Cosa significa accompagnare in montagna? Ma potremmo porci la domanda per ogni situazione della vita in cui ci si pone al fianco. Da questa domanda che Beppe Guzzeloni, Istruttore d’alpinismo CAI, si è posto, scaturiscono riflessioni che hanno a che fare con la relazione con l’altro/l’altra, con sé stessi, con la montagna. Accompagnare significa mettersi in gioco completamente, stare dentro un’esperienza senza la pretesa di sapere come riempire tutti i vuoti, anzi con la volontà di lasciare spazio. L’accompagnamento e l’insegnare/imparare delle tecniche, diventano spazi pedagogici in cui trovare opportunità di trasformazione di sé. Non abbiate fretta di leggere tutto in una volta questo articolo, ma prendetevi il tempo necessario per farvi stimolare perché lo scopo dell’autore non è dare risposte, ma sollecitare riflessioni,


WhatsApp Image 2025 07 24 at 16.41.54 L'accompagnamento in montagna (come nella vita) è trasmissione di un'incompiutezza

L’autore di questo articolo

Beppe Guzzeloni lavora da molti anni come educatore professionale nell’ambito delle dipendenze patologiche, prima in comunità residenziali poi nei servizi territoriali. 
Istruttore di alpinismo del CAI dal 1994. 
Socio della SEM di Milano e istruttore della Scuola Silvio Saglio. 
Per molti anni è stato istruttore di Alpiteam, Scuola di alpinismo Lombarda, dove ha avuto l’opportunità di occuparsi di Montagnaterpia.
Ha da poco concluso, dopo quattro anni, la collaborazione  con il Progetto di Montagnaterapia “Di Passo in Passo” del Centro Cocaina degli Spedali Civili di Brescia.


Andavamo dietro ai pensieri,
come fa il vento con le nuvole

Erri De Luca 

È vicino
e difficile a cogliere il Dio
Ma dov’è il pericolo, cresce
anche ciò che salva.

Friedrich Holderlin

Che accompagnatore sono stato?

Sono da poco entrato nel mio settantunesimo anno. Ogni compleanno, ogni anno di vita, ogni momento della mia vita, anche quello più difficile, è un dono ricevuto; un invito a dire sì ancora alla vita, è ancora “il tempo del desiderio” come scrive Francesco Stoppa nel suo “Le età del desiderio” (ed. Feltrinelli).

I miei nuovi anni mi hanno introdotto in quell’età della vita in cui la soglia critica, che ho deciso di varcare, mi costringe a rinegoziare il rapporto con me stesso e col mondo, e penso la vita come ciò per cui non sono mai pronto. Ebbene, il tempo del desiderio è il tentativo di innescare una conversione attraverso la quale rispondere alla chiamata del desiderio con un cambio di stato, modificando cioè la mia posizione, cercando di imprimere un’altra direzione alla mia esistenza. Il desiderio mi stana e mi mette nelle condizioni di rispondere o meno.

E in questo ricorrere e rincorrere di pensieri e di fantasmi, mi sono soffermato anche sull’esperienza del mio andare da molti anni in montagna e di come l’ho frequentata e vissuta. Vi sono “andato” come si va al mercato o in palestra o al lavoro oppure come entrare in una casa chiedendo prima permesso con la speranza di essere accolto? Come l’ho pensata la montagna? O meglio, che pensiero mi ha suscitato la montagna? Come soggetto o come oggetto di pensiero?  Si può pensare l’alpinismo e l’andar per monti come pensiero ed azione?  Domande che sgorgano come sorgenti d’acqua che cercano, forse, il loro futuro in qualche risposta. Ma ci sarà? Ci deve per forza essere una risposta e un senso?

Attraversando questo turbinio cerebrale mi sono anche chiesto, più pragmaticamente, che tipo di istruttore di alpinismo fossi stato in tutti questi anni (dal 1986) e in che modo avessi svolto la mia modesta funzione di accompagnare e di “insegnare” qualcosa. Che “segno” ho lasciato? Cosa ho trasmesso? Ma, soprattutto: Chi è stato per me l’allievo/a? Come mi sono relazionato con lui/lei? Qui mi sono fermato: non avevo risposte. Non riuscivo a darmene. Di una cosa, però, sono certo: la gratitudine per le persone che ho incontrato. Tutte mi hanno donato un qualcosa di sé che mi ha arricchito. 

