Attorno al binomio passione-rischio si generano da sempre molte domande alle quali non si troverà una risposta pienamente soddisfacente, ma non per questo non è utile rifletterci. Partendo dalla recente ripubblicazione di quello che è ormai un classico, ovvero “Mal di montagna” di Enrico Camanni, Serafin raccoglie spunti da diverse autorevoli voci dell’alpinismo.

camanni maldimontagna 1 Il "mal di montagna", la ricerca dell'emozione e il rischio
Copertina di “Mal di montagna” e l’autore Enrico Camanni”
In apertura: un Enrico Camanni di “qualche tempo fa” guida la cordata sul Breithorn. In codata anche l’esploratore Franco Michieli (ph. Serafin)

Se ti coglie il “mal di montagna”

Il “mal di montagna” è considerato una febbre che ti prende soprattutto da giovane. Un male inguaribile da cui nessun alpinista può dirsi esente qualunque sia il livello della sua preparazione. L’argomento tocca numerosi nervi scoperti ed Enrico Camanni lo affronta dall’alto della sua esperienza in un volume recentemente ripubblicato dal Club Alpino Italiano a una decina d’anni dalla prima edizione. 

L’argomento è di perenne, estrema attualità. “Tutti alpinisti esperti” risultano, per cominciare, i tanti che negli ultimi anni hanno perso la vita sotto una valanga. “Ciò significa”, argomenta in Facebook l’illustre valtellinese Michele Comi, “che siamo tutti imperfetti, indipendentemente dal grado di conoscenza, destrezza o, genericamente, esperienza sulla neve”. 

Stabilito che lo sci fuori pista è una delle attività che in montagna più espongono ai rischi, occorre sempre fare i conti con il destino avverso. L’ “emozione totale” che andiamo cercando nelle nostre scorribande in neve fresca è un evento sempre imprevedibile. Non c’è che l’imbarazzo della scelta quando il diavolo ci mette la coda. Un atterraggio d’emergenza, l’albergo minacciato dai terroristi, il traghetto in fiamme, la nave da crociera che affonda, un terremoto che non dà tregua e minaccia di recidivare sono inconvenienti che non capitano soltanto ai perseguitati dalla sfiga o a chi le rogne va a cercarsele. 

Emozione? Adrenalina? Ossessione?

Per raggiungere l’”emozione totale” risulta necessario unire secondo i veri intenditori più stili di vita: andare a caccia di cultura, svago, relax, sport, benessere, natura, shopping e avventura. Poi sarà il destino a riservare un buon margine all’improvvisazione. “Se mi dovesse capitare qualcosa mentre arrampico, anche cadere, mi accadrà mentre vivo”. Questa frase l’ha pronunciata più volte Reinhold Messner. Fedele al suo pensiero di libertà e al sottile vento di anarchia che lo accompagna, Messner raccolse in un preziosissimo e ormai introvabile libro (“Il limite della vita”, Zanichelli) alcune delle storie singolari in proposito.

Carlo Mauri definiva l’alpinismo come la religione che richiede più sacrifici umani. Manca in effetti nell’alpinismo un articolo 11 della Costituzione in cui si dica che “l’Italia ripudia la guerra” (l’alpinismo ripudia la morte). Cesare Maestri arrivò a parlare di morte dinamica a proposito delle sciagure in montagna, non si sa se con una punta di ironia. Anzi, conoscendolo bene, lo disse con una punta di orgoglio. L’orgoglio di chi ha sfidato la morte e ha vinto con la forza della ragione e una buona dose di fortuna. “Quando mi sottopongono al questionario di Proust e mi chiedono come vorrei morire”, disse il Cesare, “tutti sono convinti che la mia risposta riguardi le mie amate montagne. Spiacente di deluderli. Mi va bene anche lo scenario di una latrina per i miei ultimi istanti di vita, ma per nessun motivo la montagna: perché in tal caso vorrebbe dire che ho commesso un errore fatale. E l’alpinista che sbaglia sa a che cosa va incontro”.

“Non abbiate mai una passione, vi renderà schiavi”, ha scritto una penna illustre di cui sfugge il nome. Aggiungendo che la passione per la montagna può far passare da imbecilli, litigare con chi si ama, diventare “egoisti”, ammazzare di fatica.

