Osservare attentamente ciò che ci sta attorno, i luoghi che attraversiamo camminando su un sentiero, può diventare anche un gioco: scovare richiami ad opere di artisti che hanno prima di noi osservato e rappresentato la montagna. Un po’ come provare a vedere con i loro occhi. Flavia Cellerino racconta come il suo vagabondare per sentieri diventa frequentemente un gioco di rimandi. Voi sapreste osservare in questo modo il paesaggio attorno a voi?

DSCN3386 Camminare giocando con l'arte

Da decenni la mia estate trascorre, in parte, in un paese a 1187 m slm in Valle Stura di Demonte (Cn): Sambuco. È un luogo che ha cambiato pelle negli ultimi cento anni: borgo che contava più di 1200 abitanti e che ora accoglie circa 85 persone. 

Ai piedi del Monte Bersaio, una montagna dal sapore dolomitico, però, transitano tanti appassionati di escursionismo, sci alpinismo e ora anche ciclo turismo, accolti con simpatia e servizi di qualità che, ed è un grande valore, non si piegano alle mode del momento.

Qui ho costruito amicizie ruvide e solide, che si rinnovano anno dopo anno, che si mantengono grazie alle tecnologie nei mesi invernali.

Entrando in punta di piedi in questo mondo ho imparato a osservarlo, amarlo, descriverlo. 

Vorrei portarvi con me, con questi piccoli racconti d’estate, fatti di cose modeste, di istanti, di sguardi, di attenzioni minute, ma non per questo minori: è il mio modo per ringraziare territorio e persone e per indicare, senza voler insegnare nulla a nessuno, come la “vacanza” non sia un vuoto da riempire con cose effimere, ma sia spesso già densa di emozioni, incontri, riflessioni, bellezza, scoperta, silenzio e pensieri da far crescere dentro di noi.

Déjà vu

Si dice che il dèjà vu sia un fenomeno psichico e illusorio che consiste nell’erronea convinzione di aver già vissuto una determinata situazione, pur nella consapevolezza di non essersi mai trovati in detta circostanza.

Pare che circa l’80% della popolazione “normale” abbia sperimentato una o più volte questo fenomeno, che può generare un temporaneo disorientamento, perché la mente e la memoria non riescono a collocare correttamente l’esperienza, non avendola, appunto, già vissuta.

Per estensione, tuttavia, credo che si possano istituire, legittimamente, nuove categorie di déjà vu, per così dire meno traumatiche e più divertenti, e forse ognuno di noi ci può provare.

Il mio, personale, bagaglio di déjà vu è figlio della conoscenza di alcuni artisti che amo particolarmente, la frequentazione delle opere dei quali genera continui rimandi sensoriali: se vi faccio qualche esempio capite subito.

Albrecht Dürer, pittore nato a Norimberga nel 1471 e morto nella stessa città nel 1528, ha viaggiato molto, anche in Italia e sulle nostre Alpi. Grande interprete della realtà naturalistica che aveva occasione di osservare durante i suoi spostamenti, senza il piglio scientifico e analitico del suo quasi contemporaneo Leonardo Da Vinci (1452-1519), ci ha lasciato alcuni taccuini di viaggio veramente unici. Mi stupisce, ogni volta, la sua capacità di essere roccia, lepre, fiore: quel farsi paesaggio, quella capacità di vedere realmente le cose e raccontarle per come sono. Un grande, insomma.

L’altro giorno, girovagando all’inizio del vallone della Madonna, lungo l’avvio di un sentiero strategico che consente di raggiungere la vetta del Bersaio, del Nebius, e di risalire il vallone sino allo spartiacque con la Val Grana e la Val Maira, portandosi sull’Altopiano della Gardetta, oppure sulla bellissima, petrosa vetta di Rocca La Meja, il mio occhio è stato attratto da una apparentemente insignificante balza rocciosa dominata da un po’ di vegetazione.

Se non avessi ammirato con meticolosa attenzione i fogli acquarellati di Durer quella balza non mi avrebbe detto nulla…. e invece io l’avevo già vista, grazie e attraverso gli occhi di questo grande artista. 

Ancora.

C’è un momento particolare all’inizio o fine di una limpida giornata estiva in cui il sole, che sta sorgendo o sta tramontando lascia percepire un sentore di luce, sufficiente ad intravvedere i contorni dei monti, i quali sono o diventano lividi, color lavagna sul cielo che si va schiarendo o scurendo.

Quel grigio viola è stato il colore manifesto degli impressionisti, un colore contestato, inizialmente, non capito, criticato aspramente dai soloni dell’arte accademica, abituati alla replica pedissequa delle forme e delle cromie, poco avvezzi ad accettare novità e sperimentazioni.

Il colore grigio viola si è appropriato delle tavolozze espressioniste ed è diventato uno tra i più amati e frequentati da Ferdinand Hodler (1853-1918), che considero una sorta di vecchio caro amico, del quale credo di conoscere abbastanza bene produzione, poetica, biografia tanto da immaginare, qualche volta, i suoi sentimenti di fronte alle Alpi da Lui amate.

Così quando al mattino presto, molto presto, o alla sera “Sola et pensosa i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti” (Petrarca), Hodler e i suoi quadri mi fanno compagnia, in controcanto ai panorami che si ergono innanzi a me, visti tante volte eppure sempre nuovi. Hodler adorava le Alpi, le ha dipinte contemplandole, senza mai stancarsi di frequentare sempre i medesimi luoghi e le consuete visuali, trasformando il sentimento interiore nell’azione del pennello, immortalando le sue emozioni, regalandocele per sempre. 

Il mio numero di déjà vu artistici è notevole, in continua evoluzione, a volte è un piccolo artifizio barocco che adotto per rendere meno noiose le mie camminate solitarie, quando la fatica aumenta.

François Millet (1814-1875) è un pittore francese che ha saputo, in maniera del tutto personale, nobilitare la vita dei contadini, trasponendola su un piano quasi spirituale, depurandola di ogni asprezza, di ogni sudore, facendola diventare ritmo di danza, nell’incedere lento delle spigolatrici, dei falciatori, dei coltivatori di patate (e Millet era amatissimo da van Gogh, ma questa è un’altra storia). Lo porto con me quando percorro il “Viol di Muart” che dalla frazione di Clauzio raggiunge la vecchia chiesa di san Giuliano e l’adiacente cimitero. Questo sentiero è orientato sull’asse est ovest, e al tramonto cammino verso il sole che scompare, con rigurgiti di luce che si spargono ovunque, illuminando i campi da sfalcio, tagliati ormai grazie a rapidi trattori che in due giorni svolgono il lavoro che un tempo richiedeva settimane.  Millet ri-ordina il mio campo visivo, riportando, in un gioco temporale, la sua campagna nella mia, il suo tempo nel mio, il passato nel presente e viceversa.

Potrei continuare, ma credo abbiate capito questo piccolo gioco di rimandi, se volete un mero esercizio di memoria, che però può essere una piccola educazione sentimentale che dà senso e valore a tutto quanto riusciamo a rendere vivo e presente in noi. 

7 Agosto 2026
Condividi
RUBRICA A CURA DI:
Flavia Cellerino - Artesulcammino

Artesulcammino nasce a Genova nel 2005 da un’idea, allora davvero innovativa, di Flavia Cellerino: coniugare arte e territori facendoli diventare la chiave per comprendere più a fondo l’interazione fra umanità e ambiente.

Scheda partner