Serafin ci porta in vacanza nelle zone dove sono ancora evidenti le cicatrici lasciate dal ciclone Vaia di quasi due anni fa. Un racconto in prima linea per i lettori di Fatti di Montagna.

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Non era mai capitato agli escursionisti più assetati di avventura e chissà se capiterà ancora di camminare attraverso ciò che rimane di 14 milioni di alberi abbattuti nelle Dolomiti dal ciclone Vaia alla fine del 2018. Questa estate si può fare. Anzi, è un’esperienza da compiere. Saranno trascorsi tra un po’ due anni da quella micidiale manciata di minuti che ha messo a terra questi giganti ostruendo sentieri e trasformando prati e declivi in distese di sterpaglia sminuzzata. 

Ma ecco, nella stupenda Val Visdende gli schianti si annunciano improvvisi a una svolta della strada sterrata che fa il giro delle malghe costringendo l’escursionista a laboriosi aggiramenti. E’ la natura che si oppone a noi famelici turisti decisi a raggiungere le ospitali malghe dove è possibile gestire un bovino o una capra e godere i prodotti caseari che ne conseguono. Qui alla devastazione degli abeti abbattuti fa da contrappunto l’impassibile Pietralba che svetta sullo sfondo con le sue candide rocce.

Qua e là è segnalato, con ordinanze protette da fogli di plastica, il divieto di inoltrarsi nelle aree dove sono stati piazzati i cantieri. Sono infatti da qualche tempo in corso imponenti lavori di ripristino e messa in sicurezza del territorio ferito, lavori che la pandemia aveva costretto a sospendere. Cantieri sono segnalati a San Pietro di Cadore, Lorenzago, Vigo, Comelico Superiore. Al lavoro sono i Servizi forestali regionali impegnati in opere di regimazione, nel taglio della vegetazione infestante, nella pulizia di canali, nella sistemazione di massi ciclopici per contenere sponde dispettose che non stanno ferme. 

Ma contemporaneamente procede l’opera di sgombero nelle foreste che più hanno subito lo schiaffo del ciclone e ora ricevono le visite quotidiane dei tir austriaci mandati a fare provvista di legname: autocarri potenti muniti di gru che entrano sparati nella foresta lasciando tracce vistose. Poi, a pieno carico, gli autocarri si fiondano ruggendo verso il confine lungo la statale stretta e contorta. Possibile che di quel legname noi italiani non sappiamo che cosa farcene?

Trasporto legname copia Vacanze da schianto
Trasporto del legname
In apertura: in cammino fra gli schianti
(foto R.Serafin)

Il prelievo si svolge in pochi minuti. Issato su una poltroncina girevole, un tecnico governa il gigantesco braccio della gru che preleva il tronco. Sorprende la precisione dell’operazione mentre altri tronchi ordinatamente accatastati lungo la pista attendono di essere avviati al loro destino oltre frontiera. Fatto il pieno, il Tir è pronto a correre con il suo carico verso l’Austria o la Slovenia ondeggiando paurosamente lungo la tortuosa statale dove è già successo che l’autista abbia scontato il suo impeto da pilota da Gran Premio rovesciando il carico nella scarpata. 

Non soltanto in val Visdende, ma anche nelle foreste che sovrastano il passo Monte Croce dominate dal profilo aguzzo del Col Quaternà, il turista s’imbatte nello scombussolio dei tronchi abbattuti. Scavalcamenti e aggiramenti aggiungono un pizzico di avventura se il sentiero è sbarrato dai giganti che il vento ha giustiziato. Ma altrove gli schianti di Vaja possono rivelarsi trappole invalicabili per i cercatori di funghi che per loro natura sono portati a perdere la trebisonda nella appassionata ricerca delle prelibate prede. Immancabile in questi casi è l’intervento delle Unità cinofile del Soccorso alpino costrette a destreggiarsi fino a notte fonda in questi labirinti odorosi di resina.

Forse ci stiamo abituando al brutto e al degrado, ma queste visioni hanno qualcosa di soprannaturale e ci affascinano. E intanto riprende il dibattito sulla rinascita dei boschi schiantati. Pianificarne il ripopolamento artificiale o lasciare che la natura faccia il suo corso scegliendo la rigenerazione naturale? Il sospetto è che le foreste dei monti pallidi possano riprendere il loro incantevole, ordinato aspetto prima di quanto ci si aspetti. O forse è solo una speranza (Serafin)

6 Agosto 2020
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MountCity

MountCity è un progetto fondato nel 2013 a Milano che si poggia sulla passione e competenza di uno staff di cittadini appassionati di montagna, all’occorrenza con il sostegno di associazioni di volontariato. La piattaforma, grazie alla competenza e professionalità di Roberto Serafin che l’ha curata per 10 anni, è stata punto di riferimento sull’attualità della montagna e dell’outdoor con migliaia di articoli pubblicati. Ora lo spirito di MountCity vive ancora dentro questa rubrica.

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