Hic sunt leones: qui sono leoni (ovvero i locali non ci vanno). Il titolo è di Castiglioni, che a sua volta lo attribuisce all’amico Vallepiana, per il suo articolo uscito nella rivista del CAI numero 12 del 1936. I leoni citati sono i monti di Belluno.

Qui puoi ascoltare il podcast con il racconto di Marco Triches

Ettore Castiglioni, alpinista e partigiano milanese, morto il 12 marzo 1944 mentre tentava la fuga dall’hotel Longhin di Maloja (in Svizzera), dove era stato imprigionato per contrabbando, scalando senza scarponi e senza giacca il ghiacciaio del Forno per raggiungere la Valmalenco, scrisse del gruppo dei Feruch, Monti del Sole, Belluno:

“Bellunesi e Agordini si accontentano di guardare questi monti dalle finestre di casa loro. Furbi loro! Ben conoscono i loro monti e pensano, non a torto, che è assai più igienico lasciarci andare gli altri a fare i pionieri o gli esploratori. Poiché qui l’impresa più laboriosa, se non la più ardua, non è la scalata alle cime, bensì l’approccio.”

Valloni ripidi, forre buie, cenge esposte, pale vertiginose: c’è tutto un lessico, vagamente tremendo, che descrive i territori che dal 1990 sono entrati a fare parte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Relazioni tecniche, note escursionistiche e tradizione orale concordano in un paio di punti fondamentali:

1) Le carte non bastano, per raggiungere certi luoghi bisogna seguire dettagliate indicazioni (preferibilmente scritte – poi se c’è uno che parla e tu che scrivi, va bene lo stesso; l’importante è che si possano consultare gli appunti, in qualunque momento);

2) Lì dentro non ci sono più sentieri.

Ricordo ancora quella sera di novembre, al buio, su un tavolo di legno da osteria, con un pastore tedesco enorme, Tito il tassista e Sandro, l’esperto scavezzacollo dei monti, quando ho sentito nominare per la prima volta i “boschi pensili”. I boschi pensili? Che roba è!

Sandro aveva appena finito di spiegarmi come raggiungere un tal posto, come aveva fatto lui, aggrappato alle radici di un faggio, tirandosi su a braccia sopra un burrone di una centina di metri, dopo un lungo percorso su un viaz (così le chiamano le vie di montagna brutte, aggiungendo una “z” dispregiativa alla fine). Una descrizione che non finiva più e durante la quale io ero rimasto in apnea e con la sensazione di non avere più la terra sotto i piedi.

Insomma, a un certo punto la smette, mi guarda e mi dice: “Comunque il pericolo vero sono i boschi pensili! Quelli dove hai solo un punto di ingresso e uno di uscita. E se non li azzecchi giri per ore finché diventi matto, andando continuamente a sbattere su qualche precipizio.”

Cime Bianche Dolomiti bellunesi: dove le carte non bastano
Vallone delle Cime Bianche all’alba (foto M. Triches)

C’è stato un tempo in cui, organizzando un’escursione in montagna, mi sentivo in armonia con il mio zaino, gli oggetti che ci mettevo dentro, le ore notturne che precedevano la partenza, le prime luci dell’alba, i prati, le rupi, le rocce. Sono stato, per esempio, nel vallone delle Cime Bianche in Val d’Aosta, sotto il monte Rosa. Tutto era grandioso ed era in pace.

Poi, tornato a Belluno, i monti di casa mi sono arrivati addosso come un treno. In una decina di chilometri quadrati, tutti al di sotto (o quasi) dei 2000 metri di quota, c’erano un’infinità di mondi. Montagne a picco con una variazione in quota di vegetazione che si può trovare facendo un viaggio fino in Groenlandia, luoghi ignoti, dove ci passano 4 o 5 persone all’anno, habitat selvatici e soprattutto, pareti, valli, canaloni, che ti fanno sparire dopo pochi minuti che ci sei entrato. 

Cominciavo ad essere sovrappensiero.

Guardando le cartine ufficiali, in effetti, mi stupiva la quantità di nomi di località che vi comparivano, senza che ci fosse un modo per raggiungerle. Anche gli indiani certamente nominavano i luoghi guardando i profili del paesaggio da lontano, ma per posti come Col de Foia (Colle delle foglie) la faccenda non era chiara. Fratta del Moro, Zengia de i Soldi, Lastregàl, Boral de l’Ors, ci perdevo le sere su queste cose, e fantasticavo immaginando una specie di terra promessa. 