C’è modo e modo di mettere in pratica questa passione. “Ho ripreso con serenità a fare alpinismo verso i 40 anni”, spiega Camanni,  “andando in posti tranquilli. Non ho più quell’ossessione, non è mai più tornata come la provavo a 25 anni, quando mi sono accorto anche che mi stava togliendo molte altre opportunità, fino a stravolgere i rapporti umani”.

Bernard Amy con manifesto copia 2 Il "mal di montagna", la ricerca dell'emozione e il rischio
Il francese Bernard Amy mette in guardia dall’ossessione per la sicurezza (ph. Serafin)

Rischio o non rischio?

È proprio vero tuttavia che accanto alla diffusa ossessione per il rischio si sviluppa sempre più l’ossessione per la sicurezza, fonte di rammarico per il francese Bernard Amy. Questo tipo di ossessione ha a suo avviso spinto all’eccesso l’applicazione crescente del “principio di precauzione”.
”Si entra nell’alpinismo come in una religione”, spiega. “Si tratti di un giovane principiante o di un anziano esperto, si ha sempre bisogno di sentirsi forte”. 

In questa prospettiva anche il “rischio è vita” come sosteneva Carlo Mauri che battezzò con queste parole il suo libro autobiografico. Un’affermazione dettata da uno stato di euforia a tutti i costi?  La risposta potrebbe darcela il sapiente Alessandro Gogna. “Le emozioni adrenaliniche”, scrive in uno dei suoi saggi, “sono un genere di droga da evitare. Chi ne è affetto ne è dipendente, anche se non se lo confessa o non se ne rende conto. Non c’è libertà, né responsabilità nell’adrenalina. C’è solo un gusto depravato per il pericolo e un più o meno ingenuo dispregio della statistica”.

Facile a dirsi. Robert Macfarlane in “Le montagne della mente” non si nasconde che l’“irresistibile ossessione” di cui tanto si parla in alpinismo spesso risulta fatale. Per molti alpinisti il rischio è una scelta “obbligata” e pazienza se i loro legami affettivi sono significativi. Come noto, non sono gli uomini a conquistare le montagne, ma le montagne a conquistare la mente dell’uomo

Una trentina d’anni fa Alison Jane Hargreaves moriva sul K2 e molti gridarono allo scandalo. Era immorale che una mamma lasciasse due orfani per soddisfare la sua passione, mentre ai padri è concesso da sempre. Naturalmente Alison non poteva sapere che il figlio Tom, invece di odiare la montagna, l’avrebbe amata al punto da morirci anche lui a trent’anni, congelato sul Nanga Parbat.

La montagna può malauguratamente diventare un pensiero dominante come raccontò il pio roveretano Armando Aste nel cortometraggio “Il tarlo” di Andrea Balossi in cui  rievocava la vittoriosa prima scalata solitaria alla via Couzy sulle Lavaredo. La sua è stata probabilmente una delle testimonianze più significative sui limiti che un alpinista è costretto a porsi anche a costo di mettere un argine alla sua passione. 

Consapevole delle conseguenze familiari di un eventuale incidente, Aste si recava dal confessore prima di affrontare rischi estremi. S’informava se l’Onnipotente gli intendesse riservargli o no un’emozione totale. E durante le soste nelle scalate approfittava per rivolgere sommesse preghiere a Chi sta lassù perché vegliasse nel caso in cui si scatenasse un finimondo sempre possibile in montagna. Dove occorre mostrarsi costantemente pronti al peggio con o senza la benevolenza dell’Onnipotente.

Roberto Serafin

5 Maggio 2025
Condividi
RUBRICA A CURA DI:
MountCity

MountCity è un progetto fondato nel 2013 a Milano che si poggia sulla passione e competenza di uno staff di cittadini appassionati di montagna, all’occorrenza con il sostegno di associazioni di volontariato. La piattaforma, grazie alla competenza e professionalità di Roberto Serafin che l’ha curata per 10 anni, è stata punto di riferimento sull’attualità della montagna e dell’outdoor con migliaia di articoli pubblicati. Ora lo spirito di MountCity vive ancora dentro questa rubrica.

Scheda partner