Il nostro Roberto Serafin, milanese doc che ha visto anche le Olimpiadi di Cortina ’56, ci racconta dalla sua città il giorno della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026. Serafin non può non notare che sicuramente fittizio, oggi come allora, è l’ottimismo sparso a piene mani sotto l’insegna dei cinque cerchi. Ma erano anni, quelli delle prime Olimpiadi a Cortina, in cui tutto risultava più facile e molte cose non erano evidenti come oggi.

Aspettando il tedoforo in piazza Piemonte copia Da Cortina '56 alla Milano Olimpica 2026: racconto di un milanese
Aspettando il tedoforo in piazza Piemonte (Ph. R. Serafin)

Tra gaffe olimpiche e il ponte Langer che chissà quanti milanesi sanno chi è

Due milioni e mezzo di spettatori di tutto il mondo collegati con Milano. Questa la cifra “sparata” dai telecronisti mentre nel cielo di San Siro gli elicotteri cominciavano a flappeggiare al termine dell’intensa giornata di noi tifosi olimpici. Sui teleschermi si susseguivano ininterrottamente i collegamenti con Bormio, Livigno, Cortina. Talvolta i telecronisti (in preda a una comprensibile eccitazione?) mandavano erroneamente saluti da Cortina mentre si trovavano a Bormio, ed è perfino capitato che ci si confondesse Rai uno con Rai due. Milano era presente sui teleschermi con il quieto Naviglio Grande e la darsena di porta Ticinese definita iconica come diverse altre milaneserie, solcata chissà perché da una gondola veneziana e più in là dalla canoa riservata al tedoforo canoista Rossi che da giovane collezionò un bel numero di medaglie olimpiche. 

Questo è quanto offriva il vecchio naviglio. Viene da pensare che cosa ne sarebbe se a Milano ci fosse il mare. Il telecronista nel caso del collegamento olimpico si era sistemato su un ponte. Ma non un ponte qualsiasi, bensì quello pedonale dedicato ad Alex Langer che di ponti fra le popolazioni della Terra sperava che ce ne fossero ben di più in nome di una pace ai suoi tempi ancora possibile. 

Ma meglio che niente, accontentiamoci del ponte di Langer sulla darsena. Chissà, i milanesi ne sono al corrente?

Imperdibili selfie e “non nominiamo la neve artificiale”

Milano ha fatto bella figura anche sfoderando per i turisti l’Arco della Pace con tanto di braciere olimpico, oggetto di pellegrinaggi durante tutto lo svolgimento dei Giochi. Un altro pellegrinaggio è stato furtivamente concesso anche da Palazzo Marino in piazza della Scala. Dove per tutto il giorno si formava una coda e lì per lì non si capiva che cosa stesse aspettando tanta gente dal momento che tale coda non conduceva all’interno di Palazzo Marino. Finiva invece pochi passi più in qua rispetto all’entrata sorvegliata dai “ghisa” in alta uniforme. Al termine, ad altezza d’uomo. c’erano in realtà gli amati cinque cerchi olimpici. E a turno ragazzi, ragazze e famigliole si facevano immortalare o scattavano selfie da conservare nell’album di famiglia. 

I milanesi non si sono fatti pregare neanche per assistere al passaggio dei tedofori. Eppure non era giorno di festa e il traffico è stato sospeso il tanto che bastava.

Tornando alla cerimonia inaugurale, nel pomeriggio del 6 febbraio volonterosi e sfaccendati compreso chi scrive si sono sorbiti sul secondo canale della Rai una soporifera tavola rotonda, animata (si fa per dire) dallo sciatore Paolo De Chiesa e da altri personaggi di cui il malcapitato telespettatore messosi tardi in ascolto ignorava il nome. 

