Come mai al Museo della montagna e del contrabbando di Macugnaga c’è uno strano (per dimensioni) scarpone appartenuto Maurice Herzog, uno dei più grandi alpinisti? Grazie a Roberto Serafin, Teresio Valsesia ce ne racconta la storia.

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Herzog e l’Annapurna

Di grandi alpinisti la storia è piena, come lo sono gli scaffali delle librerie. Ma nessuno forse fu più gande del francese Maurice Herzog la cui figura risulta peraltro assente ingiustificata in una collana sui grandi alpinisti supportata in questi giorni da due famose testate giornalistiche. E’ possibile affermarlo nel 70° anniversario della prima ascensione dell’Annapurna (8091 m) che Herzog  scalò senza ossigeno supplementare nel 1950 con Louis Lachenal. Qualcuno se ne ricorda ancora? Fu la prima vetta di oltre 8000 metri salita dall’uomo, prima ancora della conquista inglese dell’Everest e di quella pasticciata italiana del K2. 

La spedizione comprendeva, oltre a Herzog e Lachenal, i fuoriclasse Gaston Rébuffat, Lionel Terray, Marcel Ichac (regista) Jean Couzy, Jacques Oudot, Marcel Schatz e il diplomatico Francis de Noyelle. Herzog e Lachenal tornarono dalla cima con congelamenti gravi che richiesero amputazioni: Herzog perse tutte le dita delle mani e quelle dei piedi e Lachenal tutte le dita dei piedi. 

Ebbero modo di consolarsi. Il libro di Herzog “Annapurna. Premier 8000″ venne tradotto in oltre 60 lingue e venduto in oltre 20 milioni di copie nel mondo. Ma ciò che denota la grandezza di Herzog è che l’alpinista lasciò i diritti d’autore alla Federazione francese della montagna. I soldi permisero alla Federazione di aiutare le spedizioni nazionali fino a quella del K2 nel 1979.

Herzog e la est del Monte Rosa

Oggi della “grandeur” di Herzog conserva per fortuna una testimonianza significativa il bellissimo Museo della montagna e del contrabbando di Macugnaga, nell’Ossola. E’ uno scarpone curiosamente di dimensioni ridotte quello custodito come una reliquia dietro una vetrinetta. Con quella calzatura, ormai privo delle dita dei piedi, Herzog volle dare una nuova, chiara dimostrazione di forza scalando negli anni Sessanta insieme con il compagno Lachenal la Est del Monte Rosa.

“L’Annapurna rimane una delle cime di oltre 8000 m più pericolose con un tasso del 40% di summiter deceduti, ma è con la Est che Herzog e Lachenal una volta guariti vollero misurarsi correndo grossi rischi”, racconta Teresio Valsesia, scrittore, giornalista, che fu a lungo sindaco di Macugnaga e nel Club Alpino Italiano ebbe incarichi prestigiosi tra i quali la vicepresidenza generale e la direzione dello Scarpone e della Rivista.

Herzog
Herzog con le mani congelate

“I congelamenti costarono a Herzog e Lachenal due anni di degenza in ospedale”, ricorda Valsesia, “e al termine, nessuna prospettiva di ritornare alla montagna. Ma Herzog, che venne poi nominato ministro dello Sport in Francia, non si arrese. Con Lachenal decise di compiere la salita al versante ossolano del Rosa, che a quel tempo era considerato di grande impegno non solo per la sua lunghezza ma anche per la pericolosità del ghiacciaio. Un’impresa proibitiva. Figurarsi senza le dita dei piedi e delle mani”.

“I due arrivarono a Macugnaga”, racconta ancora Valsesia, “e raggiunsero, senza nemmeno utilizzare la corda, il Silbersattel, che è il colle più alto delle Alpi a oltre 4500 metri, fra la Dufour e la Nordend. Nella discesa verso Zermatt, vista la pericolosità dei ghiacciai, Herzog trasse dal sacco la corda per assicurarsi con Lachenal. Ma il suo compagno rifiutò. Qualche metro e finì in un crepaccio: fortunatamente si fermò su un ponte di neve e venne estratto incolume. Lachenal morirà poco dopo su un ghiacciaio del Bianco dove si era avventurato da solo”.

Lo scarpone di Herzog al Museo della montagna e del contrabbando di Macugnaga
Lo scarpone di Herzog al Museo della montagna e del contrabbando di Macugnaga (foto R. Serafin)

“Presenze” di Herzog a Macugnaga

Su un libro dell’albergo Monte Rosa doveva aveva soggiornato, Herzog in quell’occasione lasciò scritto: “Grazie Macugnaga. Siamo tornati grandi alpinisti”. Una dedica commovente. Poi volle lasciare al museo della montagna uno dei due scarponi, quello che richiama ancora l’attenzione di molti visitatori. “Si tratta”, precisa con orgoglio Valsesia, “di un cimelio unico al mondo. I musei francesi non ne hanno conservato uno analogo.”

“Ma questa storia ebbe anche un epilogo curioso. Herzog e Lachenal lasciarono delle tracce sul nevaio del Belvedere, nei pressi dell’arrivo della seggiovia. I turisti notando quelle strane tracce si interrogarono sulla loro provenienza. E qualcuno pensò che fosse uno yeti. Così nacque la leggenda dello yeti del Monte Rosa”.  (Serafin)

24 Settembre 2020
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MountCity

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