Le paghe erano tra le più basse d’Italia e d’Europa per le ragazze in grembiule nero che scendevano ogni giorno dai loro paesi dell’Ossola per rinchiudersi in fabbrica a bucare pietrine per orologi. Paolo Crosa Lenz ha raccolto i loro racconti perchè è un dovere raccontare. Ma è anche un dovere, aggiungiamo, comprendere ciò che è stato per cambiare ciò che ancora non va nell’occupazione femminile, nel mondo del lavoro in genere e nell’economia che ancora genera sfruttamento.

Fabbrichine in pausa Le giovani donne sfruttate nelle fabbriche di pietrine per orologi della Val d'Ossola

Le giovani “pietrine” o “fabbrichine”

Ogni mattina all’alba un fiume di giovani donne in grembiule nero sciamavano negli anni ’50 e ’60 del Novecento per le strade di Ornavasso-Migiandone nella bassa Val  d’Ossola. Erano le “pietrine” dette anche “fabbrichine”. Provenivano, per capirsi, dalla valle del Toce e da altre valli laterali ed erano specializzate nella lavorazione delle pietrine per orologi consistente nella bucatura del rubino sintetico.

Lo storico Paolo Crosa Lenz le racconta in questi giorni nel numero 44 della sua pubblicazione mensile “Lepontica”. Una testimonianza importante per comprendere i malesseri di una montagna che da tempo si spopola dopo essersi illusa di sopravvivere nell’Italia del miracolo. Il male però è diffuso a tutte le quote. Oggi il tasso di occupazione femminile in Italia è tra i più bassi in Europa. Si attesta al 52,5%, rispetto al 70,4% degli uomini, evidenziando un divario pari a 17,9 punti percentuali. 

Dedicato alle “fabbrichine” è anche un libro di Crosa Lenz (“Pietrine e fabbrichine”, 2014) su queste ragazze “con dita agili e occhi vigili”. La sua ricerca ci rammenta come queste operaie “dovettero rinunciare alle scoperte dell’adolescenza e alle gioie della gioventù per interminabili giornate in fabbrica”. 

Le inaccettabili condizioni di lavoro delle donne nel distretto specializzato

Più di mezzo secolo è passato da quegli anni in cui si era formata una vasta rete di piccole e medie aziende specializzate nella lavorazione delle pietrine per orologi. Questa produzione si configurava come un piccolo “distretto industriale” specializzato con un’occupazione di quasi 1.000 dipendenti che ha visto la crescita di industrie (Cardana, Ripamonti, Seitzinger) attorno a cui si è sviluppato un diffuso indotto. 

Non furono però rose e fiori. Si apprende che le dure condizioni di lavoro (55 – 60 ore la settimana), il lavoro minorile (erano impiegate anche ragazze di 11 – 12 anni), l’incertezza contrattuale e contributiva (paghe tra le più basse d’Italia e d’Europa) provocarono, prima nel 1963 e nel 1966, poi nell’autunno 1969, una serie di scioperi che lacerarono la comunità locale.  

Fabbrichina Le giovani donne sfruttate nelle fabbriche di pietrine per orologi della Val d'Ossola

E il distretto comunque declinò…

Le conquiste operaie (si pensi alle “grandi vittorie” nel 1969 della settimana di 48 ore e di un locale mensa riscaldato) arrivarono quando stava iniziando l’inarrestabile declino del distretto industriale delle “pietrine”. “Alla metà degli anni ’70 del Novecento, in un brevissimo volgere di anni ci fu infatti il crollo del settore”, spiega amaramente Crosa Lenz. “Questa evoluzione avvenne per l’introduzione di un sistema che forava il rubino con il laser. E anche per la diffusione degli orologi digitali a basso costo e per il trasferimento di parte della produzione in paesi del Terzo Mondo”. 

Oggi quel fiume di ragazze in grembiule nero rimane si e no nella memoria e nel racconto dei vecchi. “I giovani ascoltano e sorridono”, dice Crosa Lenz, “ma devono sapere ed è nostro dovere raccontare”. E un pochino un dovere lo è anche per noi cittadini che ci facciamo portavoce sul web di queste preziose testimonianze.

Roberto Serafin

7 Marzo 2025
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