Poi mentre il sole tramontava tingendo di rosso le torri di City Life una breve incursione è stata compiuta dalle telecamere nello stadio di San Siro. Un piccolo assaggio di una festa che sarebbe rapidamente divampata. Venne comunicato che lo Stadio Meazza occupava quel venerdì 6 febbraio l’80 per cento del bazar olimpico. A De Chiesa si deve anche l’invito a evitare di accennare alla neve artificiale sostituendo l’aggettivo con il termine “programmata”. Un espediente, certo, per nobilitare le strisce bianche tipo carta igienica sui prati delle Alpi in mancanza di quella neve da definire autentica che non si è fatta desiderare quanto si era fatta desiderare nel 1956, l’anno delle passate Olimpiadi di Cortina. (qui il confronto del clima attuale in febbraio a Cortina con quello del ’56)

Guai a chi rovina la festa

L’impressione è stata che le troppe sedi di gara abbiano creato qualche problema ai Giochi Milano Cortina anche per colpa delle presumibili congestioni del traffico con immancabile semina di CO2 come se non se ne respirasse già abbastanza. Il vero problema è stato invece il gran darsi da fare degli antagonisti dei giochi che hanno anche danneggiato qualche linea ferroviaria. E, insomma, avversando i Giochi perché impattanti e troppo costosi costoro avrebbero dimostrato, come tuonò la presidente Meloni, “di non voler bene al Paese”.

Clima, impatti ambientali e altri problemi? Parlarne in tanto tripudio avrebbe significato rovinare la festa. Salvo errori, anche la maggior parte dei giornali cartacei si sono guardati dal farlo. Il Foglio aprì la prima pagina del 5 febbraio con un’invettiva contro chi da tempo si scaglia contro i mali dei Giochi. Compreso il New York Times che di questi mali avrebbe offerto, secondo il giornale, un catalogo definito “banalotto”. Il settimanale “Internazionale” dedica invece la copertina del numero 1650 a L’Insostenibile Olimpiade, con relativi articoli di approfondimento.

Lo scenario per chi scrive ed ebbe avuto la fortuna di partecipare ai Giochi di Cortina del 1956 non è in ogni modo riuscito a dissipare i cattivi pensieri sull’incerto avvenire del pianeta. Sicuramente fittizio, oggi come allora, è l’ottimismo sparso a piene mani sotto l’insegna dei cinque cerchi. Tanto lo si era sparso a suo tempo nella festosa Cortina del boom economico, agli albori della Tv e dell’Autostrada del Sole. Ma erano anni in cui tutto risultava più facile e molte cose non erano evidenti come oggi.

A proposito. Se ricordo bene Cortina resse nel 1956 l’invasione olimpica con molto fair play, offrendo piste non proprio impeccabili tracciate da volontari a colpi di badile, esibendo con orgoglio gli avveniristici bob a due o a quattro posti sparsi nel piazzale della stazioncina con gli equipaggi intenti ad affilare i pattini. La sera nel gelo del nuovissimo Palazzo del Ghiaccio si andava ad assistere agli infuocati duelli tra le squadre di hockey americane e sovietiche, queste ultime imbattibili. Avevamo la certezza che in piena guerra fredda quelle compagini se le sarebbero date di santa ragione. E invece tutto filò liscio.

E infine lo show

Per concludere, del grande show inaugurale a San Siro il successo era scontato. Qualche osservazione con il senno di poi è tuttavia doverosa. Alcune soluzioni scenografiche peccavano dello stesso stesso kitsch che gravava nel 2015 sull’Expo con gli effettacci dell’”albero della vita”. In altri momenti della serata si è avvertito però un piacevole swing, senza il quale come disse Duke Ellington la vita non avrebbe senso. Swingante e forse indimenticabile resta per chi scrive l’arrivo allo stadio del tram con a bordo il presidente Mattarella. E con quel mattacchione dell’ex centauro Valentino Rossi in divisa da tranviere a smanettare. Forse nel luna park mancava soltanto l’abominevole uomo delle nevi.

Roberto Serafin

16 Febbraio 2026
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