Continua a tenere banco la questione rifugi e frequentazione turistica della montagna durante l’estate della pandemia. Il CAI si muove per permettere il più possibile le aperture e intanto si fanno ragionamenti e riflessioni. Roberto Serafin ha raccolto più voci per darci un quadro che avrà sicuramente ulteriori sviluppi, ma dal quale potrebbero uscire anche opportunità di cambiamenti non negativi… Ovviamente il tema ha tante sfaccettature e quindi, se volete, aggiungete anche le vostre riflessioni.

Qui il podcast con anche questi fatti

L’Italia è un paese montuoso, ma nel dibattito sulla fase 2 del coronavirus si parla solo di stabilimenti balneari e la montagna non sembra rappresentare una priorità. In realtà il tema della riapertura dei rifugi (327 sono quelli di proprietà del Club Alpino Italiano) si sviluppa di giorno in giorno non solo fra addetti ai lavori anche in considerazione che queste strutture danno da vivere a centinaia si famiglie e rappresentano un pilastro insostituibile del turismo alpino. In attesa delle annunciate linee guida per le capanne che riapriranno, è di questi giorni la notizia che il Cai fornirà a tutte le sezioni proprietarie un kit di sanificazione per ciascun rifugio comprensivo di un saturimetro e un termometro per misurare la febbre. 

Come dimostrano le linee guida elaborate nel frattempo dalle Guide alpine e dalla Società di Medicina di Montagna anche le più semplici escursioni in comitiva organizzate dalle sezioni del Cai dovranno tener conto di regole mai immaginate, come prendere la temperatura a tutti i partecipanti e far compilare questionari di autocertificazione su patologie passate e presenti. Prendere o lasciare, questa è la realtà con cui occorre fare i conti. Un vademecum per evitare gli ingorghi viene tra l’altro annunciato sull’Eco di Bergamo dal Cai Orobico. Niente di nuovo sotto il sole. In Francia sono molto praticati i circuits pedestres segnalati con segnavia di vari colori in base alla lunghezza e difficoltà. “Studiamo percorsi ad anello per limitare al massimo la possibilità che i camminatori si incontrino”, spiega Paolo Valoti presidente del Cai di Bergamo.

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Rifugio Quintino Sella al Felik
In apertura rifugio Quintino Sella al Monviso con tende Ferrino
(foto L. Serenthà)

Qualche altra novità alla spicciolata. Nel Trentino i rifugi potranno ampliare la superficie esterna coperta attraverso tettoie con il solo permesso del sindaco, e ciò per consentire ai turisti di banchettare all’aperto giustamente distanziati. Tra le proposte del presidente generale del Cai Vincenzo Torti sempre in primo piano è la possibilità di prevedere il pernottamento in tenda al di fuori delle strutture se proprio necessario. Ipotesi però esclusa, salvo ripensamenti, dalla Società Alpinisti Tridentini che vanta grande esperienza in tema di rifugi e anche da Giuseppe “Popi” Miotti gestore del sito rifugi- bivacchi.com che in un’intervista a Mountcity si è detto scettico sulla possibilità di un adeguato servizio ricettivo soprattutto in quelle capanne che non godono di facili accessi: sanificare i locali ogni giorno, distanziare gli utenti come stabilito dalle ordinanze sarebbe un compito enorme, secndo Miotti, che si aggiunge al già non facile lavoro del gestore. 

Tra le misure che il Club alpino sta provvedendo a mettere in campo va segnalata un’apparecchiatura per la sanificazione degli ambienti e dei locali a base di ozono. “Avrà il marchio Cai e sarà data gratuitamente a tutti i nostri rifugi. La sta approntando un’azienda della Lombardia, studiata per noi”, annuncia Giacomo Benedetti, presidente della Commissione centrale rifugi e opere alpine. Un’iniziativa simpatica potrebbe essere quella, in caso di chiusura, di lasciare al rifugio bibite a disposizione a pagamento anche in assenza del custode come da sempre avviene nelle capanne del Canton Ticino. 

