Un gustoso racconto di Serafin che con ironia ci rende partecipi della sua disavventura estiva, proprio al cospetto del Palü in Engadina, una dei suoi luoghi del cuore. In tutti i sensi…

Il Palü da un punto d’osservazione particolare…

A una ventina di chilometri di distanza il Palü richiamò in agosto la mia attenzione con o suoi ghiacci a quattromila metri di quota. L’aria era tersa ma non tanto da non lasciar trasparire una coltre lattigginosa dovuta al ribollire dell’anticiclone africano che non risparmiava l’Engadina. Per fortuna i tre speroni del Palü si stagliavano ancora chiaramente nel biancore dei ghiacci. Ed erano proprio lassù dove li avevo lasciati tanti anni fa.

Per tenermi su il morale le finestre dell’ospedale di Samedan dove ero ricoverato e dalle quali assistevo a questo grandioso spettacolo mi suggerirono come in un sogno un ripasso delle mie ordinarie scalate nelle Alpi Retiche. Già. Erano tante le meraviglie che tornavano per incanto a palesarsi dal mio letto mentre per ore stavo a fissare il soffitto in attesa di una diagnosi. 

Cose che capitano a una certa età. Ricordo che negli anni Novanta quassù in Engadina entrai in crisi per uno stent applicato alle coronarie dai medici del San Raffaele. Quel prezioso affarino smise di funzionare proprio mentre me la godevo con gli sci da fondo. Anche quella volta mi recuperarono con l’ambulanza. E dire che ero affascinato dai progressi della medicina che mi consentivano di prolungare a oltranza i miei piaceri fondistici. Ero anzi convinto che quella meravigliosa montagnaterapia che mi ero imposto nell’incanto dell’Engadina mi avrebbe messo al riparo da nuove disfunzioni. Che illuso!

Questa estate 2025 credo di averla fatta grossa. La causa dei miei malanni cardiaci pare che sia stato l’essermi dimenticato per un giorno e una notte di assumere i farmaci “correttivi” della mia abituale ipertensione. E ignorando per giunta l’altezza a cui mi trovavo, quei duemila metri di quota che si dicono poco adatti ai cardiopatici. Trasecolai quel giorno a Silvaplana misurandomi la pressione dopo avere camminato sulle sponde dei laghi sotto un sole a picco. Il piccolo apparecchio che mi ero portato da Milano era salito oltre i 200 di pressione massima. E continuava a salire imperterrito. Temendo il peggio mi decisi a telefonare all’ospedale cantonale di Samedan per farmi raccattare da un’ambulanza alla modica tariffa di un migliaio di franchi svizzeri. Ricordo che attraverso i vetri opacizzati dell’ambulanza mi giunsero le luci sfavillanti di Sankt Moritz mentre sdraiato sulla barella confidavo le mie pene a una simpatica dottoressa. 

Ma eccomi finalmente al cospetto dei bravi medici di Samedan. Dopo avere irrimediabilmente compromesso le vacanze di mia moglie, per consolarmi ero lì che ripensavo ai bei tempi in cui salii su quelle cime delle Retiche che ora scorgevo all’orizzonte attraverso le finestre dell’ospedale. Capocordata sul Palü fu il mai dimenticato Graziano Bianchi, guida alpina di Erba. Ricordo che eravamo saliti partendo dalla Diavolezza dove il gestore ci intrattenne prima di coricarci facendoci visitare la ben fornita cantina. La conclusione fu che i vini grigionesi non erano da meno dei valtellinesi. Ci fu concesso un assaggio. Risultavano corposi e ben strutturati  anche se i tappi a corona facevano sospettare sgradevoli manipolazioni commerciali. Ma mi sbagliavo, nessuna manipolazione, così dedussi che in Svizzera non esiste un rapporto fra i tappi e la qualità dei vini.

Staziun da chura intensiva Il Palü "del cuore" e disavventure da "chura intensiva"
La targa e il cuoricino sulla porta.
In apertura: ospedale cantonale di Samedan con a sinistra il Palu

Tre giorni ospite della “staziun da chura intensiva”

Tre giorni passarono in fretta in quella “staziun da chura intensiva” come recitava il cartello in romancio sulla porta del reparto di rianimazione. Nel letto mi rigiravo a fatica, prigioniero di un groviglio di fili e di sonde. Più in alto sul muro il termine “rianimaziun” era scritto a lettere digitali in lingua romancia, parte integrante dell’identità svizzera. Ma non è forse vero che gli svizzeri colgono ogni occasione per ribadire la propria identità? Non a caso nel menu ospedaliero non mancavano a Samedan gli appetitosi bratwurst serviti con contorno di kartoffeln. Una specialità immancabile nei ristoranti engadinesi. E i dessert su eleganti piattini di ceramica recavano sicuramente l’impronta dei provetti pasticceri grigionesi, famosi in Italia e nel mondo. 

