Ora che abbiamo i dati completi dell’innevamento che ci lasciano l’inverno e la primavera appena conclusa proviamo a fare il punto della situazione dei nostri ghiacciai. Cosa dobbiamo aspettarci dall’estate che è iniziata e non lo ha fatto certo in maniera lieve per quanto riguarda le temperature?

Ascolta la puntata del podcast in cui Daniele Cat Berro ci spiega tutto

Ondata di calore di inizio estate

L’estate meteorologica è cominciata con il 1° giugno e, in attesa che cominci anche tra pochi giorni quella astronomica con il solstizio che sarà il 21 giugno alle 4.42, possiamo dire che è cominciata col botto, con un’ondata di caldo di tutto rispetto.

Si tratta infatti dell’ondata di caldo tra le più importanti mai osservate così presto nella stagione da quando esistono le misure meteorologiche: in questi giorni si sono avute temperature massime diffusamente oltre i 32-36 gradi a bassa quota su gran parte delle zone interne d’Italia, da nord a sud, con punte anche di 40 in Sardegna.

Ha fatto caldo però anche in montagna con lo zero termico su Alpi e Appennini salito fino a 4600 m, e notti tropicali fino a quote di 1000 m, ovvero con quelle notti che per definizione vedono temperature minime non sotto i 20°. È stata una prima metà di giugno nel gruppo delle tre quattro più calde in oltre un secolo, quantomeno al nord Italia. Casi simili o ancora superiori si erano verificati solo nel 1996, nel famoso 2003 e nel nel 2022, quindi davvero poche volte.

Che primavera è stata quella 2025 appena conclusa?

La primavera che si è da poco conclusa è stata peraltro una primavera molto mite nonostante non ci siano stati dei grandi slanci di calore precoce, salvo il 1º maggio che era stato quasi estivo con temperature anche vicine a 30° in Pianura Padana.

La primavera 2025 è stata caratterizzata da un tepore continuo senza particolari exploit, che però ha portato ad avere un marzo e un aprile molto tiepidi. Maggio è stato tutto sommato normale, ma ciò nonostante la primavera nel suo insieme è stata la quarta più calda al nord e la terza più calda dal 1800 a livello nazionale secondo i dati del CNR Isaac.

Che accumulo ci lascia la stagione nevosa?

Andando ancora a ritroso, vediamo come è stata la stagione nevosa alle quote di montagna in Italia, ora che abbiamo un bilancio definitivo del periodo.

L’inverno come accumulo nevoso è stato assolutamente magro al nord a bassa quota e in generale lungo gli Appennini.

Alcune nevicate interessanti ci sono state anche nell’Appennino meridionale come ad esempio a metà gennaio, però sono state tutte nevicate il cui manto si è fuso rapidamente a causa delle temperature di un inverno decisamente tiepido.

Alpi occidentali

Sulle Alpi è andata un po’ meglio grazie alle quote più elevate: sopra i 1500-2000 m, in particolare lungo le Alpi di confine tra l’alta Val d’Aosta e l’alto Piemonte, sono arrivate molte nevicate, soprattutto tra gennaio e febbraio. In generale però anche ne sulle Alpi nell’insieme è stato un inverno relativamente magro, seppur non ai livelli di altre invernate recenti come quella del 2022-2023 che erano state ancora più negative.

A conferma che anche quest’anno la stagione nevosa non ha brillato, ci sono i dati la Fondazione CIMA di Savona che ha calcolato che all’inizio di maggio, nell’insieme dei bacini del del Po e dell’Adige, c’era un deficit di volume di acqua contenuto nella neve dell’ordine del 20%.

La grandiosa perturbazione di metà aprile sulle Alpi Occidentali ha sanato la situazione quantomeno alle quote molto alte: questa precipitazione, che peraltro ha dato problemi alluvionali e dissesti notevoli tra Piemonte e Valle d’Aosta a bassa quota, oltre i 2500 m, dove ha sempre nevicato, ha portato anche 1,5 m – 2 m di neve sui ghiacciai.

Come abbiamo già detto più di una volta, le nevicate in alta quota primaverili sono molto importanti soprattutto quando l’inverno è poco nevoso: sono in grado di far cambiare volto a una stagione. Magari è neve più umida, però il volume d’acqua immagazzinato con questi episodi è importante e a volte conta per quasi metà dell’intero patrimonio nevoso arrivato durante tutta la stagione invernale.

20250530 Ciardoney 25 Ghiacciai: cosa ci lascia la primavera e cosa aspettarci dall'estate
30 maggio 2025, Colle Ciardoney: misura – tramite sonda per ricerca in valanga – dello spessore nevoso, pari a 440 cm. (foto nimbus.it)
In apertura: 30 maggio 2025: veduta aerea da Est del bacino del Ghiacciaio Ciardoney. 
In basso, sul pianoro antistante la fronte, si scorgono i primi accumuli di acqua di fusione sulla superficie del manto nevoso (foto nimbus.it)

E così è andata anche quest’anno, perlomeno su alcune parti dell’arco occidentale, dalle Alpi Graie alle Alpi Pennine.
Infatti quando il 30 maggio siamo stati come Società Meteorologica Italiana sul ghiacciaio Ciardoney sul Gran Paradiso, abbiamo trovato un innevamento tra i più rilevanti dell’ultimo trentennio, perlomeno a quella quota, con una media di 4 m di spessore nevoso equivalente a 2 m e mezzo di acqua. Quindi se tutta quella neve fosse espressa in acqua liquida sarebbe stato uno strato mediamente di 2 m e mezzo.