È interessante tenere conto di come si sta organizzando ad Alagna Valsesia, in Piemonte, la società Rifugi Monterosa che gestisce quattro strutture che spaziano dai 1.575 metri del Rifugio Pastore ai 4.454 metri della Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa.  “Per il pranzo”, spiega a Montagna Tv Anna Pagani, una dei gestori del rifugio Pastore all’Alpe Pile, “potenzieremo il servizio self service esterno, garantendo il distanziamento sociale e pensando a un packed lunch semplificato, e proporremo più turni in sala, estendendo il servizio al tavolo all’ampia terrazza esterna. Per i servizi igienici, varranno le stesse regole per tutti i nostri rifugi: sarà necessario gestire la coda, intensificare i controlli, valutare l’ipotesi dell’aggiunta di bagni chimici e soprattutto puntare sull’igienizzazione, anche ogni ora. Così come negli altri ambienti comuni e nelle stanze da letto, dove già utilizziamo pulitori a vapore a 100 gradi e set di biancheria usa e getta”.

rifugi e bivacchi Rifugi purché con il kit

Intanto sull’importanza che i rifugi riaprano va tenuto conto dell’opinione dell’architetto Luca Gibello presidente dell’associazione culturale Cantieri d’alta quota e autore con i colleghi Roberto Dini e Stefano Girodo dell’importante saggio storico-critico “Rifugi e bivacchi. Gli imperdibili delle Alpi” (Hoepli, 2018). E non si può che apprezzare la volontà con cui tecnici e studiosi come Gibello, Dini e Girodo tengano alta l’attenzione in un momento come questo su un patrimonio collettivo fondamentale per uno sviluppo responsabile della montagna e una frequentazione consapevole.

“Talvolta”, osserva Gibello, “capita che non vi sia nulla di più definitivo delle trasformazioni provvisorie. Così, prima d’intervenire sullo spazio fisico dei rifugi (tavoloni dei refettori sostituiti da tavolini? Cameroni da camerette?) prendiamoci un attimo per riflettere, per non rischiare di buttare il bambino con l’acqua sporca. Bene sta facendo il Cai a intervenire tempestivamente nel garantire fondi di solidarietà per i rifugi e i rifugisti (che, ricordiamolo, di quella passione, che è pur sempre un lavoro, debbono campare): una meritoria quanto doverosa politica di welfare per affrontare un’emergenza che, si spera, sia temporanea”.

Gibello si augura che possa esserci un risvolto (positivo) della medaglia. “Chissà”, ipotizza, “che le limitazioni di spostamento, gli accessi contingentati e programmati, non favoriscano una ridistribuzione dei flussi. Limitati negli spostamenti, scopriremo la montagna di prossimità, puntando agli itinerari meno battuti? Perché, dato che qui non parliamo delle strutture comodamente raggiungibili in auto o funivia (per quelle valgano pure le norme da applicare a bar, ristoranti e hotel), al di fuori delle mete iper-inflazionate, la montagna è assai deserta, e molti rifugi non sono overbooking neanche nei fine settimana di agosto. Può darsi che, quando a fine anno stileranno il bilancio, alcune strutture remote, nei luoghi e nella nostra immaginazione, riportino addirittura il segno più”. Incidentalmente va segnalato che anche Pietro Giglio, presidente delle Guide alpine, auspica un nuovo immaginario per gli alpinisti che hanno il chiodo fisso del Bianco o del Cervino

A pensarla più o meno così, infine, è il milanese Paolo Paci, scrittore, alpinista appassionato, che si confessa refrattario ai pernotti sia in rifugio sia in tenda.  “Secondo me”, dice Paci, “in questa emergenza può rispecchiarsi il futuro prossimo della nostra montagna. Oltre che sudarsela a piedi, bisognerà anche prenotarla, come si fa con i buoni ristoranti e i musei più famosi. Non è male in fondo l’idea che l’ambiente alpino torni a essere prezioso, magari poco meno fruibile, ma anche meno consumistico e consumato”. (Serafin)

30 Aprile 2020
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