Ora, le considerazioni che seguono sono un tentativo confuso e, forse presuntuoso, provocatorio e illusorio, di sollecitare degli spunti per un confronto che metta nelle condizioni di affrontare il tema, che ritengo personalmente importante, del come viene effettuato o anche immaginato l’accompagnamento in montagna. Beh, così lo immagino…nella sua incompiutezza!

Accompagnamento è incontro e relazione

Un’apertura, come un affacciarsi alla finestra e scrutare un lumicino nella nebbia, mi è venuta da due riflessioni. La prima (Montagna.TV 8 maggio 2025) della Guida Alpina Michele Comi che riguardava la sua professione e la modalità di come esercitarla. La sua tesi è che la Guida Alpina deve prendersi cura della persona che accompagna in montagna sia dal punto di vista tecnico che relazionale. Egli afferma che la funzione di Guida è quella di essere mediatrice tra un mondo imprevedibile e non sempre controllabile e il suo cliente e questo richiede una capacità di tenere in equilibrio tecnica e una presenza che sia “attenta all’altro”. Un’attenzione capace di ascolto, rispetto ed empatia e soprattutto di utilizzare la tecnica in modo consapevole e idoneo. 

La seconda di Hervé Barmasse contenuta in un’intervista del quotidiano Il Manifesto (“La montagna è partigiana”) a ripresa su GognaBlog del 05.01.26. Una riflessione sul significato e il senso della cordata. Afferma Barmasse: “Una cordata resta unita perché riconosce e accetta le fragilità, i pregi e i limiti di ciascuno. È l’incontro tra individui che scelgono di condividere un tratto di vita e superare insieme rischi e difficoltà. Non come la comunicazione ammiccante e aggressiva della politica contemporanea e di una parte della nostra società, che definisce il valore di una persona in base al successo individuale e al profitto personale, anche quando va a discapito degli altri. Essere squadra significa prendersi cura gli uni degli altri, con responsabilità e rispetto. Chi ha più esperienza o capacità non le usa per primeggiare, ma per guidare, sostenere e permettere a tutti di raggiungere il traguardo”.

Condivido pienamente le loro considerazioni perché incrociano quanto cerco di pormi nelle mie riflessioni sulla pedagogia della montagna in cui sostengo che l’accompagnare qualcuno in montagna, come ricorda Fausto De Stefani, non deve mai farci scordare quanto le persone, nella loro unicità, siano importanti, con la loro presenza e con i loro sogni. L’accompagnamento, quindi, non è (solamente) “lo stare in compagnia” con qualcuno, ma è l’espressione di una relazione responsabile.

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Mettersi in gioco nell’accompagnamento in montagna nella dialettica tra parola e ascolto

L’accompagnamento richiede innanzitutto responsabilità e la consapevolezza che, attraverso di esso, scopro e vivo la prossimità dell’altro che interpella la mia soggettività ed esperienza. In tal senso egli mette in gioco la mia vulnerabilità poiché la persona, o le persone, con cui condivido una salita spezzano la padronanza dell’Io, sloggiato dalle proprie certezze. In quest’ottica, l’accompagnamento viene a svolgere una funzione importante la cui caratteristica fondamentale è, sì, possedere quell’esperienza personale, tecnica e metodologica funzionali all’affiancamento delle persone durante un’escursione in montagna, ma soprattutto quella di accostarsi all’accompagnato in quanto persona, in quanto volto e sguardo, in quanto “Altro da me”, nella sua differenza e peculiarità.