Lastregal Dolomiti bellunesi: dove le carte non bastano
Località Lastregàl, gruppo della Schiara-Talvéna
In apertura: Valbelluna all’alba in inverno
(foto M. Triches)

Il risultato non cambiava quando, all’ennesima salita al monte Terne (quota 1794 metri), cioè il monte più vicino a casa, contemplavo l’ambiente sotto di me pensando: possibile che lì non ci sia un modo di passare? 

E il modo c’è, e ce ne sono mille: ci sono tracce, segnali, storie, ruderi, attrezzi, tradizioni, vite. Da quando l’ho scoperto, ho definitivamente perso la pace in montagna.

Il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi ha un’estensione ridotta: circa 30 mila ettari (basti pensare che il Gran Sasso Monti della Laga ne misura 150 mila, i Monti Sibillini 70 mila e il Pollino in Calabria addirittura 200 mila). Occupa il territorio di 15 comuni: Belluno, Cesiomaggiore, Feltre, Gosaldo, La Valle Agordina, Longarone, Pedavena, Ponte delle Alpi, Rivamonte Agordino, San Gregorio nelle Alpi, Santa Giustina, Sedico, Sospirolo, Sovramonte, Val di Zoldo. Ed è composto da quattro gruppi montuosi: Alpi Feltrine, Feruch-Monti del Sole, Schiara- Talvéna, Prampèr-Spiz di Mezzodì.

Le particolarità geologiche e floristiche sono alla base della sua istituzione: circhi glaciali, carsismo, la Dolomia, gli habitat. Durante l’ultima glaciazione le catene montuose furono cinte dai ghiacci, e quindi si trasformarono in delle isole in mezzo al mare. Sui versanti meridionali di quelle isole poterono sopravvivere specie vegetali, risparmiate dai ghiacciai, proprie dei climi mediterranei, mentre nelle chiuse valli alpine sottostanti i boschi di conifere arrivavano dall’ex Jugoslavia e dall’Europa Centrale o da Ovest.  

Inoltre, a causa dell’orografia specifica dell’area, le montagne assomigliano a degli altopiani, talvolta cinti da alte muraglie e torrioni, con varie terrazze (le banche e le cenge), sorrette da pareti alte centinaia di metri, che danno l’aspetto di canyon ai fondovalle. Ci sono tanti piani, o balconi, che stanno su come per miracolo, con qualche albero (a volte anche solo uno), un po’ di ghiaia e rocce affilate di colore giallo, bianco, grigio e nero.

cengia delle fontane Dolomiti bellunesi: dove le carte non bastano
Cengia delle Fontane in Val Pegoléra (foto M. Triches)

Con quale delusione Dino Buzzati andò a scalare la Schiara (quota 2565 metri), la massima elevazione del Parco, monte che da lontano gli pareva, se non famoso, almeno ben scolpito, e invece una volta in azione, lo aveva visto in dettaglio: una montagna di sfasciumi e rocce franate. Confondendo la libertà di un monte di distruggersi indisturbato, con la miseria di una scarsa celebrità e di un poco edificante carattere alpino. 

Ma i monti di Belluno hanno avuto Piero Rossi. 

“Credo che la prima intuizione di un grande parco naturale sui nostri monti sia nata una sera, sulla fine del 1963, nella casa dell’amico prof. Angelini, a Piài di Visome, presso le Volpère, care alle giovanili scappatelle amorose. Stavamo ammirando una serie di immagini, riprese nei recessi più intimi e negletti della Schiara, del Pelf e della Talvéna, quando, ad un tratto, Giovanni Angelini si volse dalla grande finestra, che incorniciava il tramonto, sulla chiostra delle Dolomiti, che dominano la Val  Belluna ed esclamò: ‘Che bel sogno sarebbe un parco naturale della Schiara e della Talvéna!’”

Il giorno d’estate in cui entrai nella libreria specializzata di Torino per comprare la Guida dei Monti d’Italia di Piero Rossi, dedicata alla Schiara (edizione 1982), mi ero anche preparato la frasetta da dire per avere un po’ di sconto (i soci CAI pagano qualcosa in meno, e un amico mi aveva prestato la sua tessera). La libraia mi guardò come se fossi un alieno. Si liberava di un soprammobile impolverato, e io correvo felice a prendere il regionale per Belluno, in cui per le successive 9 o 10 ore (tanto dura il viaggio) avrei consultato quella guida come un oracolo.

Da lì in poi avrei conosciuto la fortuna di leggere un romanzo la sera per verificarlo nella realtà il giorno seguente. A questo scopo è valso perdere per un po’ di tempo il sonno.

27 Luglio 2020
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Marco Triches

Mi piace gironzolare, sono una guida ambientale escursionistica e scrivo. La mia terra natale è Belluno, una terra misteriosa, angusta e selvaggia. Per questo motivo, sogno di accompagnare le persone in quei posti.

 

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