Quanti sentieri abbiamo percorso e stiamo percorrendo anche quest’estate? Soffermiamoci a interrogarci sul senso di questi tracciati che vengono da lontano e che, nell’atto del camminare, ci permettono di riconnetterci a tutte le generazioni che ci hanno preceduto. Che senso ha un sentiero oggi? Flavia Cellerino ci tratteggia una traccia per provare a rifletterci: i sentieri non vanno valorizzati e non devono essere oggetto di compravendita se non vogliamo perdere qualcosa di molto più profondo di un semplice itinerario.

DSCN3386 Il senso del sentiero

Da decenni la mia estate trascorre, in parte, in un paese a 1187 m slm in Valle Stura di Demonte (Cn): Sambuco. È un luogo che ha cambiato pelle negli ultimi cento anni: borgo che contava più di 1200 abitanti e che ora accoglie circa 85 persone. 

Ai piedi del Monte Bersaio, una montagna dal sapore dolomitico, però, transitano tanti appassionati di escursionismo, sci alpinismo e ora anche ciclo turismo, accolti con simpatia e servizi di qualità che, ed è un grande valore, non si piegano alle mode del momento.

Qui ho costruito amicizie ruvide e solide, che si rinnovano anno dopo anno, che si mantengono grazie alle tecnologie nei mesi invernali.

Entrando in punta di piedi in questo mondo ho imparato a osservarlo, amarlo, descriverlo. 

Vorrei portarvi con me, con questi piccoli racconti d’estate, fatti di cose modeste, di istanti, di sguardi, di attenzioni minute, ma non per questo minori: è il mio modo per ringraziare territorio e persone e per indicare, senza voler insegnare nulla a nessuno, come la “vacanza” non sia un vuoto da riempire con cose effimere, ma sia spesso già densa di emozioni, incontri, riflessioni, bellezza, scoperta, silenzio e pensieri da far crescere dentro di noi.

Valorizzare? Preferisco ridare senso 

In Occidente nel medioevo si afferma progressivamente la concezione dell’Homo viator, l’umanità in cammino, l’umanità pellegrina sulla terra, alla ricerca di sé, del proprio destino, ripartendo costantemente dall’interpretazione dei testi biblici e dalla patristica. Nel 1945 il filosofo Gabriel Marcel pubblica un saggio intitolandolo, appunto, Homo Viator, evidenziando, alla dimane dell’ecatombe della Seconda guerra Mondiale, come il cammino possa essere una metafora di speranza, di desiderio di scoperta e di apertura verso un futuro da costruire, percorrere, raggiungendo mete fisiche o spirituali.

Camminare, insomma, ci contraddistingue come umanità: siamo scesi dagli alberi e ci siamo evoluti adattandoci al movimento bipede. Ci siamo ambientati in tutti i climi raggiungendo a piedi (e qualche volta con rudimentali imbarcazioni), ogni angolo della terra. Abbiamo costruito una rete di percorsi, piste, sentieri, strade che ha avvolto il mondo molto prima delle reti e delle connessioni del web.

Ora, qui, non è il caso di riprendere le migliaia di pagine dedicate al rapporto tra cammino, cultura, filosofia, fede, arte, psicologia, sport, fisiologia… molti libri dedicati al camminare hanno negli ultimi anni letteralmente invaso il mondo editoriale, raccontando esperienze personali, riflessioni, legando nuovi temi ad altri quasi millenari; tuttavia, mi soffermo su un dettaglio, che mi ha sempre accompagnata, forse per via della mia formazione di storica.

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Quando camminiamo compiamo un gesto senza tempo, azzeriamo la distanza tra noi e le migliaia di generazioni che ci hanno precedute, andiamo alla stessa velocità, i nostri sensi percepiscono quanto ci circonda nello stesso modo, potenzialmente, dell’umanità all’alba della storia: siamo ciò che eravamo e diventiamo qualcosa di nuovo. In generale, nella vita di molti di noi, che viviamo in una città occidentale, camminare da un punto all’altro della città significa, comunque, spostarsi su percorsi predefiniti che non abbiamo ideato, piccoli frammenti di strade dotate di nomi ufficiali, infrastrutturate, definite.

Un tempo, invece, soprattutto al difuori delle città, i sentieri e le carrarecce sono nati per connettere villaggi, campi, mercati: sono stati tracciati da volontà comuni, da necessità primarie; sono stati mantenuti, migliorati, ricostruiti da mani nodose, affaticate e sapienti che sapevano spostare un sasso nel posto giusto, sfruttare una balza, un solco naturale, un pendio.

Guardare un colle, una montagna con attenzione permette spesso di intuire il percorso: è un esercizio affascinante che diventa esperienza quando poi risali e capisci che la traccia non poteva che passare da lì, dove l’occhio aveva intuito.

