Si è fatto e si farà un gran parlare di ghiacciai in quest’anno a loro dedicato. Il 21 marzo è stata la prima giornata internazionale del ghiacciai ed è stato presentato il Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse”. Una foto scattata da Serafin 27 anni fa ci ricorda impietosamente che è troppi anni però che parliamo e basta. Pur sapendo cosa fare non lo facciamo. Possiamo ancora sperare di riuscire ad agire subito?

2025.03.20 GM ghiacciai manifesto ITA Il messaggio di una foto di 27 anni fa: agire subito per i ghiacciai

Una situazione preoccupante

“Dobbiamo prepararci a dire addio ai nostri ghiacciai” è l’ennesimo grido di dolore dei giornali che lo scorso 21 marzo 2025 hanno annunciato con titoli di scatola un catastrofico ritiro alla metà nei prossimi 25 anni. Il giorno precedente, vigilia della Giornata internazionale dei ghiacciai, veniva presentato il Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesseall’Università Statale di Milano: un insieme di azioni comuni per garantire un futuro sostenibile ai corpi glaciali e alle comunità che da essi dipendono. A indicare la bussola da seguire sono il Club Alpino Italiano, il Comitato Glaciologico Italiano, la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, l’Unione delle Associazioni di Alpinismo e Legambiente

Questa in ogni modo è la colonna sonora che ci perseguita da un quarto di secolo. Sempre la stessa purtroppo. Però è vero che dall’Everest al Monte Bianco la crisi climatica corre veloce. Nell’ultimo quarto di secolo i ghiacciai delle Alpi e dei Pirenei hanno perso il 5,4% della loro massa, una riduzione pari a circa 6.558 miliardi di tonnellate. L’area più colpita è l’Europa Centrale dove le montagne si stanno riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del mondo. 

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Qui abbiamo spiegato con Daniele Cat Berro cosa significa conservare i ghiacciai e cosa aspettarci da qui a fine secolo

Dalla foto di 27 anni fa si capisce che si sarebbe già dovuto agire subito

Da quanti anni ci viene prospettato questo scenario? Una fotografia scattata nell’estate del 1998 da chi scrive riconduce all’allora moribondo ghiacciaio di Fellaria Occidentale nelle Alpi Retiche. Disseminato di piccoli iceberg simili a batuffoli di cotone, il ghiacciaio offriva un penoso colpo d’occhio. Di ritorno dal Bernina e ormai prossimo a raggiungere più in basso il rifugio Bignami, la guida alpina Michele Comi scelse quell’anno in un tardo pomeriggio di attraversarlo. Su quella piatta superficie, ben conoscendo dove trovare i passaggi più sicuri, Michele decise dall’alto della sua collaudata esperienza che i ramponi non erano necessari. E verso sera il gruppo arrivò soddisfatto al rifugio. 

Oggi a ventisette anni di distanza rivedere l’immagine di quella vedretta tormentata dal caldo (lo zero si trovava a 4500 metri) mette addosso una giustificata inquietudine. E ancora di più lo farebbe se si potessero riudire certi forti boati e il fragore delle slavine che facevano da colonna sonora al nostro incedere verso l’accogliente rifugio del CAI Milano. Era quella una delle prime immagini dei ghiacciai che stavano morendo nell’estate climaticamente più nera delle Alpi Retiche. Si capì per la prima volta che davvero l’apocalisse poteva essere vicina, tremendamente vicina. Anche perché quella del 1998 fu una stagione che ancora viene ricordata per le torride temperature di cui soffrì non solo chi viveva a bassa quota (a Bormio in Valtellina si registrarono massime di oltre 30 gradi) e per i disastrosi incendi boschivi. 

Il professor Giuseppe Orombelli, paleoclimatologo e presidente del Comitato Glaciologico Italiano, fu categorico. La ritirata dei ghiacciai si era accentuata dalla metà degli anni ’80 in poi, in concomitanza con l’aumento delle temperature medie globali che molti allora attribuirono all’effetto serra. In Lombardia, dove ancora oggi si contano più di trecento ghiacciai, fu registrato un arretramento frontale superiore ai dieci metri rispetto all’estate precedente. La linea delle nevi, che alla fine del 1997 era attestata a 3150 metri, salì alla fine di agosto 1998 nettamente al di sopra di questa quota. 

Oggi suonano come una sentenza le parole di Comi. “Questo fenomeno oltre a smagrire i ghiacciai contribuisce in modo pesante a modificare il microclima alpino”, spiega. “Qualche anno fa sul Bernina”, aggiunge, “si saliva lungo il versante italiano infilandosi i ramponi in basso per toglierli in vetta. Ora si devono mettere e togliere almeno quattro volte a causa del continuo affiorare delle rocce”. 

A questo annuncio di apocalisse si aggiunse anche la diagnosi inquietante di un’equipe di ricercatori svizzeri. Secondo i quali i ghiacciai dovrebbero sparire entro cinquant’anni. Di anni ne sono passati parecchi da quella gita al Bernina, ne restano poco più di venti. Occorre agire subito, questo invita a fare il citato “Manifesto”. Un concetto ripreso in Francia dal festival “Agire per i ghiacciai” svoltosi a Bourg-Saint-Maurice dal 20 al 22 marzo con la partecipazione di scienziati, politici, artisti, filosofi, scrittori e cittadini.

Ma come si fa ad agire se le attenzioni dei politici e dell’opinione pubblica per ora sono soltanto rivolte all’infausto riarmo dell’Europa?

Roberto Serafin

1 Aprile 2025
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