Per immaginare oggi un’Europa migliore fatta d’integrazione, di abbandono graduale dell’idea di stato-nazione, di territori, di allargamento di competenze, bisogna aver il coraggio di guardare lontano come lo si fa da una vetta di una montagna. Serafin ci porta a riflettere su questo ricordando quando arrivarono sui pennoni dei rifugi le bandiere blu con le stelle gialle. Per far crescere una cultura della pace che possa animare le scelte della politica europea è importante anche nel quotidiano impegnarsi per costruirla. Noi proponiamo di abbandonare il lessico di origine bellica che è stato legato alla montagna e lavorare sulle relazioni con ambiente e persone.

Bandiera Europa sullo Scarpone Montagne sotto i cieli d'Europa

Rifugi sotto i cieli d’Europa

“Sotto i cieli d’Europa” fu lo strillo nella prima pagina del notiziario del CAI Lo Scarpone. Era il mese di maggio del 1998, cinque anni erano trascorsi dal trattato di  Maastricht dove nel 1992 venne firmato il famoso documento che ha condotto all’adozione dell’euro. “Una testimonianza più che mai d’attualità”, osserva oggi l’amico Luca Serenthà di Fatti di Montagna, “ora che quel sogno nato con ancora il rimbombo della seconda guerra mondiale nelle orecchie sembra prendere strade diverse…”.

La foto che chi scrive scattò al Rifugio Brioschi, mentre il Grignone all’imbrunire era ancora impreziosito da lingue di neve primaverile mostrava una bandiera dell’Unione Europea che garriva al venticello di quei duemila e passa metri.  Che fosse una delle prime insegne di quella “marea blu” che stava montando lo si capì benissimo. Una trentina d’anni dopo con quell’immagine noi europei possiamo dirci familiarizzati. Mai più avremmo pensato in quei remoti anni novanta che dietro a quel vessillo potessero celarsi scontri politici e malumori, e che una trentina d’anni dopo sarebbe stato auspicabile scendere in piazza per testimoniare fedeltà all’Europa messa in difficoltà dalla minaccia di un terzo conflitto mondiale. 

C’era già chi non condivideva quel sogno

La bandiera sul pennone del rifugio Brioschi della Sezione di Milano, oltre a rappresentare un obbligo, voleva rappresentare un invito a rispettare quella pace e quella fratellanza che le squadracce fasciste avevano violato dando fuoco al rifugio durante la Liberazione. “Europeismo” non era peraltro un sostantivo diffuso. Ma non fu possibile evitare la disapprovazione di un socio di Trieste per quella a suo avviso indebita pubblicazione sul notiziario ufficiale del CAI. 

Costui in una lettera alla redazione si dichiarò perplesso nel vedere nella copertina della rivista “l’ennesima immagine della bandiera europea che ci viene propinata per narcotizzarci, questa volta sulla cima delle Grigne”. D’accordo. Sulle vette delle nostre montagne non era in genere gradita a guerra conclusa alcuna forma di adesione a simboli politici di qualsiasi genere. Ci aveva già pensato il regime mussoliniano a incentivare l’installazione in quota di fasci littori, ad accendere fuochi bellicosi con l’accompagnamento di colpi di moschetto. 

Era forse un sogno quella bandiera blu che al tramonto veniva ammainata come tuttora si fa con il vecchio tricolore? La pubblicazione della bandiera con le sue 12 stelle sullo sfondo blu del cielo disposte in cerchio fu dunque vista al suo apparire come l’indebito ossequio a un simbolo sgradito. Un simbolo adottato pur sempre da 28 paesi europei che rappresenterebbe, così si è sentenziato, una “unione di banche e di mercanti”. 