Questo può sembrare in contraddizione, però è un discorso di quote. Ricordiamo che quando diciamo inverno scarso di neve, non significa necessariamente inverno scarso di precipitazioni: è una questione di temperature.
Tutto sommato, l’inverno non è stato particolarmente siccitoso in termini di quantità di acqua caduta, solo che alle quote basse, non ha quasi mai nevicato. Questo è proprio un tratto caratteristico della tendenza attuale: non è che di per sé gli inverni divengano più secchi complessivamente, ma le temperature più elevate hanno trasformato quasi completamente in pioggia quella che un tempo era neve, soprattutto sotto i 1000 m.

Il resto delle Alpi italiane

Nel resto dell’arco alpino in realtà la situazione è stata meno abbondante anche alle quote dei ghiacciai. Ad esempio sull’Adamello, gli operatori del Servizio Glaciologico Lombardo, pochi giorni fa, al Pian di Neve, che è il grande piano superiore del di accumulo del ghiacciaio dell’Adamello, che ricordiamo essere, insieme a quello dei Forni, il più grande d’Italia, sono stati trovati circa 350-370 cm di neve, equivalente a 1,6 m di acqua e questo valore si colloca nella media dell’ultimo quindicennio.

Versante nord delle Alpi

In Svizzera è andata peggio invece: soprattutto sul versante nord alpino e quello nord-orientale l’inverno e la primavera, lì come un po’ in tutta l’Europa centrale, sono stati decisamente secchi e quindi il di neve sui ghiacciai ne è arrivata poca.

Facciamo l’esempio del ghiacciaio del Sidretta nei Grigioni dove a fine e aprile c’era la metà della neve e dell’equivalente in acqua normale per la stagione e quindi è chiaro che si parte già con il piede sbagliato.

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Grafico Cnr-Isac relativo alle anomalie di temperatura della primavera 2025

Cosa dobbiamo aspettarci dall’estate 2025?

Quindi riassumendo: alle quote dei ghiacciai, a seconda delle zone, accumulo nevoso 2024-25 con valori che vanno dal normale al sopra media a seconda delle zone a sud delle Alpi. A nord situazione già più critica in partenza.

Situazione di partenza mediamente buona dunque per l’innevamento, ma ora la parola passa all’estate, perché sarà lei a decidere quanta di questa neve rimarrà per alimentare un ghiacciaio che sappiamo essere in sofferenza.

Se l’estate sarà calda, come sembra dai segnali delle previsioni stagionali di Copernicus e del Centro europeo per le previsioni a medio termine, allora sarà facile avere bilanci di massa di nuovo negativi. Come spesso ripetiamo queste proiezioni stagionali vanno prese con tutte le cautele del caso, ma sono prodotti che stanno aumentando la loro affidabilità, quindi sono comunque da prendere in seria considerazione. E come abbiamo detto all’inizio l’estate e già partita forte in quanto a temperature.

I bilanci li faremo però a settembre, adesso è indubbiamente prematuro esprimersi.


Due consigli di lettura a tema ghiacciai per l’estate

  • Oltre i ghiacciai, crisi climatica e nuovi equilibri nel Parco Nazionale Gran Paradiso. Un libro davvero bello che è stato presentato un mese fa al salone del libro di Torino dell’editore Franco Cosimo Panini, sono 150 pagine magnificamente illustrate e che raccontano in termini anche accessibili a chiunque gli effetti del riscaldamento globale nel più antico Parco Nazionale d’Italia con un ricco corredo iconografico. Questo libro racconta anche di come ci sia anche una tendenza a raggiungere dei nuovi equilibri, ovvero anche quando i ghiacciai, o parte di essi, non ci saranno più, avremo qualcos’altro, avremo dei nuovi ecosistemi che arriveranno e che cercheranno, appunto, di mettersi in equilibrio con le nuove condizioni climatiche. Proprio in questa direzione va anche la ricerca che si fa nell’ambito del Parco Nazionale, ricerca che riguarda non solo la glaciologia, ma anche, ad esempio e la botanica, la zoologia, quindi come gli animali e le piante reagiscono aii cambiamenti climatici alla ricerca appunto dei nuovi equilibri.
  • Ghiacciai del Trentino ecosistemi di alta quota tra storia e ricerca. Gli autori sono Alberto Carton e Cristian Ferrari (Cierre Edizioni), e anche questo è un libro che esplora il mondo del ghiaccio e dei ghiacciai e ne racconta l’evoluzione storica fino, ad arrivare a oggi, alla luce dei cambiamenti climatici. Traccia una storia dei ghiacciai del Trentino territoriale, glaciologica, ma anche umana, parlando di approccio alpinistico all’alta montagna e raccontando le storie degli uomini, delle donne che sui ghiacciai hanno vissuto e in quelle zone anche combattuto durante la prima guerra mondiale.
18 Giugno 2025
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Società Meteorologica Italiana

La Società Meteorologica Italiana è la maggiore associazione nazionale per lo studio e la divulgazione di meteorologia, climatologia e glaciologia. È un’associazione scientifica senza fini di lucro e opera su tutto il territorio nazionale conservando stretto legame con la Società Meteorologica Subalpina che ne è socio fondatore nel territorio alpino occidentale, Francia e Svizzera incluse. SMI  promuove ed incoraggia lo sviluppo e la conoscenza delle scienze dell’atmosfera in Italia. Appartiene a UniMet (Unione Meteorologia Italiana) ed all’European Meteorological Society.

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