Il Rapporto Montagne Italia 2025, appena pubblicato, è un documento pieno di informazioni, dati, pratiche che prova a leggere la montagna, anzi le montagne italiane oggi. Un volume corposo che affronta molti temi utile non solo ad addette e addetti ai lavori, ma a chiunque voglia provare ad approfondire lo sguardo sulle terre alte oltre gli stereotipi. In questa intervista Marco Bussone, presidente UNCEM, ci aiuta ad iniziare a capire cosa contiene questi rapporto.

Rapporto 2025 copertina Conosciamo il Rapporto Montagne Italia 2025

Rapporto Montagne Italia 2025, intervista a Marco Bussone

Il 24 giugno è stato presentato a Roma il Rapporto Montagne Italia 2025. È un rapporto molto importante per per contenuti, ma anche per corposità con le sue quasi 800 pagine.
Per capire l’utilità e il senso di questo rapporto ho intervistato Marco Bussone presidente UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani)

Marco spiegaci da dove nasce il Rapporto Montagne Italia 2025, che è un ritorno perchè era qualche anno che mancava.

Sì, erano 8 anni che il rapporto non veniva realizzato, l’ultima edizione era del 2017. C’eravamo lasciati in quell’edizione con gli stranieri che salvavano le filiere produttive della montagna, in particolare nell’agricoltura e nella zootecnia. Oggi invece ritroviamo una situazione parzialmente diversa o comunque da osservare con grande attenzione. Noi abbiamo in tutto il paese, in particolare nel nord Appennino e nelle Alpi, un saldo migratorio positivo con 100.000 nuovi ingressi di cui 65.000 di persone italiane e 35.000 straniere. Questo è un dato che non è omogeneo in tutta Italia. Abbiamo configurato Alpi Appennini in circa 390 aree omogenee composte da più comuni: nel centro sud abbiamo ancora un saldo migratorio negativo, ma abbiamo rilevato come in molte parti delle Alpi, non soltanto a nord-est, il saldo migratorio positivo sia un trend assolutamente da osservare.
È una novità degli ultimi 3 anni che dovremmo andare a indagare nei prossimi anni anche qualitativamente e non soltanto quantitativamente, per capire chi sono queste persone, che cosa fanno, dove lavorano, quali servizi utilizzano e cosa dunque serve mettere in campo.

Da chi è stato costruito questo rapporto?

Il rapporto è nato dal progetto Italiae della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Affari Regionali e Autonomie. È stato curato da Luca Lobianco che aveva già curato le edizioni precedenti insieme a Giampiero Lupatelli; ci sono testi di Fabio Renzi di Symbola, di Nando Pagnoncelli di Ipsos, di Giovanni Cannata, presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo e rettore dell’Università Mercatorum, di Antonio Nicoletti di Legambiente, di Guido Castelli, il commissario del sisma, un testo del ministro Calderoli… Poi abbiamo inserito testi anche di Papa Francesco e del presidente Mattarella che segnalano un’esigenza di lavorare di più insieme fra comuni, che è un po’ la cifra anche dell’impegno degli ultimi 10 anni di Uncem per non lasciare soli i territori e i sindaci.

MARCO BUSSONE UNCEM Conosciamo il Rapporto Montagne Italia 2025
Marco Bussone
In questo rapporto ci sono tanti dati, ma ci sono anche le pratiche…

Sì, perché il rapporto nasce appunto con il progetto Italiae e dal nostro lavoro, in particolare, di accompagnamento della strategia delle Green Community finanziate. Sono 40 in Italia finanziate al PNRR. Noi nel rapporto però presentiamo tutte le 200 Green Community che si sono candidate sul bando nazionale del 2021 e raccontiamo area per area quelle che sono le strategie messe in campo, consapevoli che solo alcune sono state finanziate, ma per noi il dato vero è che ci sono moltissimi territori che stanno reimmaginando se stessi definendo nuovi percorsi.

Mi sembra che una delle riflessioni che possono emergere dal Rapporto sia la centralità delle comunità. È così?
Comunità è un concetto molto articolato e per certi versi anche un po’ abusato. Noi lo interpretiamo in diverse accezioni nel Rapporto. La comunità è quella di un paese che lavora per il proprio paese, che definisce percorsi e strategie con l’amministrazione comunale attraverso le associazioni, le parrocchie, che fa iniziative, condivide valori, condivide del tempo. Questa è la comunità di un paese. Poi c’è una comunità allargata di valle. E allora il punto è come i comuni lavorano insieme. La comunità di una valle è molto difficile da costruire e anche da incentivare.

C’è poi una comunità che è più in generale quella della montagna italiana e su questa bisogna riflettere se sia in grado o meno di fare delle richieste, di essere lobby, di portare avanti iniziative strategiche per il suo futuro e affrontare le crisi climatiche e demografiche. Il il saldo migratorio positivo, non è che toglie di mezzo la crisi demografica che esiste da almeno gli ultimi 20 anni nel nostro Paese.

