Capita che alcuni luoghi, più di altri colpiscano la nostra fantasia. Luoghi concreti, con una loro storia reale che però accendono in noi quell’innata attitudine di noi umani a raccontare storie. E allora perchè non lasciarla volare quella fantasia generatrice di storie? È ciò che fa Flavia Cellerino raggiungendo a piedi l’antico paese di Ferrere, e “un lamento dolce di cantilena si alza in direzione dell’Ubac…”

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Nel vallone di Ferrere

Da Sambuco la statale risale rapidamente e linearmente verso Pietraporzio e le sue frazioni, in particolare Pontebernardo, disposta a ridosso di una ampia bastionata di roccia nominata “le Barricate”, luogo di nascita dell’atleta olimpica Stefania Belmondo. La strada poi corre sotto una lunga galleria che protegge il nuovo tracciato dagli scarichi di neve e roccia possibili nell’inverno (o in seguito a pioggia violenta). Il vecchio percorso, meno sicuro, manteneva il fascino del canyon alimentato dalla stratificazione complessa e movimentata strapiombante sul corso del fiume ed è percorribile, pur con qualche attenzione, a piedi.

Alcuni ampi tornanti, anticipo di una serie più numerosa sotto il passo della Maddalena, permettono di raggiungere la conca di Bersezio, protetta da una splendida sequenza di vette montuose, appuntite e sontuose.

Da Bersezio parte una strada diretta al paese di Ferrere, in un vallone laterale, che, come denuncia, il nome del paese, aveva nelle pur modeste estrazioni ferrose, una vocazione e una storia.

La strada per Ferrere è stretta, soggetta a frane, va percorsa con prudenza, ma raggiungere il piccolo paese consente di entrare in un mondo sospeso nel tempo, restaurato negli ultimi anni da mani operose e capaci, rivitalizzato dalla presenza di un attivo rifugio ristoro, arricchito dal piccolo museo del contrabbandiere.

Ed è in questo paesino che, guardando lo scosceso vallone che raggiunge il colle del Ferro, sul confine con la Francia, oppure i fianchi dei Becchi Rossi ricoperti da rutilanti boschi di larici danzanti nel vento, la mia fantasia si è raccontata una storia.

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Faceva già freddo. I larici infiammavano i valloni, candele accese dalla luce diagonale della fine di ottobre, seguendo il profilo di boschi scuri nei quali gli abeti rafforzavano i loro aghi perenni. L’erba sfinita, gialla e grigia, sottomessa alle brine delle notti lunghe, spezzata, mulinava nell’aria e si riposava nei canti di sentieri, sui bordi di muri, resisteva in radi ciuffi all’alpe, bottino per selvatici che ancora brucavano, prima delle carestie invernali.

Le pareti rocciose piangevano un continuo umidore di piogge lente, di molli nevi timide: lacrime che diventavano scarsi rivoletti verso il piano, increspati al mattino da una patina vetrosa di giovane ghiaccio. 

Nei canali a nord, in alto, il sole non arrivava quasi più, ombre su ombre disegnavano forme nuove, ingannando gli sguardi lontani, dalla valle.

Molto, molto più in basso una famiglia di case allineate sul pendio, ad esso sodali, affiancate da una strada vagamente curva che risaliva, stanca, dalla pianura.

Luci gialle tremule da finestrelle piccole, vetri opachi di vapore e fumi densi da tozzi camini, odori di tabacco e legno buono nel vento calmo, tondo.

Nelle cucine, spartite le castagne morbide nel latte, rassettato il desco, rinfocolato il camino, si filava e si pregava, si sonnecchiava, si raccontavano le solite storie della notte dei morti, mentre con occhi attenti qualcuno scrutava le cime.

Prima di mezzanotte una strana calma agitava il buio: nel silenzio un lamento dolce di cantilena s’alzava in direzione dell’Ubac, si rafforzava rimbalzando sulle balze sino a rotolare verso il paese.

Nomi antichi di donne, uomini, bambini si univano tra loro, generazioni e generazioni si abbracciavano nella brezza, brillando tenui, appena percepibili nella inusuale nebbia che li accompagnava.

Spiriti. Gli spiriti dei morti scendevano a salutare i loro vivi, a salutare gli antichi alpeggi, a cercare la geografia di luoghi noti, poi mutati nel tempo. 

Frusciavano guardinghi lungo i muri che avevano abitato, ricordavano gesti amati, rimboccavano ruvide coperte, baciavano con labbra inesistenti le fronti degli eredi dormienti, si insinuavano nei loro sogni per salutarli, mai per spaventarli.

Spiriti risalivano nel vento ora più insistente, sulla cima più alta, già protesi, in vortice, verso il firmamento. 

Siamo stati, siamo, saremo: roccia, polvere, stella, vento.

25 Agosto 2026
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RUBRICA A CURA DI:
Flavia Cellerino - Artesulcammino

Artesulcammino nasce a Genova nel 2005 da un’idea, allora davvero innovativa, di Flavia Cellerino: coniugare arte e territori facendoli diventare la chiave per comprendere più a fondo l’interazione fra umanità e ambiente.

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