Il riscaldamento climatico condiziona e condizionerà sempre più gli sport della neve e ovviamente le Olimpiadi invernali. Però è vero anche il contrario: grandi eventi come le Olimpiadi se non organizzati con la priorità (reale!) della diminuzione dell’impatto, hanno un effetto non trascurabile in termini di emissioni climalteranti. Abbiamo, con Daniele Cat Berro preso in considerazione alcuni studi che raccontano questo a cominciare da un interessante confronto climatico con Cortina 1956.

Ascolta la puntata del podcast in cui, con Daniele Catberro, ne abbiamo parlato

Montagne olimpiche, tra neve caduta (poca) e neve prodotta (molta)

Inizialmente si era temuto che le montagne Olimpiche rimanessero nude, senza neve. Poi un po’ di neve è arrivata, senza esagerare, con una prima nevicata alla fine di gennaio, e altre successive che hanno apportato 20-40 cm di neve fresca dai 1000 m circa in su.

Per cui in questi giorni abbiamo spessori di circa 40 cm di neve a Cortina paese sui 1270 m circa.
Abbiamo più in quota sulle Dolomiti Ampezzane tra i 2000 e i 2500 m spessori dell’ordine di 1 m, talora anche un po’ di più e poi abbiamo circa mezzo metro a Livigno e una sessantina di centimetri a Bormio 2000 (il comprensorio sciistico al di sopra di di Bormio)
Quindi le montagne sono bianche e l’immagine internazionale delle montagne italiane come meta per il turismo invernale è salva.

Di per sé l’evento olimpico, comunque salvo già lo era prima, con l’innevamento programmato. Gli stessi organizzatori hanno fatto circolare dei numeri e si parla dii 1.600.000 m³ di neve prodotta, quindi un’enormità. E questo chiaramente non è gratuito. Certamente è insito in un evento di tale portata che non possa essere soggetto all’incertezza climatica e quindi la neve programmata ha permesso una certa tranquillità sulla sua fattibilità nonostante fino a pochi giorni prima mancasse la neve naturale.
Ma non possiamo fingere che ciò non abbia un costo ambientale con elevatissimi consumi di acqua e di energia.

Il clima di Cortina 1956 vs Cortina 2026

È curioso fare un confronto con quello che era accaduto durante le precedenti Olimpiadi ai Cortina nel 1956 esattamente 70 anni fa. In quell’occasione si era agli inizi una delle più grande delle più grandi ondate di freddo del 900, insieme a quella del 1929. A inizio febbraio 1956 iniziò questa lunga intensa ondata di gelo che interessò praticamente tutta l’Europa, centro meridionale con delle temperature veramente tremende, anche sotto i -30.

A Cortina paese si scese a -20, ma si scese anche a -11 in centro a Milano, si arrivò perfino a -26 nelle campagne innevate intorno a Bologna e -6 in centro a Roma. La neve arrivò a imbiancare in abbondanza perfino Agrigento e si imbiancò l’isola di Linosa: quindi veramente un evento storico. Il tutto a pochi giorni dalla fine delle Olimpiadi di Cortina 1956.

Al di là di questo estremo sappiamo però che in questi 70 il clima è cambiato in maniera molto vistosa. Un’analisi del gruppo di ricerca americano Climate Central ha valutato che da allora la temperatura media di febbraio sul nord Italia è aumentata di 3,5° e questo, per rendere l’idea corrisponde ad un dislivello termico dell’ordine dei 600 m. Quindi vuol dire che oggi a febbraio intorno ai 1000 m c’è il clima che c’era in Pianura Padana 70 anni fa.

Di conseguenza si è ovviamente molto ridotto (si stima del 19%) il numero di giorni di gelo, che sono anche quelli favorevoli alla caduta di neve e alla conservazione del del manto nevoso. Sappiamo anche da altri studi recenti (che abbiamo già avuto modo di commentare) che sul versante sud delle Alpi, a quote tra 1000 e 2000 m, nell’ultimo mezzo secolo la durata della neve al suolo si è accorciata di un mese.

Le Olimpiadi e l’impatto climalterante

Se questo innalzamento delle temperature va ovviamente a penalizzare anche la fruibilità dei compressori sciistici,
fa però riflettere il fatto che le stesse Olimpiadi invernali siano a loro volta dei potenti emettitori di gas effetto serra e quindi, pur fatte, le dovute proporzioni di scala, contribuiscono a far fondere la stessa neve da cui dipendono.

