In occasione della Festa della Liberazione, Serafin ci ricorda la figura di Leopoldo Gasparotto, alpinista e partigiano. Anch’egli, come altri accademici milanesi del Club alpino, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 decise di “andare in montagna”. Accanto a lui ci fu anche la moglie Nuccia Colombo, antifascista in prima linea.

Gasparotto di profilo. Arch. Modisca Gasparotto, alpinista tra quelli che scelsero di "andare in montagna" da partigiano
Qui e in apertura due foto di Leopoldo Gasparotto (arch. Modisca)

Leopoldo Gasparotto da alpinista a partigiano

Sugli ebrei internati in oltre venti campi italiani nel periodo più tenebroso di Salò (1943-1945) ci ragguaglia in questi giorni Carlo Spartaco Capogreco in un libro, “I campi di Salò” (Einaudi). Il pensiero, sfogliandone le pagine, non può che riandare in occasione del 25 aprile alla figura di Leopoldo Gasparotto (1902-1944) alpinista accademico milanese arrestato nel dicembre 1943 per la delazione di una spia fascista e sottoposto a torture nel carcere di San Vittore. Poldo fu trucidato nel giugno del 1944 sparandogli alle spalle con raffiche di mitra nel campo di Fossoli, uno dei venti campi italiani dove vennero internati gli ebrei in procinto di essere trasferiti in Germania. 

Come scrisse Alberto Benini nel 2011 nella prefazione della biografia di Ruggero Meles Leopoldo Gasparotto, alpinista e partigiano” (Hoepli), l’alpinismo per lui “sfumò nel viaggio e nell’esplorazione e poi nella Resistenza, enormi e meravigliosi spazi di libertà personale”. 

La figura di Gasparotto emerge ottant’anni dopo tra quelle più celebrate. Non fu il solo tra gli accademici milanesi del CAI che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 decisero di “andare in montagna”. Di professione avvocato, aveva un curriculum alpinistico di prim’ordine. Nel 1929 condusse con Ugo di Vallepiana una spedizione milanese nel Caucaso, con la scalata della cima vergine del Ghiulci (5629 m), l’ultima delle vette principali del Caucaso centrale. Compì anche la prima salita con gli sci dell’Elbruz (5629 m).

Istruttore della Scuola militare d’Aosta, dopo il disfacimento dell’esercito italiano entrò nella Resistenza e divenne comandante delle formazioni lombarde di Giustizia e Libertà e braccio destro di Ferruccio Parri. Le vicende che portarono al suo arresto, alle torture subite a San Vittore, al trasferimento a Fossoli, furono da lui affrontate con altruismo e spirito organizzativo. La Sezione di Milano del CAI non perse l’occasione di ricordarlo nel bel volume uscito nel 2023 in occasione dei 150 anni del sodalizio con un messaggio del sindaco Giuseppe Sala. A Poldo dedicano nel libro un’esauriente rievocazione Luisa Ruberl e Carlo Lucioni della Commissione culturale del CAI Milano cui apparteneva.

Gasparotto nacque a Milano il 30 dicembre 1902. Educato in una prospettiva laica nei valori della patria e della democrazia, durante gli anni trascorsi al liceo Berchet animò il gruppo studentesco repubblicano. Nel 1922 si iscrisse al Partito repubblicano. Nell’agosto 1923 iniziò il servizio militare in artiglieria. Si congedò nel novembre dell’anno successivo con il grado di sottotenente di complemento. 

Laureatosi nel 1926 in giurisprudenza all’Università di Milano si specializzò come avvocato civilista. Alle prime impegnative escursioni sulle Dolomiti e sul Brenta, seguirono lungo tutto il corso degli anni venti ardite ascensioni sul monte Bianco, sul monte Rosa, sulla Grigna. Dalla metà degli anni trenta il volo fu la sua passione. Conseguito il brevetto di pilota, acquistò un piccolo apparecchio Breda 15 S utilizzando la pista di Taliedo (poi intitolata a Forlanini).
 

Gasparotto con moglie. Arch. Modisca 1 Gasparotto, alpinista tra quelli che scelsero di "andare in montagna" da partigiano
Nuccia Colombo e Poldo Gasparotto (arch. Modisca)

Anche la moglie Nuccia Colombo fu intrepida partigiana

Sua moglie Lina (Nuccia) Colombo (1913- 1977) ne condivise l’impegno antifascista. Passata in Svizzera il 12 settembre 1943 col figlioletto Pierluigi (nato il 6 luglio 1936), nel marzo 1944 diede alla luce il secondogenito Giuliano e dopo tre mesi rimpatriò  per partecipare alla Resistenza

Assunto il nome di battaglia di Adele, Nuccia tenne i contatti con dirigenti delle Brigate Matteotti. A Milano nel 1942 i Gasparotto stabilirono i primi contatti clandestini in ambito repubblicano-azionista, intensificati dal gennaio 1943, quando lo studio legale diviene il punto di smistamento del foglio clandestino “L’Italia Libera”, organo del Partito d’Azione: una formazione politica cui Gasparotto aderì. 

Caduto il regime, lo studio in via Brera divenne il quartier generale del Partito d’Azione milanese. Milano venne intanto colpita dai terribili bombardamenti aerei e le  distruzioni alimentarono la sensazione di un prossimo rivolgimento di fronte. Alcuni azionisti, tra cui Gasparotto, organizzano una rete informativa, per segnalare agli alleati gli spostamenti delle truppe tedesche. La villa di famiglia in località Cantello Ligurno, a mezza strada tra Varese e la Svizzera, divenne la base logistica dell’attività.

Quando apparve imminente il rovesciamento delle alleanze militari, Gasparotto progettò la formazione della Guardia nazionale, struttura per il reclutamento di volontari decisi a opporsi ai tedeschi. 

La notte del 9 settembre Gasparotto con la collaborazione di dirigenti della fabbrica Caproni disarmò i carabinieri di guardia e prelevò due autocarri su cui caricò 96 mitragliatrici calibro 7,7 con circa 300.000 colpi e 80.000 maglie per nastri. Il bottino doveva armare gli uomini che si andavano raccogliendo tra Cernobbio e il confine svizzero. Tuttavia il generale Binacchi, comandante del presidio militare di Como, sequestrò le armi che furono poi consegnate ai tedeschi.

Con il nome di battaglia di Rey, Gasparotto si spostò di frequente dalla città alle vallate alpine per coordinare l’attività clandestina delle bande e organizzare depositi di armi. 

Tra le priorità figurava l’approntamento di una via di fuga verso la Svizzera per ebrei, ex prigionieri alleati e ricercati politici. Un evento imprevisto scompaginò però i piani e mise la polizia fascista sulle tracce di Gasparotto che venne afferrato da alcuni poliziotti, gettato per terra, immobilizzato e ammanettato. La retata fu dovuta alla spiata di Luigi Colombo, proprietario di una farmacia del centro. Poldo venne rinchiuso a San Vittore a disposizione dei tedeschi. Nella primavera del 1944 buona parte del gruppo dirigente del Partito d’Azione milanese finì con lui sotto chiave. Poldo venne internato a Fossoli.
Il 22 giugno, su ordine del Comando delle SS di Verona venne prelevato e ucciso a tradimento.

Roberto Serafin

25 Aprile 2025
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