La relazione è un abbraccio tra parola e ascolto che si svela in uno specifico ambito (setting) che è la montagna. Parola e ascolto che permettono, ad entrambi i soggetti, di ascoltare maggiormente cosa dicono di sé stessi, di essere attivi nel loro dire che fa emergere con forza il valore della virtù simbolica della parola, oggi annegata in un suo eccesso consumistico (sub-cultura della spettacolarizzazione, dell’uso compulsivo dei social, del bla bla impulsivo e inutile…). La sua forza, la forza della relazione, sta proprio nel fatto che non promette risultati immediati, ma una possibilità reale di cambiamento.

E maggiormente significativo è la parola che si dispiega durante il cammino o la scalata, nella fatica della loro pratica, nel passo dopo passo che tende alla cima o che non la raggiunge, nel passo dopo passo a volte anche sotto la pioggia o la neve, nel mentre il vento fa sentire la durezza della montagna e l’inutilità dell’essere lì in quel momento in cui il rischio e il pericolo incombono maggiormente. Ed è forse in quel preciso istante che ciò che c’è di più vero (nascosto) in me (in noi), sobbalza nella mente e nel cuore. Ed è lì che la parola, se in seguito potrà avere voce e ascolto, e i frammenti dell’archeologia soggettiva trovano una loro opportunità di elaborazione. E ciò che non era pensato, ora, forse, lo può essere, ma in una forma nuova, prodotta e scritta con parole nuove. In entrambi i soggetti dell’accompagnamento.

Camminare e scalare in montagna dovrebbero presupporre, al di là delle capacità e competenze personali, che si acquisiscono con l’esperienza, il poter entrare in una dimensione in cui facendo “il fare” s’inventa e si “pensa” il proprio modo di fare e di pensare l’andare in montagna. Fare e conoscere diventano un tutt’uno e in reciproca relazione, si convertono. Camminare, arrampicare per conquistare spazi e tempi di libero movimento e autonomia in differenti contesti, compreso il proprio mondo interno, superando soglie, barriere e pregiudizi, per sperimentare “nel vivo” l’interpretare e ri-visitare la complessità di quell’andamento dialettico tra dentro e fuori, tra interno ed esterno, tra l’Io e il Tu, tra individuale e sociale, tra incontro e solitudine in quell’ambiente specifico, fatto di intrecci e legami che è la montagna.

Cosa significa fare esperienza del limite

 All’inizio, forse, in modo inconsapevole per poi intercettare quella curiosità che spinge verso “un di più”, che è attirata dall’esperienza di sé. Accrescere la capacità di distinguere la tecnica dal fattore umano, può produrre un senso di “liberazione” che apre le porte a consapevolezze inattese e migliora la qualità dell’andare e stare in montagna. Il saper “esserci”. E non si può fare veramente esperienza di sé senza sperimentare il pericolo, senza affacciarsi al limite. Poiché attraverso un approccio a misura soggettiva la dimensione montana, nella sua potenza, sarà compresa sino al limite estremo singolarmente esperibile. (cfr Francesco Tomatis, La Via della Montagna, ed. Bompiani). 

L’esperienza attiva di sé stessi in montagna ha bisogno che questa sia vera partner, soggetto che incanta e incatena, non sfondo sbiadito, merce, oggetto da consumare, teatro delle nostre prestazioni; da frequentare evitando possibilmente comodità e comfort che sarebbero da ostacolo per entrare maggiormente a contatto con la sua essenza.

Ma cosa significa esperienza, fare esperienza? Se ci soffermiamo sul significato etimologico della parola, vediamo che deriva dal latino experior e peritu: esperienza, esperto, esperimento. E dal greco, peìra, da cui deriva il latino periculum. Esperire e pericolo, divenire esperti e periti e fare esperienza del pericolo sono, originariamente, due aspetti di un’unica dimensione esperienziale. Senza esperienza del pericolo non vi è alcuna vera esperienza. Paradossale, no? Eppure, l’esperienza del pericolo non può far venir meno la possibilità di esperire. Fare esperienza del pericolo, giungere al limite, significa rasentare la negatività, la distruzione, la dissoluzione e finanche la morte, però senza soccombervi. La montagna per eccellenza è dunque esperienza del limite, dove ogni esperienza è intrinsecamente pericolosa, perché esperire il pericolo in montagna è umanamente possibile. Sentire il limite “dentro di sé”, accettarlo fino alla rinuncia “dell’andare oltre”.