Notai all’alba che un elegante chalet nei pressi era tappezzato da pannelli fotovoltaici. Dedussi che da lì proveniva in toto o in parte l’energia solare a disposizione dell’ospedale. Notai anche che la porta della “staziun” dove mi trovavo era illeggiadrita da due cuoricini appesi. Mi sbaglierò, ma non ricordo cuoricini sulle porte degli ospedali italiani che ho avuto la buona o cattiva sorte di frequentare. Che certe squisitezze dipendessero dal fatto che il personale sanitario quassù è quasi esclusivamente di sesso femminile? 

Unico inconveniente. Medici e infermieri in Engadinasi esprimono legittimamente nella lingua madre, cioè il tedesco. E un po’ mi vergogno di non conoscere questa lingua così importante nella cultura delle Alpi. Così come un Fantozzi qualsiasi, in ospedale facevo pavidamente finta di capire le spiegazioni che mi offrivano sull’esito delle cure. Senza comprendere un accidente mi esprimevo con un’imbarazzata serie di danke schon, l’unica parola in tedesco che io conosca. Ringraziamenti comunque più che meritati. 

Ringraziai a denti stretti anche quando le ragazze con pazienza certosina cercarono di infilzarmi una vena nascosta nelle pieghe delle mie braccia. Per risolvere il problema coinvolsero un collega che doveva essere stato campione mondiale di prelievi. Infatti ben presto il sangue zampillò nella provetta come un vino novello. 

Per concludere, mi congedai quasi a malincuore dall’ospedale salutando le compite dottoresse e le coscienziose infermiere. Come lo sono di norma quelle italiane. E ve lo dice uno che a 86 anni non smette di frequentare (con buoni risultati per ora) le evolute unità coronariche nostrane. 

Fotovoltaico a Samedan Il Palü "del cuore" e disavventure da "chura intensiva"
Fotovoltaico a Samedan

Il Palü una delle cime più belle delle Alpi Centrali

A proposito del Palü occorre risalire all’inizio del millennio per cercare di capire quanto abbia avuto importanza nella mia carriera di “conquistatore dell’inutile”. L’intenzione in quell’estate all’inizio del millennio era di compiere la traversata delle tre cime e completare quell’anello ad alta quota che da tempo vagheggiavo cazzeggiando inverno ed estate nella valle del Morteratsch. Sulla cima principale (Muot dal Palü) che nella cartografia svizzera dal 2001 viene indicata come alta 3901 metri mentre prima risultava essere quattro metri più su, Graziano sentenziò che mancava il tempo per realizzare il progetto e non restava che ridiscendere. Per il ritorno saremmo passati  dalla Fortezza o verso la capanna Boval sul lato occidentale del ghiacciaio del Morteratsch. 

Non me lo feci ripetere due volte da Graziano perché del Palü ne avevo abbastanza. Dopotutto si può essere soddisfatti e un po’ saturi anche di spettacoli maestosi e solenni quali si potevano contemplare lassù. Eravamo saliti per la via normale da nord. Una via considerata poco impegnativa specialmente se si parte dalla Diavolezza che si trova a 3.000 metri. Ovviamente sono richiesti corda, ramponi e piccozza in quanto sul ghiacciaio del Pers si aprono molti crepacci. Ci vogliono circa quattro ore per andare dalla Diavolezza fino alla cima centrale. Ci tenemmo a debita distanza, se ben ricordo, dalla parete nord, una delle più famose delle Alpi, caratterizzata dai tre speroni e dalle relative colate di ghiaccio intermedie. 

Serafin al Pizzo Palu Il Palü "del cuore" e disavventure da "chura intensiva"
Serafin al Pizzo Palu

Lo sperone sinistro è noto come Sperone Kuffner ed è il più facile e frequentato dei tre. Scalato nel 1899 da Moritz von Kuffner, Martin Schocher ed Alexander Burgener presenta una salita in roccia fino al IV+ di circa 480 m. Il secondo sperone, il Bumiller è il più difficile, e anche il più vario come arrampicata. Presenta passi in roccia fino al V+ e un difficile seracco di uscita inclinato fino a 70°, per circa 800 metri. Il terzo sperone è il meno frequentato dei tre e di più lungo approccio. E’ noto come sperone Zieppert, anch’esso scalato nel 1899 da Burton-Alexander, Florian Grass e Zieppert. Che il Palü sia una delle cime più belle delle Alpi Centrali è poco ma sicuro. A guardarlo a distanza ravvicinata durante la salita suscita sentimenti misti di paura e di fascino, ma regala anche il senso del sublime così raro da trovare anche nelle alte montagne.

La cima si trova a 13 chilometri a sud-est di Pontresina. Il confine di Stato corre dal Pizzo Bellavista, provenendo da occidente, al Piz Spinas fino alla cima centrale. Da qui il confine corre a sud, verso l’Altipiano di Fellaria. Ai piedi si trova il lago Palü. (da non confondere con il lago Palù che sta, sul versante Italiano, in Valmalenco)

Confesso che l’aspetto più invitante di questa trasferta in Engadina fu il pernottamento alla Ciamanna Diavolezza. La sveglia suonò alle prime luci dell’alba. Dalla finestra si vedevano verso occidente le luci della capanna Boval ai piedi della famosa cresta Biancograt che si sviluppa fino alla cima del Bernina. Bei tempi.

Roberto Serafin

7 Ottobre 2025
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MountCity

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