Dunque, noi dobbiamo analizzare il concetto di comunità, consapevoli che ci sono iniziative di comunità, come le Green Community, le Comunità Energetiche, le associazioni fondiarie, le cooperative di comunità che dimostrano una grande vitalità e una spinta all’innovazione dai territori, che non sempre si trova nelle aree urbane. Dunque quella vitalità va accompagnata con adeguate politiche, investimenti pubblici e determinate scelte.

Hai nominato le comunità energetiche: un altro tema che attraversa tutto il Rapporto è il tema dell’energia che diventa sempre più centrale e importante per la montagna, non solo come servizio ecosistemico da valorizzare.

Infrastrutture energetiche, la comunità che si muove per produrre energia, per risparmiare energia: lo abbiamo raccontato embrionalmente, poi ci sarà una nuova edizione di un dossier a fine anno che indagherà proprio le reti, l’energia in particolare.

Certamente parlando di energia parliamo di idroelettrico, di rinnovo oppure di gara delle concessioni idroelettriche come grande tema che attraversa anche in questi anni una serie di territori. Noi dobbiamo riuscire a dire che è attraverso l’energia, attraverso le reti che la montagna è capace di contare: senza l’energia dei territori montani non ci sarebbero risposte nelle aree urbane e dunque quel ruolo è in qualche modo da riconoscere ed è in qualche modo sempre di più da esaltare.

Quindi l’energia deve sempre diventare non solo un servizio, ma proprio un bene comune, ma forse c’è un cambio di visione, un cambio culturale che deve avvenire su questo tema.

Io credo di sì, con un dato: le rinnovabili sono un pezzo importante dell’economia della montagna, non altre energie, e dunque occorre lavorarci di più e far sì che si superino anche dei no che alcuni territori dicono, alcune paure. Sull’eolico penso, ci sono buoni progetti, buone iniziative, peraltro di comunità con azionariati diffusi, con altre formule che vanno assolutamente ripetuti e devono diventare non le best practice da imitare, ma la regola politica e strutturale.

Che montagna emerge da questo rapporto? Si può riassumere in qualche modo la montagna italiana oppure la complessità è tale che non lo si può fare?

Ma io dico serenamente, tutti i sistemi territoriali, anche quello urbano sono di difficile compressione in definizioni. Ad esempio il Rapporto nell’ultima parte riporta le riflessioni di Nando Pagnoncelli sull’indagini fatta su 1000 italiani. Ci dicono alcune cose che probabilmente non sono quelle che immaginiamo noi come addetti ai lavori sulle Green Community (che pochissimi conoscono) o sulla strategia area interne (che pochissimi conoscono). Eppure Pagnoncelli ci dice che il 56% delle persone intervistate vorrebbe andare a vivere in montagna, che è anche una conferma di quanto detto sul saldo migratorio.

C’è uno spaccato leggendo le strategie di Green Community di grande innovazione, di grande ricerca, anche di grande fantasia amministrativa con progetti veramente di grande spessore inseriti nelle Green Community. Io sono ogni volta sorpreso nel vedere tanta fantasia e anche impegno con pochi risorse. Un conto sarebbe avere fantasie con tante risorse date, invece con poche risorse si stanno trovando soluzioni avanzatissime su tutti i campi delle Green Community.

Poi il rapporto mostra una certa vivacità che riguarda tutto quel mondo del volontariato, del sociale, del terzo settore che si aziona sui territori. Dovremo tornarci anche per capire come si inserisce in una dinamica territoriale chi arriva con chi già c’è. Questo è un grande tema.

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ph Luca Serenthà/Fatti di Montagna
Sicuramente è uno strumento utile in mano agli amministratori e agli addetti ai lavori, ma alle altre persona perché dovrebbe interessare questo rapporto? Cosa possiamo dire loro?

Io credo che interessi nella misura in cui gli si dice che la montagna non è lì soltanto da frequentare per motivi turistici, svago, divertimento, relax come invece emerge anche da tante interviste fatte da Pagnoncelli rispetto alla percezione della montagna. Se usciamo però da queste parole chiave come sci o neve, si può raccontare anche al non addetto ai lavori dell’importanza della gestione forestale, compreso i tagli necessari delle piante che sono da sostituire, bisogna raccontargli che quella protezione dei versanti a vantaggio anche delle aree urbane la si fa appunto con una gestione forestale, gestendo e pianificando il bosco, certificandolo. Raccontare che si possono fare altre iniziative di valorizzazione a difesa dei versanti se si plasma il paesaggio, che non è una costruzione naturale, ma è da sempre una costruzione antropica.

Dunque bisogna raccontare anche al non addetto ai lavori che uscire dagli schemi e da certe ideologie è il modo giusto per approcciarsi a un territorio complesso e fragile che affronta prima di altri la crisi climatica e proprio per questo ha saputo negli anni dare risposte intelligenti e interessanti, prima delle aree urbane e quelle risposte sono di grande stimolo per tutti.

