolomiti. E poi dimmi tu, caro Luca, che cosa ci possiamo fare se d’inverno in montagna, oltre i duemila metri, si segnalano più discoteche che rifugi? 

Roberto Serafin

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16 Febbraio 2023
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MountCity

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