Recentemente abbiamo visto in Trentino elicotteri trasportare neve sulle piste per permetterne l’apertura in assenza di nevicate. La discussione e le polemiche che ne sono seguite si sono principalmente concentrare sul maggiore o minore impatto dell’elicottero rispetto ad altri mezzi, ma il punto su cui ragionare è l’accanimento in sè. Con Serafin proponiamo alcune riflessioni, ricordando che la logica del “trasporto neve” non è certo una novità.

In apertura il trasporto di neve con l’elicottero che genera molti interrogativi.
Neve con l’elicottero: bisogna capire dove sta il problema.
La colonizzazione urbana delle Alpi contribuisce a lasciarci indifferenti ad anomalie come il contestato trasporto in elicottero della neve in mancanza di altri mezzi per consentire lo sci in condizioni climatiche proibitive? Be’, indifferenti fino a un certo punto. Anche se a un imprenditore trentino la polemica divampata sui giornali locali è sembrata “una polemica kafkiana, per certi versi un po’ assurda”. D’accordo, l’elicottero è un normale strumento di lavoro. Lo si usa per portare cibo nei rifugi, ma anche per la manutenzione degli impianti, o per portare a valle i tronchi degli alberi dopo le operazioni di taglio. Venendo alla neve, se si fosse dovuto fare lo stesso lavoro con i gatti probabilmente ci sarebbe stato un consumo di carburante e quindi di emissioni almeno dieci volte superiore rispetto all’utilizzo dell’elicottero.
D’accordo, la sostenibilità di questi metodi è ambientale, ma per gli imprenditori è anche sociale ed economica. Sostengono che se non scende neve dal cielo non si fa nulla. E se fosse così il 90% delle stazioni in Trentino dovrebbero chiudere. E lo sci sarebbe morto da tempo.
Sulla scelta di utilizzare l’elicottero per trasportare la neve si è schierata in Trentino l’Associazione Operatori del Monte Bondone. A gettare acqua sul fuoco è stato anche il commento del consigliere Walter Kaswalder pubblicato il 12 dicembre sul quotidiano L’Adige: “È stata un’operazione eccezionale ma non casuale: da anni albergatori e operatori chiedono invano a Trento Funivie un bacino moderno per un innevamento efficiente.”.
Non è meglio a questo punto cercare altre soluzioni? Per sciare abbiamo disastrosamente consumato natura, soldi, risorse energetiche. Siamo diventati, come dicono i francesi, dei “divoratori di paesaggi” rappresentati in una vignetta da due uomini d’affari con forchetta e coltello mentre si stanno mangiando un pezzo di natura. A nulla sono servite le battaglie contro l’eliski per motivi di inquinamento fonico, di disturbo? E da cittadini siamo davvero indifferenti a una banalizzazione completa della montagna?
Elicottero o no, non c’è traccia che si sappia per nuovi paradigmi. Infatti il punto non è discutere quale mezzo inquina meno per trasportare le neve che non c’è. ma il problema è il perseverare su un modello di turismo industriale e più in generale su un modello di sviluppo che ha ormai mostrato tutti i suoi limiti.

Niente cambia…
Niente si direbbe cambiato da quando nel 1974 la Marcialonga si effettuò in Val di Fiemme su un “serpentone” di neve riportata. Un atto di fede e di coraggio degli organizzatori lo definirono i giornali locali, a dispetto delle condizioni meteorologiche che “si ostinavano a negare la neve sul tracciato”.
Le piste innevate a colpi di badile correvano in quegli anni di piombo su prati rinsecchiti dal favonio, simili a strisce di carta igienica srotolata, come spiritosamente (ma non troppo) osservò il sindaco di un comune della vallata. Ma certo, sembrò una grande conquista quella neve trasportata di soppiatto con i camion da una vicina vallata. Poi ci si accorse che per innevare le piste si lasciavano a secco gli acquedotti, e perciò anche le toilette degli alberghi.
Fece amaramente riflettere in quegli anni ciò che il compianto Guido Ceronetti sulla Stampa del 13 gennaio 2002 definì “il consumo demenziale di acqua, privato e pubblico”. Un consumo imposto dal nostro stato di “perpetua ubriachezza economica e tecnologica”, per dirla ancora con lo scrittore.
Immaginare scenari diversi è possibile
Qualche caso di scelte diverse c’è, in Italia o anche in Francia dove nacque il concetto di “Ski total”. Ad esempio, gli abitanti di Cervières, piccolo comune delle Alpi Marittime che, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, si opposero alla megastazione di ski total fortissimamente voluta da potenti gruppi finanziari e appoggiata dallo Stato francese.
Come Davide contro Golia, i contadini di Cervires mantennero il controllo delle proprie terre e ne difesero la vocazione agricola. E intanto da Montgeneve a Claviere la monocultura dello sci cambiava i connotati delle montagne e dei montanari. E dove la monocoltura non ha fatto terra bruciata oggi è più semplice immaginare alternative senza neve. Un cambio di direzione non lo si fa dall’oggi al domani e quindi va da se che dove non si sono create alternative di economia “senza neve” ci si ritrova per forza a fare operazioni di “accanimento nevoso”. Ma sarà il caso di iniziare a cambiare…
Possibile che ancora non si capisca che soltanto il valore aggiunto dei territori, potrebbe contribuire, anche attraverso il turismo, ma non solo, ad evitare lo spopolamento che incombe su tanti comuni montani?
Roberto Serafin
RUBRICA A CURA DI:
MountCity è un progetto fondato nel 2013 a Milano che si poggia sulla passione e competenza di uno staff di cittadini appassionati di montagna, all’occorrenza con il sostegno di associazioni di volontariato. La piattaforma, grazie alla competenza e professionalità di Roberto Serafin che l’ha curata per 10 anni, è stata punto di riferimento sull’attualità della montagna e dell’outdoor con migliaia di articoli pubblicati. Ora lo spirito di MountCity vive ancora dentro questa rubrica.
Scheda partner