Ci sembra doveroso riprendere il messaggio di Hervé Barmasse che chiede, come le migliaia di persone scese in piazza, di fermare il genocidio a Gaza. Nel manifestare a nostra volta il dissenso alla cultura della guerra aggiungiamo il nostro appello.

In apertura fotogramma del video diffuso da Barmasse su FB.
La bandiera sul Cervino e le parole di Barmasse
Profondamente deluso come tanti di noi dell’appiattimento etico e morale nei confronti della tragedia di Gaza e della Palestina, Hervé Barmasse ha voluto schierarsi apertamente lanciando un messaggio importante. E da quale punto della terra poteva lanciare questo messaggio se non dal Cervino, la sua seconda (o forse prima) casa? Detto fatto, Barmasse è salito sulla Gran Becca e per stendere la bandiera della Palestina. La notizia si è diffusa sui social dove egli stesso ne ha dato comunicazione con un lungo post.
Ecco uno stralcio delle parole dell’alpinista: “Il tempo non è soltanto ciò che scorre: è, soprattutto, ciò che resta. È la misura invisibile delle nostre azioni, del nostro coraggio e dei nostri silenzi. È lo specchio del nostro carattere, delle nostre omissioni. Crediamo di attraversarlo, ma è lui che attraversa noi — e, nel farlo, rivela chi siamo stati, ciò che abbiamo fatto e, soprattutto, ciò che abbiamo scelto di non fare. Se non troviamo la forza di fermare un genocidio — oggi riconosciuto anche dalle Nazioni Unite — è l’intera umanità a essere in pericolo.”
Già qualche mese fa Barmasse con un altro post aveva espresso la sua volontà di strappare l’alpinismo a una colpevole inerzia. Gli sono venute in aiuto le parole di Gian Piero Motti, compianto storico e alpinista. Secondo il quale “alcuni alpinisti si illudono di essere qualcuno ma se li trasporti in un altro ambiente, li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi”. Non poteva fare altro il bravo Barmasse che rilanciare dalla celebre vetta tante volte calpestata il suo pensiero. Ribadendo che “ogni volta che si nega il diritto di esistere a qualcuno, non si colpisce solo lui ma l’intera umanità”.
Quando sulle vette sventolarono le bandiere di “Summit for Peace”
Non è comunque la prima volta che da una vetta importante sono stati lanciati appassionati messaggi pacifisti. La bandiera dedicata delle “cime di pace” sventolò all’inizio del millennio su 85 vette italiane e sulle sette più alte del continente. Un esemplare venne consegnato a Giovanni Paolo II. “Summit for Peace” fu battezzato nel 2002 il movimento. All’epoca illustri rappresentanti dell’alpinismo accademico si fecero perfino fotografare in vetta agli ottomila stringendo tra le mani un foulard con la parola “Peace”.

Giusto manifestare il dissenso alla guerra e al genocidio. E ora?
Venendo all’attuale tristissima realtà, va ricordato che migliaia scendono in piazza in tutto il mondo chiedendo il cessate il fuoco tra israeliani e Hamas. Nessuna bandiera di partito viene di proposito fatta sventolare, solo quelle arcobaleno e quella della Palestina vittima dell’orrendo genocidio voluto da Israele. Con la speranza che la montagna, da sempre luogo di introspezione e di spiritualità, possa aiutarci a trovare unione e fratellanza. Ma è sufficiente dire “no alla guerra” per mettere fuori gioco i guerrafondai? Ed è utile fare della vetta un altare come ha voluto dimostrare Barmasse? Anche. Sicuramente è doveroso manifestare il proprio dissenso verso la più atroce di tutte le ingiustizie: la guerra. Che sia una pia illusione? È vero, troppe guerre, e non solo in Palestina, non solo in Ucraina, continuano a versare sangue. Continuiamo a dire con forza che i conflitti ci sono altri modi per gestirli e risolverli.
L’appello di Fatti di Montagna è di non perdere la speranza nonostante tutto: continuiamo ogni giorno a manifestare il dissenso alla cultura della guerra, facciamolo a partire dalle parole che usiamo, dal modo in cui agiamo nel quotidiano, dalle scelte che facciamo.
Roberto Serafin e Luca Serenthà
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