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Salendo verso molti colli, sulle Alpi, dove si incistano i resti di casermette e punti di osservazioni, la struttura dei sentieri non cambia. Si aggrappa alle pietre col suo incedere a zig-zag, resiste al tempo, alla pioggia, alle slavine. I sentieri non sono strade. Hanno una dignità propria, una loro fisionomia, le loro regole. Lungo i crinali corrono veloci, aerei, regalandoti una visione filmica di ciò che ti circonda, ma infliggendoti la fatica di un ritmo impermanente. 

Quando il crinale si interrompe, sgravandosi in una colletta, in un passo, in una forcella, ti strappano alla quota: la discesa diventa un esercizio di umiltà, una fatica imposta che rafforza la volontà. I sentieri di mezzacosta sono lunghi, sinuosi, costanti, rassicuranti, soprattutto quando sono avvolti dal bosco, i giochi in controluce del sole tra i rami, il verde spento o brillante dei muschi, le geometrie irregolari di quanto è lasciato ai bordi. I sentieri di mezzacosta si srotolano, talora, su erti pendii: allora è la vertigine da vincere, per andare oltre.

I sentieri di fondo valle cuciono tra loro antichi villaggi, accompagnano i fiumi, cercano il guado più facile che diventerà ponte: hanno la mestizia di chi sta sempre in basso, ma in un moto d’orgoglio guadagna la vittoria risalendo il valico, trovando un’altra valle, un altro fiume, un’altra storia. I sentieri hanno un loro perché, un loro senso profondo, una ragione di essere. 

Ci sono strade inutili, ma non sentieri inutili

I sentieri sono amici del nostro passo, poiché figli del nostro passo.

È forse per questo che sono sempre più allergica ai progetti di “valorizzazione” della sentieristica, una sentieristica immensa che attraversava la nostra Penisola, nata da storie plurisecolari e che non ha bisogno di valore, ma di nuovo senso, di nuovo significato.

I sentieri erano funzionali a una vita che di fatto non esiste (quasi) più: anche chi vive e lavora in montagna, spesso, si sposta con un fuoristrada o con una moto per raggiungere pascoli e alpeggi. 

Molti percorsi a partire, soprattutto, dal dopoguerra, sono spariti; sono stati cancellati dall’abbandono delle “terre alte”, semplicemente come sono state lasciate le case e spariti i villaggi sono morti anche i collegamenti tra loro; altri sono stati sostituiti da strade asfaltate (il cui andamento sulle montagne è completamente diverso dal sentiero), altri sono rimasti, fossili guida che resistono a ogni incuria a ogni oblio.

Alcuni sentieri hanno resistito perché percorsi da chi, appassionato cultore del cammino quando fare i trekking non era di moda, ha continuato a pulirli, segnalarli, raccontarli, mantenendo vivo un patrimonio sotto certi aspetti ormai inutile.

Ora il trekking è tornato di moda, i cammini più o meno storici si moltiplicano a modello del grande Cammino di Santiago, cammino storico europeo, gratificato da un imprimatur della Comunità Europea che gli ha riconferito l’antica, medievale, dignità di percorso facendolo diventare – anche – un progetto alternativo di sviluppo territoriale. 

Il Cammino di Santiago, che nella realtà era un sistema complesso di percorsi integrati tra loro a ricoprire la penisola iberica da nord a sud via via che avanzava la Reconquista, ha riconquistato un suo senso nell’oggi per chi lo percorre. 

WhatsApp Image 2026 08 02 at 15.35.50 Il senso del sentiero

Credo che anche i sentieri che esistono ancora, o che possiamo riscoprire, non abbiano bisogno di essere valorizzati: il loro valore sta nel fatto che sono esistiti per assolvere un compito, che sono stati usati, che sono stati mantenuti.

I sentieri hanno bisogno di riacquisire il loro perché in questo tempo che potrebbe anche negarli, non utilizzarli più, che li percorre per motivi molto diversi da un tempo, ma che decide di percorrerli ancora. Che li percorre, forse, proprio perché, nonostante tutto l’homo è viator, e se smette di camminare smette di essere umano.

E, in termini forse, estremi, credo anche che il cammino non possa essere venduto, controllato, eterodiretto. Il cammino su un sentiero dovrebbe restare, il più possibile, la frontiera concreta della libertà di scegliere dove andare, come, per quanto. Perché nel momento in cui anche camminare è oggetto di compravendita non abbiamo più niente. Pensiamo di aver dato valore e non possediamo più neppure il nostro passo.

14 Agosto 2026
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RUBRICA A CURA DI:
Flavia Cellerino - Artesulcammino

Artesulcammino nasce a Genova nel 2005 da un’idea, allora davvero innovativa, di Flavia Cellerino: coniugare arte e territori facendoli diventare la chiave per comprendere più a fondo l’interazione fra umanità e ambiente.

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