Esce in Francia la nuova edizione dell’autobiografia di Lynn Hill “Ma vie à la verticale”. Intelligente, affascinante, grazie al suo Dna e alle mani minute riuscì a superare fessure irrilevanti realizzando la prima salita in libera del Nose sul Capitan e poco dopo ripetendo l’impresa in sole 23 ore. Raggiunse livelli altissimi un un mondo egemonizzato dagli uomini. Oggi a più di sessant’anni organizza seminari di arrampicata e continua instancabile a girare il mondo. Serafin ce la racconta con anche qualche aneddoto personale di quando ebbe modo di conoscerla.

Lynn Hill, considerata la più grande delle scalatrici
Nata a Detroit nel 1961, quinta di sette figli, Lynn Hill è giustamente considerata la più grande delle scalatrici. E anche la più piccola: è alta un metro e 57. Scoprì l’arrampicata nel 1975, all’età di 14 anni. Sensazionale fu nel 1993 la prima salita in libera in un solo giorno del Nose sul Capitan. Lynn è una donna colta e intelligente ed è scontato che il suo libro “Climbing free” (Priuli e Verlucca, I Licheni, 336 pagine, 19,50 euro) sia stato accolto con l’interesse che si merita. Ora il volume è riapparso in Francia edito da Guérin di Chamonix. S’intitola “Ma vie a la verticale” ed è rilegato in grande formato rosso. Molte pagine sono dedicate a un’attività che la appassiona, i seminari di arrampicata “Lynn Hill Climbing Camps” che dal 2005 organizza in California.
La biografia si apre con un episodio drammatico: l’incidente in arrampicata dovuto a una disattenzione che avrebbe potuto costarle la vita. Nel 1989 a Buoux. Lynn cade dalla sosta da venti metri d’altezza, non essendosi legata bene. Per fortuna l’urto è attutito dagli alberi e ne va di mezzo solo una caviglia che si frattura.
Concentrato di forza, simpatia e vitalità
Oltre che di arrampicate, nel libro si narra di uomini e donne che, a partire dagli anni ’50, fecero di Yosemite il centro del mondo dell’ arrampicata. Personaggi stravaganti popolano queste pagine. Come Yabo che finirà suicida, o il gigantesco Largo che è compagno per anni di Lynn, o la biologa Mari che la segue sul Nose. È un libro che si legge d’un fiato e si merita la massima attenzione come risulta dalla prefazione di Francesca Colesanti, giornalista e alpinista, nell’edizione italiana. Che la definisce “un concentrato di genuinità e vigore, di modestia e voglia di vivere, di riuscire”.
Io stesso la ricordo simpatica e piena di vitalità dopo avere scambiato qualche chiacchiera con lei. Grande era la sua popolarità tra il popolo dell’arrampicata. Per farmi contento accettò che la fotografassi stringendo tra le mani due copie dello Scarpone, gloriosa testata alpinistica di cui mi occupai a lungo in quegli anni e del cui prestigio la piccola californiana era a conoscenza.
Ricordo che cinquecento persone furono rapite dalla simpatia di Lynn il 4 ottobre 2002 a Torino, in occasione della presentazione del suo libro in cui ripercorre le tappe della sua vita. Lynn praticò da piccola nuoto e ginnastica artistica, in entrambi i casi a livello agonistico. E fin da piccola fu favorita da un fisico eccezionale. A giudizio dei medici il suo VO2max, cioè l’indice di capacità aerobica, risulta elevato, da atleta. Decisamente al di sopra della norma. Inoltre possiede senso dell’equilibrio e coordinamento eccezionali. Tutte queste qualità, almeno in parte innate, sono state “coltivate” fin dall’infanzia praticando molto sport.
Cominciò ad arrampicare sul Big Rock vicino a Los Angeles e poi entrò nel giro dei climber di Joshua Tree e di Yosemite. “Un giorno”, si legge nel suo libro, “l’ingegneria genetica esaminerà il nostro Dna per trovare il gene che regola il modo con cui reagiamo all’altezza”. E a proposito del Nose, ricorda che Mari e lei salivano a comando alternato agganciando i vecchi chiodi e mettendo nelle fessure i loro dadi tintinnanti e gli eccentrici con i cordini infilati.

Lynn Hill raggiunse livelli altissimi in un mondo dell’arrampicata egemonizzato dagli uomini
A 18 anni salì la via del Nose a El Capitan, a tiri alterni con Mari Gingery. I livelli raggiunti in arrampicata fino a pochi anni prima erano impensabili (dagli uomini) per una donna. Non si risparmiò successivamente prestazioni acrobatiche per racimolare dollari e continuare ad arrampicare e a studiare.
Dall’86 al 92 è nel circuito delle gare di arrampicata sportiva nato un anno prima nell’85 a Bardonecchia. Partecipa alle gare fino al 1992 dominando le prime edizioni del Rock Master, cinque delle quali stravinte.
I premi e le sponsorizzazioni le hanno permesso di vivere bene ma le mancava la falesia e nel 91, dopo averla studiata per nove giorni, salì la sua prima via di 8b+, “Masse Critique” a Cimai, una falesia calcarea nel Sud della Francia.
Fu con l’addio alle gare che decise di liberare la via del Nose. Ed ecco, la “libera” completamente dai passaggi in artificiale cercando la “sua via”. Le sue carte vincenti sono le mani minute in grado di sfruttare fessure irrilevanti. I suoi movimenti, provati e riprovati, le consentono di passare, lei piccola di statura, dove gli altri non sono ancora riusciti.
Partecipa anche a spedizioni sulle big wall del Kirghizistan e sulle falesie di mezzo mondo, dal Marocco al Vietnam, dall’Australia al Madagascar, alla Sardegna. Tuttora Lynn si allena senza tabelle rigide e fisse. D’inverno pratica lo sci di fondo e d’estate fa jogging, poi sempre stretching, yoga per la concentrazione, un po’ di tai chi ed esercizi di ginnastica artistica per le mani e gli addominali. La sua alimentazione non ha niente di particolare. “Mangio poco”, disse quella volta che c’incontrammo a Torino anche se ammise di avere fatto onore a una piattata di bolliti “In realtà mangio quando ho fame e non troppo tardi la sera. Un tempo evitavo carne, burro e grassi, ma avevo il vizio di eccedere nei carboidrati. Adesso ho una dieta più equilibrata e controllo meglio il peso”.
Non le piace l’alpinismo classico, il ghiaccio, l’alta quota. E neppure ama correre rischi. Anzi compatisce chi ne corre al solo scopo di ottenere visibilità. Si commuove nel rievocare la morte di suoi cari amici: il cognato e suo primo maestro sulla roccia Chuck Blodsworth, assiderato sulla Sud dell’Aconcagua nell’80, e l’amico Alex Lowe scomparso sotto una valanga allo Shisha Pangma nel ’99. Ama viaggiare, scoprire falesie nuove e vecchie, esplorare il mondo e se stessa, ridere, giocare con gli amici. E pazienza se l’arrampicata continua con suo rammarico a essere egemonizzata dagli uomini. Magari in misura minore rispetto agli anni in cui la scalata si sviluppò in Yosemite, ma sempre a quanto pare maschilista per vocazione.
Roberto Serafin
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