Roberto Serafin questa settimana ci porta com i ricordi all’Abetone che è stata stazione sciistica di primo piano anche grazie ai miti dello sci dell’epoca… ma ora senza più neve inevitabilmente rimangono solo i ricordi di quel turismo. Invece, a proposito di sci e turismo, in Valle di Funes il dibattito è aperto: puntare su un collegamento ai vicini impianti sciistici o inventarsi innovative forme di turismo per allungare la stagionalità?

Abetone amore mio

La notizia è che l’Abetone, un tempo culla dello sci in terra toscana, rischia di dovere rinunciare a impianti e neve ormai tutta artificiale. La Regione quest’anno, a quanto si apprende, non ha messo a bilancio il consueto milione di euro di fondi destinati agli impianti dell’Abetone e gli operatori sono in subbuglio. Il rischio è di chiudere, sarebbe una catastrofe per chi ancora lassù vive di turismo invernale. Il caso Abetone esplode in contemporanea con le anticipazioni a tinte fosche del rapporto 2020 di Legambiente sullo stato del bianco elemento nel nostro Paese: anticipazioni che danno per moribonde “le stazioni di sport invernali al di sotto dei 1.500 metri”. C’è poco da essere profeti di sventura come Trump definisce gli ambientalisti, ma la situazione si fa sempre più preoccupante anche se, per ora, le stazioni di sci “griffate” pullulano di vacanzieri. E l’Abetone era sicuramente griffata. Vi sciavano le grandi famiglie di Firenze, Amedeo d’Aosta qui era di casa ed è diventato un eccellente discesista sotto la guida di Vittorio Chierroni. Nel mondo il nome dell’abetonese Zeno Colò, imbattibile sulle nevi americane ai mondiali di Aszpen, fu sinonimo di grande sci. E fu proprio Zeno a prodigarsi perché nascessero nuovi e moderni impianti. Tre piste oggi portano il suo nome. Tutte mantenute aperte con i cannoni. A testimoniare di quei tempi d’oro è rimasta Celina Seghi conosciuta ai tempi come il topolino delle nevi per la sua statura e la capacità di sgattaiolare tra i paletti su tutte le nevi possibili: che erano nevi come le mandava il cielo senza battitura meccanica mentre i paletti dello slalom erano di rubusto legno di quercia ed era meglio non sbatterci contro. Novantanove anni all’anagrafe, c’è da credere a quanto si legge in internet che Celina conservi una vivacità e uno spirito che sembrano quelli di una ragazzina. In questi giorni più o meno si appresta a festeggiare il suo compleanno numero 100. E se non fosse per la carta d’identità, nessuno riuscirebbe a credere che è nata nel 1920. “Questi anni non me li sento davvero”, ama ripetere. Qual è il suo segreto per mantenersi così in forma? “Ho sempre fatto sport”, spiega. “Quando sciavo, mi allenavo molto, con Zeno e Vittorio (Colò e Chierroni, ndr). Ho sempre fatto ginnastica e ancora cammino tanto. Ferma non sto mai: guai a smettere di camminare!”. 

Il clima che si respira per i noti problemi economici e climatici non è però dei migliori, purtroppo, per festeggiare il secolo dell’intrepida Celina.  Peccato. Della vitalità di Celina è testimonianza la brochure “Celina Seghi il topolino delle nevi”, un libro dell’89 firmato da Renzo Vannacci che Celina volle donare al Gruppo alpinistico milanese “Fior di roccia” alla fine dell’altro secolo in occasione di una rassegna battezzata “Milano Montagna” che prevedeva una sfilata di vecchie glorie su auto d’epoca per le vie della città. 

Su una cabriolet, sfoggiando uno dei suoi sfolgoranti sorrisi, Celina condivise gli applausi dei milanesi con Paula Viesinger (1907-2001), sua rivale sulle piste dove le due fuoriclasse gareggiavano tra i paletti con un foulard di seta per impedire alle chiome di scompigliarsi troppo. Bei ricordi e bei tempi, peccato che le neiges d’antan di cui favoleggiano i poeti si siano irrimediabilmente sciolte.

Celina e Paula copia Valle di Funes: quale turismo?
Celina Seghi nel 1999 su un’auto d’epoca a Milano accanto all’ex rivale Paula Viesinger
(Ph. Serafin)

Valle di Funes: meglio soli?

Meglio soli che male accompagnati dice il proverbio. Con tutto il rispetto per gli intraprendenti gardenesi, da decenni la Val di Funes in Alto Adige rifiuta l’abbraccio di questi vicini di casa. Il dibattito è pacato, ma la posta in gioco è notevole per chi vive in questa incantevole valle dolomitica: meglio costruire una funivia che metta in collegamento la valle con la val Gardena e quindi agganciarsi al grande circuito degli impianti oppure preservare il patrimonio naturale e paesaggistico sfuggito finora all’assedio degli impianti di risalita?

