La questione ecologica all’Everest risulta che sia stata per anni lasciata in secondo piano, permettendo che i rifiuti si accumulassero. Marion Chaygneaud-Dupuy, che ha salito la cima per ben tre volte, è colpita e rattristata dall'”aver scoperto come il campo base avanzato fosse trasformato in una discarica”. Cosi passa all’azione con il progetto Clea Everest, ma intraprende anche un cammino spirituale iniziando una nuova vita.

Le montagne di rifiuti coprono le montagne più alte della Terra
Otto tonnellate di rifiuti raccolti. Grazie al progetto “Clean Everest”, il tetto del mondo ha ripreso a respirare. Lo racconta in un libro Marion Chaygneaud-Dupuy, la giovane francese che ha ideato e avviato l’operazione finalizzata alla rimozione dei rifiuti lasciati dalle spedizioni. Un’impresa titanica al cui confronto possono sembrare delle briciole le due tonnellate e mezzo raccolte nel 1990 dalla spedizione “Free K2” guidata da Carlo Alberto Pinelli con il determinante contributo di Fausto De Stefani.
Ma così va il mondo nell’aria sottile degli ottomila benché da tempo si avverta la necessità di convincere gli alpinisti a difendere l’integrità di questi pilastri delle terra. No, non fu cosa semplice operare trentacinque anni fa a quelle altezze rimuovendo grovigli di corde da arrampicata fino a 7000 metri di quota. Fu una fatica immane per richiamare all’ordine le spedizioni in modo che si evitassero ulteriori danni all’ambiente himalayano. Un compito, anche questo, del progetto puntualmente narrato nel “Respiro dell’Everest” (Monte Rosa Edizioni, 18,50 euro) che inaugura la collana “Le Rose Selvatiche” curata da Linda Cottino, una delle più quotate (è il caso di dirlo) giornaliste della montagna.

Marion Chaygneaud-Dupuy:l’inizio di un cammino
L’autrice Marion Chaygneaud-Dupuy nasce nel 1980 nella regione francese della Dordogna, in una casa in mezzo ai boschi. A 16 anni, dopo un viaggio a Calcutta al fianco del medico Jack Preger, si avvicina al Buddismo e inizia il suo cammino spirituale attratta dai libri di un maestro tibetano in esilio, fondatore e guida del monastero di Mirik, nel Darjeeling.
Per quattro anni Marion condivide con gli altri monaci un percorso spirituale e di crescita interiore. In seguito sceglierà di farsi suora laica. Frequentando l’università si era dedicata a progetti di salvaguardia ambientale e culturale e accompagnava lunghi trekking per conto di agenzie europee, instaurando una fattiva collaborazione con la Scuola delle Guide d’alta montagna di Lhasa.
Clean Everest
Marion, diventata a sua volta guida, tra il 2013 e il 2017 Marion scala l’Everest dal versante tibetano per ben tre volte. È la prima europea a compiere l’impresa. Ma è l’impatto ambientale delle spedizioni commerciali che colpisce Marion, spingendola all’azione. Così “Clean Everest” va oltre le più rosse aspettative. In tre anni, vengono rimosse più di otto tonnellate di rifiuti.
“Aver scoperto come il campo base avanzato fosse trasformato in una discarica”, racconta Marion, “mi aveva fatto perdere ogni velleità d’alpinista, lasciandomi in preda a una grande tristezza. Nel bel mezzo dell’ascensione anche il mio fisico ne aveva risentito: fiato corto, torace contratto e cuore che batteva all’impazzata. Lavorando insieme a un team locale di cinquanta guide, i campi in quota sono stati ripuliti dall’immondizia accumulata in decenni di spedizioni alpinistiche. Poi dal campo base i sacchi di rifiuti sono stati trasportati a valle a dorso di yak.

Il progetto “Clean Everest” è presto diventato un modello nonché un patrimonio collettivo della popolazione locale. Un altro passo importante nella tutela dell’ecosistema montano è stata la redazione della “Carta ambientale per gli himalaisti” che detta le regole e educa gli attori dell’industria della montagna in Tibet. In seguito, Marion diventa, come detto, suora laica e inizia una nuova vita a Lhasa, in Tibet. Per il suo impegno, ha vinto il premio internazionale “Terre des femmes” 2019, assegnato dalla francese Fondation Yves Rocher.
In effetti la questione ecologica all’Everest risulta che sia stata per anni lasciata in secondo piano, permettendo che i rifiuti si accumulassero. “Tra il campo base a 5200 metri e la cima a 8848 metri, la tipologia dei rifiuti abbandonati lungo i pendii cambia”, racconta Marion. “Più a monte si trovano soprattutto attrezzature tecniche, tra cui le bombole di ossigeno e le vecchie tende con le loro palerie che spesso rimangono imprigionate tra ghiaccio e roccia e diventa molto difficile rimuoverle”.
Ma ora il più è fatto. E ci si può immaginare che in Francia sentiti rallegramenti per la sua meritoria impresa siano stati espressi anche da Fiona Mille, presidente di Mountain Wilderness France, autrice del libro “Réinventons la montagne. Alpes 2030 : un autre imaginaire est possible” (Éditions du Faubourg). Un caldo invito, anche questo, a ripensare il futuro dei territori montani.
Roberto Serafin
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