Allora, l’accompagnamento non è “portare intenzionalmente qualcuno nei pericoli”, ma è lo strumento relazionale (e tecnico) che comporta un approccio graduale e continuo al pericolo, che la montagna impone, tale da non morire (anche di paura) e quindi consentendo una vera esperienza da cui uscirne non come sopravvissuti, ma come viventi e più ricchi umanamente, oltre che alpinisticamente.

L’importanza di saper lasciare un vuoto

Mi piace pensare l’istruttore come colui che lascia un segno nel suo allievo. Dove “l’istruire”, “l’insegnare” non siano solo una pratica ridotta alla trasmissione di informazioni o di competenze, come si preferisce dire, ma deve mantenere vivo nell’allievo il rapporto coinvolgente con la montagna. È un bivio culturale fondamentale, secondo me, con il quale siamo confrontati come istruttori. Ma per scegliere la via “dell’erotizzazione” del sapere, (come direbbe M. Recalcati), della passione per il sapere occorre che l’istruttore, come insegnante e anche come educatore, sappia preservare il giusto posto dell’impossibile. Dell’impossibilità di sapere tutto il sapere, in questo caso, di quel che riguarda la montagna e la sua frequentazione. Occorre lasciare nell’allievo un buco, un vuoto, una mancanza che è l’esito del nostro consapevole limite di non sapere tutto. 

Il sapere dell’istruttore non è mai ciò che colma la mancanza (il tutto pieno), ma è ciò che la preserva nell’allievo. Si tratta piuttosto, come dovrebbe avvenire in ogni processo di formazione, di un percorso che traccia il suo sentiero singolare solo nel momento in cui accade. Il sentiero formativo, educativo, si delinea camminando. Lo si percorre, l’allievo lo percorre, perché non esiste prima di esso. E l’istruttore, l’accompagnatore si configurano come testimonianza ed espressione di un’incompiutezza, della loro incompiutezza.

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Essere soggetti attivi dell’esperienza in montagna

Giustamente, Michele Comi parla di prendersi cura dell’altro (cliente, allievo, persona accompagnata…); ma il prendersi cura non significa che lo fa per il suo bene (dell’accompagnato) come se fosse l’oggetto della cura, ma lo deve vivere come soggetto della cura. In modo tale che l’accompagnato diventi agente attivo e non passivo dell’esperienza formativa in montagna. E nel momento in cui l’intenzionalità formativa diventa opportunità trasformativa, l’agire dell’istruttore, il suo prendersi cura dell’allievo diventa agire educativo.Non vi è alcuna differenza tra formazione e educazione dove entrambe le funzioni indirizzano la persona fino a vivere l’esperienza del divergere da ogni sentiero tracciato, già precostituito. E qui intendo la capacità di muoversi liberamente e consapevolmente in un ambiente complesso come quello alpino. Il mio amico e guida alpina di Moncion in Val di Fassa, Gino Battisti, mi diceva che per muoversi con una certa sicurezza in montagna “ci vuole il fiuto del camoscio”. Bisogna cioè acquisire “quel sentirsi parte” dell’ambiente che richiede tempo, frequentazione, osservazione, lentezza, acquisizione del senso del limite e della rinuncia, ma anche la determinazione consapevole delle scelte quando si decide “di andare avanti e oltre”.

La montagna è severa, non ammette inganni e scorciatoie, non è affrontabile per interposta persona o con sostituti tecnologici, ma è un fatto, una pratica strettamente personale, in cui ogni soggetto sia consapevole e responsabile di quanto si faccia e si pensi, con le proprie gambe e testa. Se invece si volesse edulcorare o banalizzare il rischio e il pericolo, allontanandoli da una continua “percezione personale” come avviene attraverso, illusoriamente, la fiducia tecnologica, essi si presenterebbero all’improvviso e quindi senza la possibilità di controllo. Oggi la tecnica, nel suo continuo crescere, non è più un “mezzo”, ma il “fine” da perseguire, lo scopo da perfezionare per far fronte “all’impossibile” umano, se non raggiungibile attraverso la tecnica (cfr U. Galimberti).