Reinhold Messner che qui è nato e cresciuto è di recente intervenuto ancora una volta nel dibattito sul futuro della valle con un rifiuto deciso ai nuovi impianti che i gardenesi sarebbero disposti fin da subito a installare per collegare le due vallate. 

Non si tratta di un dibattito di puro interesse locale: la valle di Funes è una delle poche dell’area dolomitica rimaste allo stato naturale ed è di particolare bellezza, chiusa com’è nel fondovalle dalla catena delle Odle (in lingua ladina significa “aghi”) con le sue guglie spettacolari. Per saperne di più vale la pena di leggere su mountcity.it il racconto di Livio Sposito, alpinista bolzanino naturalizzato milanese, a suo tempo inviato del Corriere della Sera, autore di libri sulla storia dell’alpinismo il più recente dei quali è dedicato all’austriaco Paul Grohman, scopritore e valorizzatore dei monti pallidi

“Forse è proprio il fatto di essere una valle a fondo cieco che l’ha tutelata finora dalla grande speculazione”, spiega Sposito. “Funes è una meta a sé stante, non un paesaggio che si può ammirare percorrendo i grandi circuiti automobilistici delle visite ai panorami dolomitici. Ma le foto della valle, pubblicate sul sito dell’Unesco, hanno fatto il giro del mondo. Così oggi arrivano turisti da tutto il mondo – Corea, Cina, Australia, Stati Uniti, Giappone ecc. – per una frettolosa visita, lo scatto di una sequela di foto e la corsa alla prossima tappa.

E’ chiaro che questo nuovo afflusso ha provocato un riaccendersi del dibattito. Ci sono albergatori e valligiani favorevoli a investimenti per un turismo tradizionale fatto di collegamenti ai grandi circuiti dello sci vedendo in ciò la possibilità di maggior occupazione e maggiori redditi, e ci sono altrettanti albergatori e valligiani che desiderano difendere la loro oasi di pace dall’invasione del turismo di massa perché ritengono che ciò che hanno oggi sia un patrimonio di valori che nel tempo sono destinati a crescere”.

Nell’alta stagione, cioè durante le ferie di fine anno e nei pochi mesi dell’estate, c’è spesso il “tutto esaurito”. Ma la stagione è breve mentre nelle vicine valli si prolunga di parecchi mesi, soprattutto nella primavera, grazie alle piste da sci. Nella valle ci sono solo un piccolo skilift che non può certo soddisfare le esigenze di chi viene per praticare lo sport bianco e un paio di piste per gli slittini perfettamente tenute in efficienza.

“Per contro”, osserva Sposito, “ci sono innumerevoli sentieri nei boschi, ai piedi delle montagne, praticabili anche con la neve tanto che per passeggiare basta un paio di scarponcini caldi e più o meno ogni ora di cammino si incontra una malga dove mangiare e rifocillarsi. E’ un modo di praticare la montagna all’antica non ancora sufficientemente apprezzato, ma che, secondo molti, ha un futuro. Il rischio è che il dibattito si inasprisca senza trovare uno sbocco”. 

Che fare? Secondo l’amico Sposito, occorre lavorare di fantasia trovando il modo di prolungare la stagione. Tentare una strada diversa, innovativa. La valle di Funes potrebbe diventare un laboratorio di nuove proposte da sperimentare. Livio fa un esempio, visto in Canadà: una località ha realizzato una sorta di centro della cultura musicale, dove giovani di tutto il mondo vengono ad esercitarsi o imparare. Sono ospiti di strutture decentrate che diventano una nuova forma di attrazione turistica. La diffusa cultura musicale presente nella valle con i numerosi riconoscimenti internazionali ottenuti dalla sua banda (che nel tempo è diventata quasi un’orchestra) e da singoli musicisti fanno pensare ad una proposta realizzabile analogamente alla soluzione trovata in Canada. La vicinanza di un qualificato Conservatorio musicale come quello di Bolzano con il suo concorso pianistico internazionale Busoni potrebbe inoltre fornire l’occasione per una collaborazione e un contributo di idee. Ma sono innumerevoli i settori, dall’artigianato alla scienza alla cultura che potrebbero fornire un contributo di idee finora rimaste nel cassetto. Una proposta ingenua? Di sicuro, conclude Sposito, occorre stimolare la fantasia per avviare un discorso nuovo su un tema così importante come quello dell’ambiente. E dopotutto un discorso fatto di proposte anziché di veti non può che diventare stimolante per pensare a un futuro migliore.

12 Febbraio 2020
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