A un mese dalla morte del grande alpinista Ermanno Salvaterra, avvenuta il 18 agosto scalando il Campanile Alto nelle Dolomiti di Brenta, Serafin lo vuole ricordare con le parole che Salvaterra stesso aveva accettato di scrivere per il libro “Soccorsi in montagna”. Leggetele, non c’è altro da aggiungere...

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La morte di Ermanno Salvaterra, guida, forte alpinista e rifugista

La scomparsa il 18 agosto di Ermanno Salvaterra, 68 anni, guida alpina della val Rendena, uno dei più forti alpinisti della sua generazione, ha gettato nel lutto l’alpinismo. Stava scalando il Campanile Alto, nelle Dolomiti di Brenta, insieme a un cliente. Era primo di cordata e stava affrontando la via Hartman-Krauss, sulla cresta ovest. È precipitato per una ventina di metri. L’incidente è avvenuto nella parte finale della via, a circa 2.700 metri di quota, dove i due alpinisti sono stati raggiunti dai soccorritori, calati in parete dall’elicottero. Illeso il compagno di cordata. “L’alpinismo perde un grande”, ha detto Reinhold Messner. “Deve per forza aver ceduto un appiglio: un Salvaterra lì non cade. Per lui il Campanil Alto era davvero casa: sapeva benissimo dove mettere le mani passo dopo passo, anche a occhi chiusi”.

Figura molto nota e apprezzata nel mondo alpinistico, Salvaterra era stato anche rifugista: la sua famiglia ha gestito per sessant’anni anni, fino al 2007, il XII Apostoli, situato nella parte meridionale del Brenta, a quota 2489 metri, sopra la val Nardis

Lassù Ermanno ha compiuto le sue imprese più ardite arrivando nel 1989 in sole 11 ore a salire ben cinque pareti in cinque diverse cime. 

“Ci lascia una grande persona”, ha scritto in una nota la presidenza della SAT, la Società degli Alpinisti tridentini. Maestro di sci e guida alpina a soli 24 anni, Salvaterra si è distinto in tante discipline – compreso lo sci estremo, dove è stato recordman nel chilometro lanciato – ma è noto soprattutto come “uomo del Torre” (titolo di un suo libro), per aver aperto in Patagonia alcune vie sul Cerro Torre, anche in condizioni invernali. 

Suscitò qualche polemica la sua ripetizione della via compiuta al Torre dal grande conterraneo Cesare Maestri, a seguito della quale Salvaterra espresse qualche dubbio sulla tempistica dell’ascensione: un dibattito che lo stesso Ermanno cercò poi di smorzare. 

Poche settimane prima di morire era stato fra i protagonisti della nona edizione di Brenta Open, la rassegna per promuovere una montagna accessibile alle persone con disabilità coinvolgendo anche i giovani del Liceo della Montagna di Tione. Una testimonianza dell’umanità che ha segnato l’alpinismo di Salvaterra, uomo dei record ma anche della montagna inclusiva.

Il blog Altitudini” lo ricorda anche quale grande amico degli animali pubblicando il resoconto di un suoi salvataggio un gregge di pecore finito sugli strapiombi. La sua casa nel bosco tra i monti di Pinzolo era frequentata nottetempo da cervi, caprioli, camosci. Una volta al suo rifugio “Dodici apostoli” lo fotografai con un bellissimo gatto angora che si lascia soavemente abbracciare. Una foto particolarmente riuscita a cui teneva molto. E forse anche per questo particolare Ermanno mi riservò la sua amicizia, peraltro ricambiata, e accettò di scrivere un bellissimo capitolo del libro “Soccorsi in montagna” che scrissi a quattro mani con mio figlio Matteo e che ora vi pregherei caldamente di leggere (o di ascoltare). 

Uno scritto del grande alpinista Ermanno Salvaterra

I miracoli di Ermanno il “santo”

Purtroppo la montagna a volte ci fa soffrire e per questo dovremmo imparare a conoscerla meglio, ad affrontarla con più sicurezza. A patto che la prima sicurezza sia la nostra, quella che ci viene dalla nostra preparazione, dalla nostra esperienza. Poi, a volte, purtroppo, qualcosa può accadere. Anch’io spesso ho rischiato, mi è sempre andata bene, sono semplicemente stato più fortunato di altri. 

Qualche anno fa, nel pomeriggio, riceviamo una telefonata per prenotare due posti letto per la sera stessa. Siamo alla fine di agosto e le giornate sono già piuttosto brevi. C’è abbastanza gente stasera e, finito di servire la cena, le due persone non sono ancora arrivate. Sono le otto di sera e da un po’ guardo verso valle cercando di scorgere se c’è qualcuno che arriva. Poco dopo vedo salire lentamente sui ghiaioni i due che aspettavo. Almeno credo si tratti di loro. Velocemente faccio due conti e capisco che, per ben che vada, ci vorrà ancora almeno un’ora perché arrivino al rifugio e quindi per una buona parte dovranno salire al buio. 

Scambio qualche parola con mia sorella Luisa e anche lei pensa che se sono sprovvisti di pila difficilmente potranno arrivare. Una mezz’ora dopo prendo una pila frontale e già al buio inizio a scendere e di tanto in tanto mi fermo e chiamo… Dopo circa venti minuti, a cinque minuti di cammino oltre il punto dove li avevo visti, incontro le due persone ferme. Sono sedute su un sasso. Il mio arrivo per loro è quasi un’apparizione. Lo si capisce da come mi guardano. Lui è solo infreddolito, forse ha settant’anni ma appare ancora molto prestante. Lei è stremata dallo sforzo e ha qualche anno meno di lui. E’ intirizzita, sudata e non ha più alcun desiderio di reagire. 

La temperatura è già sotto zero e a fatica riesco a convincerla che bisogna proseguire. Il marito della cara signora è un poeta e apprendo che ha già pubblicato più di un libro di poesie dialettali. La sorreggo e lentamente riprendiamo a salire. Ogni pochi minuti mi devo fermare per farla riposare e riprendere fiato. Quando arriviamo al rifugio la vita riprende e dopo un piatto caldo i due vanno a coricarsi. Il giorno dopo si rendono conto di quanto è successo. La signora mi dice che se non fosse arrivato il “santo” ad aiutarla lei non ce l’avrebbe fatta. Si rendono conto che tutto questo trambusto era dovuto alla tarda ora in cui si sono incamminati per salire al rifugio. Un errore che poteva rivelarsi fatale.  

Ermanno Salvaterra

da “Soccorsi in montagna” (2005, di Roberto e Matteo Serafin)

Roberto Serafin

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14 Settembre 2023
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