Purtroppo accanto all’immane catastrofe sul confine tra Tibet (Cina) e Nepal, c’è stato quella che potremmo chiamare una catastrofe informativa: nel senso che c’è stata una rincorsa a cercare di dare notizie anche non verificate pur di arrivare a dire o scrivere qualcosa generando una gran confusione. Abbiamo provato con Daniele Cat Berro a spiegare la dinamica di quello che è successo in base a quanto si sa allo stato attuale.
Ascolta la puntata speciale del podcast dedicata alla catastrofe tra Tibet e Nepal
La Rock Ice Avalanche dal versante nord del Langtang Lirung
Negli ultimi giorni la complessa dinamica di quanto accaduto ha cominciato a chiarirsi, a differenza delle prime ore in cui si diffondevano notizie non verificate e quindi si parlava dell’evento senza che ci fossero ancora delle evidenze concrete di quello che era accaduto. Oggi possiamo tracciare un primo quadro.
Innanzitutto oggi i ricercatori, glaciologi e geomorfologi, sono concordi sul fatto che si sia trattato di una gigantesca rock ice avalanche, ovvero una grande valanga mista di roccia e ghiaccio.
Una grande porzione del versante nord del Langtang Lirung, montagna alta 7227 m (siamo circa 140 km a ovest dell’Everest), è collassata trascinando con sé anche parte del ghiacciaio che ci poggiava sopra.
In base alle analisi di dati satellitari portate avanti da Fondazione Montagna Sicura risulta una porzione di ghiacciaio coinvolta di circa 0,23 km quadrati per un totale di circa 23 milioni di metri cubi di ghiaccio al quale va aggiunta la parte di roccia. C’è ancora dell’incertezza intorno a questo dato, però si parla di un volume totale tra roccia e ghiaccio dai 50 ai 100 milioni di metri cubi.
Per fare un confronto alpino, l’enorme valanga di roccia e ghiaccio che a fine maggio 2025 aveva sepolto il paese di Blatten in Svizzera, aveva coinvolto 9-10 milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia. Quindi siamo da 5 a 10 volte di più in questo caso.
Questa gigantesca massa di roccia e ghiaccio ha raggiunto rapidamente il fondovalle sottostante. Il distacco è avvenuto tra i 4500-5000 m circa e il fondovalle immediatamente sottostante è a 3000 m, e la dogana al confine Tibet-Nepal che si è vista in molti video impressionanti è a 1800 m.
Questo da un’idea del dell’energia di rilievo che poi è associata ai dislivelli in gioco e da cui dipende la velocità che ha preso questa massa precipitando. A causa anche del calore rilasciato dall’attrito all’interno di questa grande massa di roccia e ghiaccio durante la caduta, il ghiaccio stesso è fuso in tempi molto rapidi trasformandola in una miscela di acqua, fango, detriti che poi scendendo verso valle ha preso in carico altri sedimenti, altri materiali strappati dai versanti e anche altra acqua dal fiume e dai suoli che in stagione monsonica erano già imbevuti d’acqua.
Il risultato è quello che abbiamo visto: questa miscela ha percorso oltre 100 km di valle travolgendo tutto quello che trovava lungo il suo percorso, manifestandosi come una sorta di enorme piena fluviale iperconcentrata, ovvero con all’interno un carico solido di materiale estremamente marcato.
Ha contribuito nel concentrare l’energia di questa colata anche la morfologia della valle: soprattutto la parte alta della valle in cui in cui tutto ciò si è innescato, è molto stretta. Poi chiaramente andando verso valle questa piena iperconcentrata si è laminata, ma comunque pur sempre con delle dimensioni che potremmo definire bibliche!

Nessuno svuotamento di lago: non è stato un Lake Outburst Flood (GLOF)
Una delle cose che si sono dette a evento appena avvenuto era che si fosse svuotato un lago glaciale. Come ipotesi poteva anche essere verosimile, nel senso che sappiamo che lo svuotamento improvviso di laghi glaciali è molto frequente in Himalya.