Bandiera d'Europa al rifugio Brioschi. foto Serafin
“…una bandiera dell’Unione Europea che garriva al venticello di quei duemila e passa metri” (foto Serafin)

Il sogno di un Europa migliore? Questione di scelte

Era un sogno, viene da ripetere, quella bandiera? Oppure si trattava di una nota stonata, tale da infastidire chi, come il lettore di Trieste e qualcun altro del suo stampo, asseriva di andare in montagna al solo scopo di “estraniarsi dalle stesse cose impostegli in nome di quel vessillo”?  “Quel sogno, ammesso e non concesso che tale fosse quella visione al tramonto”, interviene Luca Serenthà, “ha sempre fatto fatica a decollare. Perché creare un’Europa fatta d’integrazione, di abbandono graduale dell’idea di stato-nazione, di territori, di allargamento di competenze è una questione di scelte, non un processo inevitabile. Significa scegliere quali sono le priorità. Ora la priorità dell’Europa sembra essere spendere fondi per riarmarsi. Perchè? Per maggior sicurezza? Pace? Non mi risulta che sia mai accaduto che dalle armi sia scaturita la pace. Negli ultimi 25 anni la spesa militare globale è raddoppiata. Non mi sembra si sia raddoppiata la pace e la sensazione di sicurezza. Forse è troppo semplificato detto così, anzi sicuramente lo è. Qualcuno mi dimostri il contrario però”.

Non fu difficile per la dirigenza del CAI replicare al socio che quelle stelle disposte in circolo rappresentavano un’unione di etnie, genti e minoranze. Erano un segnale di pace. Questi valori non facevano forse parte anche del patrimonio spirituale rivendicato dagli alpinisti? Fu in ogni modo un episodio d’intolleranza che ebbe scarsa o meglio nulla risonanza. Quella bandiera ci si rese conto che apparteneva a una cultura che, piaccia no, fa parte degli anni in cui viviamo. E alla quale il mondo della montagna non può dirsi estraneo, né mai lo fu fin dai tempi di Quintino Sella. 

Dei contrasti accennati fu testimonianza in quello scorcio del vecchio millennio la Sezione di Bruxelles del CAI. Per celebrare l’Unione europea il sodalizio affidò a guide alpine di diversa provenienza il compito di issare cinquanta bandiere blu sulle vette delle Alpi. E anche su quelle del Gran Sasso, del Vesuvio, dell’Etna e di altre cime appenniniche. 

Bandiera della pace Montagne sotto i cieli d'Europa
I vessilli delle “Cime di pace”, una campagna che coinvolse numerose persone

E noi? Ci accontentiamo di osservare senza fare nulla?

Certo nessuno avrebbe pensato che trent’anni dopo una bandiera dell’Europa sarebbe stata bruciata in una piazza di Roma in segno di protesta per i progetti di riarmo con lo slogan “non un euro per la guerra”. E che per far sentire meglio la voce di chi ama la montagna sarebbe stato necessario riesumare i vessilli delle “Cime di pace”, una campagna che coinvolse nel Duemila o giù di lì numerosi appassionati.  E non è forse vero, infine, che “il mondo,” come ammoniva Albert Einstein, “è un posto pericoloso non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma per quelli che osservano senza fare nulla”?

Quello che noi “Fatti di Montagna” ora possiamo fare è lavorare con costanza e perseveranza a una cultura della pace impegnandoci, per esempio, a non usare quel lessico di origine bellica (conquistare, assediare etc..) che è entrato nelle narrazioni dell’alpinismo con la prima guerra mondiale, ma di cui tranquillamente si può fare a meno. “La pace e quindi anche un’Europa diversa”, conclude l’amico Serenthà, “si costruisce anche cambiando la visione dei rapporti con l’ambiente e le persone. Relazioni che vorremmo non fossero basati sulla forza”.

Roberto Serafin

20 Marzo 2025
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MountCity

MountCity è un progetto fondato nel 2013 a Milano che si poggia sulla passione e competenza di uno staff di cittadini appassionati di montagna, all’occorrenza con il sostegno di associazioni di volontariato. La piattaforma, grazie alla competenza e professionalità di Roberto Serafin che l’ha curata per 10 anni, è stata punto di riferimento sull’attualità della montagna e dell’outdoor con migliaia di articoli pubblicati. Ora lo spirito di MountCity vive ancora dentro questa rubrica.

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