Decentrarsi dal proprio IO

In questo senso, ripercorrendo una riflessione di Andrea Bocchiola (“Dell’alpinismo” ed. Tararà) pensare che la tecnica sia solo lo strumento di salita della montagna significa pensare l’alpinismo e l’escursionismo senza montagna o con una montagna estetizzata ridotta a sfondo anonimo dell’azione del soggetto. L’andare in montagna come un mero esercizio della volontà con sé stessa, ben prima che con la montagna lasciata là, in un angolo. 

Accompagnare significa educare, significa tenere vivo il battito che separa e unisce identità e differenza, chiusura e apertura, appartenenza ed erranza, sicurezza e incertezza. Vuol dire accompagnare nel fare esperienza dell’apertura dei mondi, di sostare in essa senza pretendere di appropriarsene, ma imparando a decentrarsi dal proprio IO e dal suo bisogno di padronanza.

Ogni accompagnamento come ogni relazione richiede creatività, semplicità e singolarità

Pertanto, dove c’è la didattica autentica, e quindi un accompagnamento responsabile, non c’è opposizione tra istruzione e educazione, tra contenuti cognitivi e relazione affettiva, tra nozioni e valori, poiché il suo fine più alto è la trasformazione degli oggetti del sapere in persone desideranti il cui desiderio irrompe nella “ripetizione dello stesso” senza distruggerlo, ma come evento che apre ciò che sembra essere normalmente chiuso. La ripetizione non come “atto ripetitivo”, ma come ripartenza, ripartire dallo stesso in modo nuovo. Ogni accompagnamento, ogni relazione che si instaura ogni volta con l’accompagnato/a richiede creatività, semplicità e singolarità. Ogni accompagnamento è sempre nuovo.

Le scuole di alpinismo e l’accompagnamento come spazi pedagogici

Penso, per concludere questa mia riflessione, che le scuole di alpinismo del CAI abbiano un loro significato e un loro valore in quanto “luogo pedagogico”, un setting educativo in quanto formativo. E l’intervento dell’istruttore attraverso l’accompagnare, oltre che essere uno strumento reale di formazione, debba essere nell’ordine del simbolico. Il simbolo è qualcosa che rimanda a qualcosa d’altro, che allude a una cosa che manca al suo posto. Imparare una tecnica e l’andare in montagna, non siano solamente “essere alpinisti”; ma che l’essere alpinisti sia anche un’opportunità di dare di sé un’altra rappresentazione: opportunità di trasformazione di sé. E le scuole di alpinismo devono essere quel “luogo” dove la promessa di cambiamento può avverarsi. Non una certezza, ma un’occasione di trasformazione dell’aspettativa delle persone che si affidano e si fidano dell’accompagnamento dell’istruttore/trice. L’ accompagnamento, pertanto, a mio parere, è quello spazio in cui ogni soggetto si senta riconosciuto, riconoscendo a sua volta questo spazio come significativo e capace di operare delle trasformazioni.

Mi piace infine fermarmi e soffermarmi con le parole di Enrico Camanni: «Forse ci sfugge il mutamento degli ultimi 10-20 anni. Penso a come s’è fatto facile l’accesso ai monti — ormai quasi tutti trovano i modi e i mezzi per camminare, scalare e fare alpinismo, se ne hanno voglia – e a come s’è fatta delicata la frequentazione, perché siamo in tanti, sempre di più, e incidiamo su equilibri terribilmente precari. Credo che il CAI, che è ancora il primo riferimento per le terre alte, più che portare la gente in montagna dovrebbe educare chi ci va già, e anche chi non ci va, favorendo ogni occasione di crescita culturale».

28 Aprile 2026
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RUBRICA A CURA DI:
Luca Serenthà

Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.

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