È veramente una piaga in Himalaya nota da tempo e anzi è uno dei principali rischi naturali su queste montagne. Tanto che quella stessa valle interessata una settimana fa, l’anno scorso era stata colpita da un cosiddetto Glacial Lake Outburst Flood (GLOF), quindi uno svuotamento improvviso di un lago che però era collocato molto più a monte. Questi laghi si generano laddove i ghiacciai si ritirano e lasciano delle depressioni che poi vengono riempite da acqua di fusione, oppure si creano anche da serbatoi di acqua all’interno dei ghiacciai o laghi che si sviluppano proprio sopra i ghiacciai. Questa volta però non è avvenuto.
Non c’è stato uno sbarramento fluviale
Non c’è stato neanche uno sbarramento fluviale, cioè questa massa di detriti non ha sbarrato neanche temporaneamente il il fondovalle valle creando un lago a monte che poi ha ceduto e ha creato questo evento catastrofico. Questo non è avvenuto.
È avvenuta la formazione di un lago subito sotto l’area di distacco, quindi non a fondovalle, ma in una conca, diciamo, a metà del versante, alla base di quello che resta del ghiacciaio. Non è quello che ha sviluppato la piena, ma si è formato successivamente.
Perchè è avvenuto il crollo di roccia?
Sul singolo evento dire esattamente perché è successo è ancora molto difficile. Si è chiamato in causa il cambiamento climatico antropogenico: questo ha molto probabilmente avuto un ruolo anche se in questo momento è difficile quantificare in che percentuale. Sicuramente possiamo dire che l’aumento delle temperature dell’aria e di conseguenza la deglaciazione, la riduzione di superficie e di volume dei ghiacciai e lo scongelamento del permafrost predispongono condizioni ambientali favorevoli a eventi di dissesto in alta quota, predispongono alla maggiore instabilità dei territori di alta montagna con tutta una serie di fenomeni collegati: dai collassi di ammassi rocciosi o di porzioni di ghiacciai, allo svuotamento improvviso di laghi glaciali.
Dunque è ragionevole pensare che sia stato il contributo del riscaldamento climatico, solo non riusciamo ora a quantificarlo in maniera certa.
È possibile, ad esempio, che lo scongelamento del permafrost e la maggiore presenza di acqua liquida in circolazione negli amassi rocciosi abbia quantomeno facilitato il collasso di questo versante che poi ha coinvolto anche il ghiacciaio che stava sopra. Allo stato attuale delle conoscenze possiamo dire questo.

In apertura immagine da Google Earth
L’importanza del monitoraggio (ma non è detto che basti)
L’altra caratteristica di di questo evento è stata la subitaneità e la velocità. Dal momento del distacco a che la piena è arrivata a travolgere la dogana di confine si parla di minuti. La rapidità è una caratteristica proprio di queste categorie di eventi: danno veramente pochissimo tempo per reagire. Questo è anche conseguenza della grande energia di rilievo che c’è in montagne con dei dislivelli di migliaia di metri: la gravità fa il suo lavoro e eventi di questo tipo si innescano in maniera molto rapida.
Chiaramente la zona non era monitorata. L’Himalaya è una catena montuosa immensa e le risorse dei governi locali per monitorare eventi di questo tipo, purtroppo sono modeste. Un obiettivo primario è quello di potenziare i sistemi di monitoraggio per quantomeno aumentare la probabilità di poter notare in anticipo instabilità di questo tipo e dare delle allerte precoci e tempestive alla popolazione.
Già sulle Alpi non è facile individuare in anticipo i precursori di eventi di questo tipo, figuriamoci una catena montuosa immensa e meno monitorata come l’Himalaya.
Nel 2025 per l’Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai, le Nazioni Unite insieme all’Organizzazione Meteorologica Mondiale avevano sollecitato la necessità e l’importanza di potenziare il monitoraggio delle zone a rischio in ambiente glaciale per arrivare a dei sistemi di allerta precoce per la popolazione. C’è ancora molta strada da fare per questo.