Quindi l’importanza di uscire dalla montagna ideale che non esiste, ma confrontarsi con quella reale...

Lo stereotipo dello spopolamento potrebbe essere un problema se lo reiteriamo e lo usiamo male. Non è detto che sia sempre il termine corretto, forse meglio parlare in alcuni contesti di crisi demografica.

Poi come mi diceva qualche giorno fa il commissario della ricostruzione del sisma nel centro Italia, anche in quelle aree dove sembrano meno interessanti i nostri dati che si fermano al 2023, con meno crescita rispetto ad altre aree montane alpine, i dati del 2024 ci mostrano che anche lì con le adeguate politiche c’è stata una crescita.

Dunque occorre, come sempre diciamo, fare molta attenzione, mistificare meno la realtà, usare meno termini che non sono lo specchio della realtà.

Qui non ci addentriamo in tutti i temi, ma diciamo piuttosto dove può trovare il Rapport chi volesse recuperarlo per approfondire.

Io può recuperare con Rubettino, l’editore, lo può richiedere all’Uncem e il rapporto lo presenteremo e lo omaggeremo a tutti i partecipanti alle 23 presentazioni da qua alla fine di luglio. Poi ripartiremo ad agosto con una serie di presentazioni sui territori perché non ci interessa soltanto andare in quattro-cinque grandi capoluoghi e in centri culturali. La prima presentazione è stata fatta all’Università Mercatorum nel pieno centro di Roma, ma da subito il calendario si muove sui paesi più piccoli e sulle aree più lontane da Roma, lontane da Torino o dai grandi capoluoghi e credo che questo impegno nell’andare sui territori, poi permette anche di dialogare con le persone e capire qual è anche la loro percezione, provando a incrociare la percezione con i dati reali.

Questo andare sui territori può servire per far sì che questo rapporto non rimanga carta, che serva veramente come strumento per la montagna?

Io credo che la cifra di UNCEM sia andare sui territori con migliaia e migliaia di chilometri fatti ogni settimana. Questa è una nostra caratteristica perché è fondamentale non perdersi nei palazzi (dove comunque vengono prese le decisioni e sia a Roma, sia negli altri capoluoghi di regione si deve andare), ma andare sui territori è un modo per stare pienamente in contatto con la realtà.

Poi qualcosa può sicuramente sfuggire, ma il dialogo costante con i sindaci e con la base si fa sui territori e si fa in un rapporto costante di incontro, di dialogo: andare verso, non aspettare che vengano loro.

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ph Luca Serenthà/Fatti di Montagna
È anche la richiesta che si può fare agli amministratori locali?

Assolutamente: di condividere di più fra di loro, di essere più forti nell’insieme, comunità fra loro e con noi, con le organizzazioni. Però lo diciamo anche agli interlocutori politico-istituzionali eletti: sui territori bisogna andare, bisogna andare con proposte, ascoltando, ma anche dando qualche proposizione di intervento, non sempre le cose funzionano solo dal basso, anche dall’alto la politica deve esprimere. È sempre stato così per la montagna, non è detto che solo dal basso nascono le questioni positive, anche quella è una questione ideologica. Dobbiamo incrociare scelte dall’alto fatte da chi viene eletto e chi rappresenta i territori e ha la rappresentanza universale, con le espressioni dal basso e dobbiamo. A volte anche saper incrociare e contemperare le esigenze di un territorio montano con quelle di tutti, altrimenti faremo i portabandiere che a un certo punto diventano ridondanti e persino ingombranti o macchiette.

Cosa manca, se manca, a questo rapporto?

Mancano un sacco di cose e quando io l’ho ricevuto qualche giorno fa, mi sono accorto anche di tanti errori e tante questioni che potevamo scrivere diversamente, ma questo avviene ogni volta che si edita un libro, un’analisi, un testo, però dico che mancano un sacco di cose.
Alcune questioni, come ad esempio quelle più sociali o dicevamo quelle sulle reti sull’energia, le abbiamo rimandate. Siccome 900 pagine non potevano essere moltiplicate all’infinito, le abbiamo rimandate a un’altra edizione di un rapporto che uscirà a fine anno, che unirà altri dati e unirà altre descrizioni di Green Community più nel dettaglio. Poi ci siamo già impegnati, anzi, la data è già abbastanza chiara, giugno 2027, per andare a fondo rispetto ai dati proposti qua, incrociando le altre statistiche degli anni successivi e capire se il trend che abbiamo descritto prosegue e quanti territori ulteriori tocca.

E intanto in questi due anni c’è strada da fare…

Ci sono molte cose da fare, c’è da andare sui territori per capire e accompagnarli per non farli sentire soli. Le solitudini sono un grande problema che subiamo tutti, me compreso, nel rischio di non essere abbastanza capaci di dialogo, di ascolto e di capire quello che si ascolta.

2 Luglio 2025
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RUBRICA A CURA DI:
Luca Serenthà

Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.

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