Prendendo spunto dal Cargo Bike day Serafin ci racconta di affascinanti botteghe a pedali che circolavano nelle città, ma anche e soprattutto nei borghi in montagna. Una mobilità e un’economia che si muoveva ad energia muscolare… è inevitabile pensare alla nostra società odierna così dipendente dal petrolio e con il timore del razionamento. Le bici tutto fare non risolverebbero tutti i problemi, ma riviste e rivisitate chissà che non tornino di utilizzo comune visti i tempi che corrono…

(ph. R. Serafin)
Cargo Bike
Mountain bike o e-bike che sia, non si smette mai di pedalare. E non solo per divertimento. A Milano domenica 29 marzo il Cargo Bike Day ha fatto conoscere ai cittadini ignari che il progetto Clean Cities (rete europea per una mobilità urbana a zero emissioni entro il 2030) prevede una mobilità che cambia scala e ritmo. E perché questo succeda, che cosa può essere meglio delle cargo bikes? Lenti, visibili, concreti questi mezzi di locomozione portano bambini, spesa, lavoro e stanno per essere considerati indispensabili in ogni famiglia.

Le botteghe a pedali
Hanno tre ruote, a volte due, spesso una cassa davanti e dentro alcuni pezzi di vita quotidiana. Ma non sono invenzioni recenti come si potrebbe credere. Le biciclette “da lavoro”, talvolta legate ai mestieri ambulanti, fanno parte a pieno titolo della storia dell’Italia che pedala.
Qualche esempio? L’arrotino pedalando girava per le strade cittadine e di campagna offrendo i suoi servizi. A Milano gli affilacoltelli pedalanti li chiamavano “muleta” se la memoria non tradisce chi scrive. La bici da ferma era in quel caso montata su un cavalletto. Pedalando l’artigiano faceva girare la mola destinata a compiere l’affilatura. Era una faccenda che si risolveva in fretta. “Ghe voeur un quej des minut”, assicurava l’artigiano in dialetto meneghino. E dopo dieci minuti, ad affilatura compiuta, si spostava a cercare clienti nei vari quartieri della città.
Ce n’erano in giro parecchie all’inizio del secolo scorso di “botteghe a a pedali” anche e soprattutto nei borghi di montagna più isolati. Lo testimoniò nel 2023 a Carrara una straordinaria mostra curata dall’appassionato Umberto Franchi titolare di un’azienda di marmi. Era un’esposizione interamente dedicata alle biciclette destinate ad antichi mestieri: “Botteghe a due ruote”. Accuratamente restaurati e tirati a lucido, ripresero a vivere ai piedi delle Apuane storici velocipedi risalenti al periodo tra i primi anni del Novecento e il secondo dopoguerra. C’era la bici del fornaio, quella del medico, quella tuttofare. O addirittura la bici “balilla” con un battagliero moschetto montato sulla canna per fare contento il duce.


Questi mostri antidiluviani a pedali offrirono a due passi dalla bellissima piazza Alberica di Carrara uno spaccato di vita popolare documentando antichi mestieri, alcuni dei quali da tempo scomparsi. Diciassette furono i pezzi originali che riportarono indietro i visitatori fino agli anni Venti per arrivare ai Sessanta. Si è capito allora che furono diversi i mestieri e le attività commerciali svolti in passato su due ruote. Tornarono a fiorire sulle pubbliche piazze dopo la seconda guerra mondiale. Quando l’Italia ricominciò a vivere e a crescere. L’esposizione di cui qui si forniscono alcune immagini realizzate per l’occasione venne realizzata a Carrara con la collaborazione della Danae Project e si tenne presso lo spazio Mantica Project di proprietà dell’azienda “Franchi Umberto Marmi” nel centro della cittadina ai piedi delle Apuane.
Non è difficile immaginare che la raccolta di tali veterane sia stata impegnativa. Fu molto ammirata la bicicletta dell’azdora, l’amministratrice così chiamata della casa romagnola, una reggitrice dell’impresa domestica, custode delle tradizioni. Pedalando, l’azdora controllava e gestiva tutte le attività legate al sostentamento della famiglia. “Questa mostra”, osservò il curatore Alberto Franchi, “nasce dalla passione che nutro per gli oggetti d’epoca. Ho pensato che potesse incuriosire un pubblico di appassionati, ma che coinvolgesse anche i più piccoli”.

Alpinisti in bici
Del resto, le biciclette nell’Italia fascista a corto di soldi erano perlopiù tuttofare, usatissime dagli operai per andare al lavoro in fabbrica, ma anche dai bersaglieri per deliziare folle plaudenti alle adunate. In sella a rudimentali bici si conquistavano montagne impervie. Kurt Diemberger racconta di essere andato alla scoperta delle montagne che più lo affascinavano in sella alla bici del nonno. L’austriaco Hermann Buhl raggiunse a sua volta in bici la Val Bregaglia e, dopo aver legata la bici a un palo, percorse in solitaria l’aspra parete nord del Badile. Al ritorno, stanchissimo, precipitò in bici nelle acque tumultuose dell’Inn e si salvò per il rotto della cuffia. Dal che si deduce che la bici dell’alpinista era poco affidabile.
Botteghe a pedali, solo un ricordo?
Oggi possiamo crogiolarci al pensiero di come il mondo sia cambiato insieme con le bici. In netta crescita nelle città più popolate è il servizio di bike sharing con l’affitto temporaneo di biciclette pubbliche. A Parigi la “petite reine” è regina anche nelle situazioni di traffico più congestionato e 20 mila bici a noleggio sono a disposizione del cittadino in 1500 parcheggi della Ville Lumière.
Chi si ricorda più delle “botteghe a pedali”? Eppure furono un’idea che prese piede nello svilupparsi delle industrie, quando ai primi del Novecento in Italia le biciclette circolanti erano più di cinque milioni.
Non che oggi le biciclette in circolazione siano molte di più delle nonne tuttofare. Tanto per dire, il 2024 si è chiuso con oltre 1,3 milioni di unità vendute. Tutte profondamente modificate rispetto ai primordi. Il futuro ci riserva un’e-bike che dispone di 160 chilometri di autonomia. E la mobilità di certo ne guadagnerà.
Roberto Serafin
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