In clima olimpico Serafin recupera uno scritto che aveva richiesto a Pierino Gross nel 1991 da cui emerge la visione dello sci del campione della “valanga azzurra”. Una visione in cui è evidente l’amore per una disciplina che ha appassionato molte persone grazie a fuoriclasse come lui. 35 anni dopo è ancora rintracciabile sulle piste quella poesia di cui scrisse? Il fondato sospetto è che il cambiamento climatico e l’industrializzazione dello sci e del turismo da esso generato, se la siano portata via.

Pierino Gros da Sauze d’Oulx alla “valanga azzurra”
Saltava di porta in porta con i suoi giganteschi sci di legno senza bisogno di inforcare gli occhiali e agitando la cospicua chioma da giovane birbante. Non ne sbagliava una di porta e al traguardo era immancabilmente accolto da un’ovazione anche quando si faceva battere dal gelido Ingo Stenmark. Oggi mi riesce difficile riconoscere in un programma televisivo preolimpico Piero Gros, classe 1954, fuoriclasse della leggendaria “valanga azzurra”. L’anziano campione indossa un pesante maglione di lana e dietro di lui compare una stufetta e da una finestra si intuisce che sta nevicando. Il patriarca dello sci ormai ultrasettantenne deve soffrire il freddo come capita ai vecchi. Ma c’è di buono che gli va di conversare brillantemente raccontandosi con qualche innocente sorrisino. Anzi, sorride spesso e ai conduttori del programma non resta che ossequiarlo come si conviene a un protagonista.
Senza senili rimpianti, per la gioia di noi sciatori dai capelli bianchi, Pierino ha ripercorso in questa circostanza le tappe della sua passione per lo sci. Che lo incatenò fin da bambino nei crudi inverni di Sauze d’Oulx. D’estate invece c’erano le bestie da condurre al pascolo e tutta la famiglia era mobilitata.
Le vittorie di Pierino Gros quando sciare era ben più difficile
Oggi il confronto fra gli slalom del passato e quelli di oggi a giudicare dalle sequenze ripescate negli archivi è tutto a suo favore. Doveva essere ben più difficile, viene da pensare, rimanere in piedi con quei “cosi” lunghi lunghi, su quelle piste rabberciate a colpi di badile in mancanza di cannoni per la neve artificiale che ancora non erano stati inventati. Fu davvero grande quel Pierino che oggi non ha perso un briciolo della sua simpatia e l’unica cosa che gli manca è quel ciuffo che gli ricadeva sugli occhi alla partenza dal cancelletto quando il casco non era imposto per legge.
Il suo curriculum oggi è in rete, basta avere la pazienza di leggerlo. Per sommi capi fu vincitore della Coppa del Mondo generale e della Coppa del Mondo di slalom gigante nel 1974 e campione olimpico e iridato nello slalom speciale a Innsbruck 1976. Nel 1972, fu il più giovane vincitore di una gara di Coppa del Mondo di sci alpino maschile. Nel 1973-1974 si guadagnò la Coppa del Mondo assoluta e quella di slalom gigante con 16 punti di vantaggio su Gustav Thöni e 15 su Hansi Hinterseer; i suoi podi stagionali furono 7, con 5 vittorie.
Salì per l’ultima volta sul podio in Coppa del Mondo, in combinata, il 15 gennaio 1979 a Crans-Montana. Ma non abbandonò il Circo Bianco. Dopo il ritiro seguì lo sci come commentatore sportivo televisivo, prima per Telecapodistria, poi dal 1990 al 1995 per la Rai e dal 1996 per 26 anni alla Televisione svizzera di lingua italiana. Ricoprì diversi incarichi dirigenziali e fu impegnato nell’organizzazione ai XX Giochi olimpici invernali di Torino 2006 come responsabile dei volontari e come “vicesindaco” del Villaggio Olimpico di Sestriere.

Quello che Pierino Gros scrisse 35 anni fa dello sci
Dal 1985 al 1990 fu sindaco di Sauze d’Oulx. E fu in quegli anni che chi scrive, cittadino “malato” di sci, ebbe l’idea di buttare giù un manuale con le “tecniche più attuali di discesa e fuoripista”. Quando decise di rivolgersi a Gros per ottenere una prefazione venne subito accontentato. Nel dattiloscritto ricevuto per posta si agitava una visione paradisiaca dello sci che sarebbe andata sbiadendo pochi anni dopo. Ma che è un piacere ripescare oggi che sul futuro dello sci, come industria turistica, non si possono che fare disastrose previsioni .
“Credo che lo sci sia in Italia”, scrisse Gros, “uno dei pochi sport praticati da persone di ogni fascia di età, di entrambi i sessi. Praticato magari per pochi giorni all’anno, o in quell’unica settimana rigorosamente “bianca”, una voce fissa nel bilancio di tantissime famiglie”. Bei tempi dunque. Nello scritto dell’ex campione si trovano i dati ufficialmente disponibili in quel 1991. In Italia si contavano 357 stazioni sciistiche per un totale di circa 9000 chilometri di piste. E si registravano cinquemila arrivi per stagione.
Perché, si chiede Gros nel suo scritto, lo sci esercita un richiamo tanto forte, perché accomuna tanti appassionati? E ha già la risposta in punta di penna. “Vorrei che tutti, su quei meravigliosi chilometri di piste”, conclude, “accantonassero, quel tanto che basta, nevrosi e frustrazioni. Solo in tal modo dallo sport bianco potremo ricavare gioia, giovinezza, salute, poesia. E chissà, forse qualche felice illusione”. Che il suo pensiero possa essere ancora valido? E per quanto tempo ancora? In certe immagini con la striscia bianca al centro di pendii senza neve, o in giornate di comprensori sovraffollati in cui le nevrosi cittadine salgono in alto, la poesia sembra già essere scappata.
Roberto Serafin
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