A questo proposito, alcuni giorni fa, il New Weather Institute e l’organizzazione Scientists for Global Responsibility hanno diffuso il rapporto Olympics Torched in cui hanno calcolato, basandosi sui dati ufficiali, che le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 comporteranno emissioni serra dell’ordine di 930.000 tonnellate di CO₂, circa metà delle quali dovute ai viaggi degli spettatori.

In questo conteggio poi c’è anche la realizzazione di nuove infrastrutture, di nuovi impianti, spesso con cantieri invasivi. Tutto questo porta a un impatto ambientale e climalterante.

Se però a questo conteggio aggiungiamo anche gli effetti delle sponsorizzazioni inquinanti di aziende direttamente legate al mondo dei combustibili fossili si stima che il totale delle emissioni di questi giochi invernali salga a circa 2,2 milioni di tonnellate di CO₂. Questo valore detto così può dire poco, diamo perciò un riferimento più concreto: emissioni di quel tipo potrebbero comportare a livello globale, una perdita di 5,5 km² di copertura nevosa e di oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio di ghiacciaio. È un impatto tutto fuorché trascurabile.

Gli autori di questo rapporto tengono a precisare che non è inesorabile che eventi di questo tipo abbiano un impatto così significativo livello ambientale e climatico. C’è un ampio margine di riduzione dell’impatto clima alterante (o in questo caso ci sarebbe stato), ad esempio, evitando le sponsorizzazioni da parte di aziende altamente inquinanti o ancora la costruzione di nuove infrastrutture o impianti sportivi laddove si può riutilizzare quanto quelli esistenti o anche limitando, dove praticabile, il trasporto aereo degli spettatori tramite la promozione delle linee pubbliche di superficie anche con tariffe agevolate. Spunti per un’attenzione a diminuire il più possibile l’impatto dei giochi olimpici che dovrebbe diventare prioritaria. Come peraltro erano le promesse largamente disattese di Milano-Cortina 2026.

camion eni Clima olimpico. Come il riscaldamento climatico condiziona le Olimpiadi invernali e viceversa.
Sponsor al seguito della fiamma olimpica (foto FdM/L. Serenthà)

Il riscaldamento climatico condizionerà sempre più le Olimpiadi Invernali

Da quanto detto è significativo notare anche come in questi 70 anni dal ’56 ad oggi gli inverni si siano, possiamo dire, indeboliti e, in maniera che sembra quasi inversamente proporzionale, i grandi eventi come le Olimpiadi abbiano aumentato il loro gigantismo.

Nel 2024 era stato pubblicato un altro studio, in questo caso sulla rivista internazionale Current Issues in Tourism che analizza come la stessa scelta delle località per svolgere i giochi olimpici invernali è sempre più ristretta e sarà sempre più ristretta in conseguenza dell’aumento delle temperature.

Prendendo a riferimento uno scenario intermedio di emissioni serra e di conseguente riscaldamento atmosferico, di 93 località esaminate solo 52 rimarrebbero ancora climaticamente adatte a ospitare i Giochi Olimpici Invernali nel 2050 e solo 46 negli anni 2080.

Se prendiamo in considerazione i Giochi Paralimpici, che si organizzano solitamente in marzo, la loro collocazione più tardiva gli espone ancora di più agli effetti del riscaldamento e infatti delle 93 località esaminate, solo 22 sarebbero ancora adatte ai Giochi Paralimpici in marzo nel 2050 e 16 nel 2080.

Anche in questo caso gli autori sottolineavano che se l’innevamento artificiale può fornire una (temporanea) modalità di adattamento non se ne possono trascurare le evidenti implicazioni ambientali.

12 Febbraio 2026
Condividi
RUBRICA A CURA DI:
Società Meteorologica Italiana

La Società Meteorologica Italiana è la maggiore associazione nazionale per lo studio e la divulgazione di meteorologia, climatologia e glaciologia. È un’associazione scientifica senza fini di lucro e opera su tutto il territorio nazionale conservando stretto legame con la Società Meteorologica Subalpina che ne è socio fondatore nel territorio alpino occidentale, Francia e Svizzera incluse. SMI  promuove ed incoraggia lo sviluppo e la conoscenza delle scienze dell’atmosfera in Italia. Appartiene a UniMet (Unione Meteorologia Italiana) ed all’European Meteorological Society.

Scheda partner