A duemila metri in Francia una prateria ospita la pubblicità biodegradabile di un film con Brad Pitt della Paramount. Sui prati è provvisoriamente impressa (suscitando qualche perplessità oltralpe) un’immensa mano che si protende amichevolmente verso la zampa di un cane. Ma la land art ha una lunga storia.

“Heart of the Beast” il nuovo film con Brad Pitt
Duemila metri quadrati di erba dipinti a un’altitudine di 2.000 metri. Al passo del Cormet de Roselend, è nato un “murale” monumentale raffigurante una mano che si protende verso la zampa di un cane. L’opera realizzata dall’artista franco svizzero Saype è bella ed effimera. È stata commissionata dalla Paramount per promuovere “Heart of the Beast”, il nuovo film con Brad Pitt ambientato in Alaska. Nelle cui sequenze un certo James Belmont è un ex veterano delle forze armate speciali in congedo. Costui, insieme al suo cane, rimane bloccato nel cuore dell’Alaska in seguito a un incidente aereo. Nessuna speranza di soccorso immediato. L’uomo e il cane devono affrontare un estenuante cammino per raggiungere la salvezza. Durissima è la battaglia in un territorio impervio, a tu per tu con una fauna aggressiva, turbati dal trauma della guerra che entrambi hanno condiviso.
Arte o pubblicità?
Il fascino dell’immagine non esclude secondo il periodico Montagnes Magazine una certa ambiguità. Motivo? Sarebbe stato in un certo senso violato il fascino di un intatto pascolo alpino per farne uno spazio pubblicitario. Nel triangolo erboso nel Plan de la Lai, nella regione del Beaufortain, l’immensa mano che si protende verso la zampa di un cane suscita sentimenti contrastanti. C’è amicizia e condivisione tra l’uomo e la bestia. Ma l’intatta natura dei duemila metri è stata in un certo senso violata.
L’opera copre circa 2.000 m². Forse non bastano le montagne della Savoia e il massiccio del Monte Bianco a celare la natura commerciale dell’opera. Ma questo potrebbe essere il prezzo da pagare della Land art nel cui contesto l’opera d’arte di Saype sembra inserirsi.

La land art non è nuova in montagna
Eppure non mancano i precedenti suscitatori di ammirazione. È noto che con i resti degli alberi devastati dalla tempesta Vaia del 2018, l’artista trentino Marco Martalar ha creato opere d’arte uniche e suggestive, disseminate tra boschi e montagne. E a nessuno è venuto in mente di contestargli opere che s’inseriscono perfettamente nell’ambiente e ne rivelano i pregi anche dopo la devastazione.
Martalar raccoglie i legni schiantati dalla bufera e li trasforma in opere creando un ponte tra passato e presente. Ciò che era distrutto per cause naturali rinasce come simbolo di resilienza e speranza. L’uso di materiali provenienti dalla devastazione richiama in un certo senso l’idea che anche dalla distruzione possa nascere qualcosa di straordinario e potente.
Un contributo originale alla lettura del paesaggio è anche in Trentino nella località di Preore la ferrata “delle Niere” detta “giro art-pinistico” per la presenza a intervalli di opere d’arte disseminate lungo il percorso e accompagnate ognuna da un titolo o un motto. Sono opere che interrogano l’escursionista su tematiche sociali, culturali ed esistenziali. Quanto alla Land art va ricordato che questa forma d’arte si è sviluppata negli Stati Uniti tra la seconda metà degli anni 1960 e gli anni 1970.
Il percorso di Saype che viene dai graffiti
Le pratiche artistiche prevedono l’intervento diretto dell’artista sul paesaggio e sull’ambiente naturale. Ma Saype, pseudonimo di Guillaume Legros, nato il 17 febbraio 1989 a Belfort, nel nordest della Francia, ama seguire altri percorsi. La sua arte deriva a quanto si apprende dal graffiti writing. Il primo approccio fu a 13 anni. Saype iniziò a operare sui muri di una casa abbandonata vicino a casa sua, poi migliorò le tecniche e si spostò nelle città limitrofe decorando ponti, treni, qualsiasi superficie. Le sue creazioni sono basate su una pittura biodegradabile composta da acqua, gesso, carbone e caseina. Saype l’ha sviluppata dopo un anno di ricerca. L’obiettivo è di minimizzare l’impatto ambientale mantenendo un’adesione con la terra. Le sue opere sono visibili dal cielo per alcune settimane, poi miracolosamente scompaiono come detta la natura. Sono riprodotte in litografie e stampe uniche firmate dall’artista.

La land art ha una storia lunga e varia
Particolare da segnalare. Sebbene la Land art si sia affermata come pratica artistica negli anni Sessanta, essa presenta collegamenti con tradizioni molto più antiche di intervento sul territorio. Il Cavallo Bianco di Litlington, una grande figura scavata nel gesso di una collina nell’East Sussex, in Inghilterra fu realizzato per la prima volta nell’Ottocento e ricreato nel 1924. Tradizionalmente si ritiene che fosse stato creato per celebrare l’incoronazione della regina Vittoria.
Le opere possono avere carattere scultoreo e tridimensionale oppure essere legate a un’azione, a un processo o a uno specifico luogo. Alcuni artisti hanno concepito le opere come interventi destinati a essere modificati dai processi naturali, mentre altri hanno cercato di intervenire sul paesaggio attraverso pratiche legate alla memoria del luogo e alla ricostruzione della vegetazione originaria. Un esempio è Time Landscape di Alan Sonfist, realizzato a New York a partire dalla fine degli anni Sessanta, nel quale l’artista ricreò una porzione di foresta composta da specie vegetali autoctone presenti nell’area prima dell’urbanizzazione. L’opera mette in relazione la trasformazione del territorio, la memoria storica e i processi naturali.

Nel 2011 l’artista polacco Jarosław Koziara realizzò a sua volta Free Flow (Swobodny przepływ), un intervento di Land art sul confine tra Polonia e Ucraina. L’opera consiste in due grandi figure di pesci, realizzate attraverso l’aratura e la semina dei campi, ciascuna delle quali attraversava il confine tra i due Stati. L’intervento fu concepito come una rappresentazione simbolica del superamento dei confini politici e delle divisioni territoriali.
Anche alcuni artisti italiani hanno realizzato opere messe in relazione con la Land art. Tra queste figura il “Grande Cretto” di Alberto Burri, realizzato a Gibellina in Sicilia, sulle rovine della città distrutta dal terremoto del Belice del 1968. L’opera ricopre con una colata di cemento una parte dell’antico centro abitato, mantenendo le strade e la struttura urbana attraverso una serie di grandi blocchi separati da fenditure. La superficie è di circa 86.000 m². La costruzione iniziò nel 1985, fu interrotta nel 1989 e venne completata nel 2015 seguendo il progetto originario di Burri.
Roberto Serafin
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