Difficile dire se, qualora ci fosse stato un efficace sistema di di monitoraggio della zona, l’evento avrebbe mostrato i precursori utili alla sua previsione. Questo era avvenuto invece a Blatten nel Vallese. Il ghiacciaio di Birch era monitorato da oltre 20 anni perché già a fine anni ’90 aveva mostrato dei segni di instabilità e questo ha permesso di seguire l’evolversi di un fenomeno che si è evoluto nel corso di anni e poi è arrivato a un parossismo nella seconda metà di maggio 2025. Questo aveva permesso una evacuazione tempestiva dei 300 abitanti del villaggio,
Per il crollo In Tibet-Nepal è da capire se un monitoraggio tempestivo avrebbe potuto almeno individuare dei segnali precursori. Di sicuro in generale è chiaro che un monitoraggio capillare del territorio in molti casi può individuare dei segnali precoci di innesco di fenomeni di questo tipo pur restando comunque molto difficili da da prevedere.
Quindi anche sulle Alpi può accadere: dalla nostra abbiamo un territorio più intensamente monitorato, ma questo non ci mette al riparo completamente dai danni che ne potrebbero derivare.
Il monitoraggio aiuta indubbiamente in alcuni casi dove i fenomeni evolvono con delle evidenze che si sviluppano nel tempo e danno modo di accorgersene e di agire. In altri casi magari questo non avviene, gli eventi possono essere anche del tutto parossistici ed evolvere nell’arco di di pochi minuti senza dare segnali precursori.

Differenze e analogie con crolli avvenuti sulle Alpi
In Italia un monitoraggio sta avvenendo, anche se la categoria di rischio è leggermente diversa, con il ghiacciaio di Planpincieux in Val Ferret sopra Courmayeur. È uno dei più attenzionati in questo periodo sulle Alpi perché è in grado di scaricare delle grandi valanghe di ghiaccio che potenzialmente potrebbero anche raggiungere o avvicinarsi al fondovalle. Qui si parla però di solo ghiaccio.
Anche se abbiamo più volte richiamato Blatten, specifichiamo che la dinamica fu un po’ diversa rispetto al caso nepalese. Sempre Rock Ice Avalanche, però in quel caso è stato un grande ammasso roccioso dal Kleines Nesthorn che è franato a più riprese sul ghiacciaio determinandone infine il collasso.
Invece sul Langtang Lirung, è stato l’ammasso roccioso che è collassato portando via con sé anche il ghiacciaio che ci stava sopra. Una dinamica un po’ diversa che può sembrare una sottigliezza, ma in realtà per chi studia questi fenomeni è importante capirne in dettaglio la dinamica per arrivare anche a migliorarne la previsione eventualmente.
Molto più simile, anche se su dimensioni completamente diverse, fu un altro episodio di cui si è parlato pressoché nulla perché non ha avuto impatti in zone abitate. La grande rock ice avalanche del 14 aprile 2025 dalla parete nord del Piz Scerscen nel gruppo del Bernina, lato Svizzera: 8 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio che si sono propagati lungo il ghiacciaio di Scerscen e si sono arrestati dopo alcuni chilometri. Dal punto di vista geomorfologico è stato un caso molto interessante con molte analogie con quello nepalese.
Qualcuno ha parlato, per fare confronti, del crollo che c’era stato sulla Marmolada, dove però la dinamica era stata completamente diversa perché era coinvolto solo ghiaccio. Il caso della Marmolada del 3 luglio 2022 è stato dovuto al distacco di una porzione del ghiacciaio a causa della pressione idraulica che si era sviluppata all’interno di un crepaccio riempitosi di acqua per la fusione intensa e precoce di quell’estate.
Nel podcast abbiamo anche detto del crollo dal versante nord est del Monviso avvenuto poche ore prima che registrassimo la puntata. Qui si tratta di sola roccia. Il crollo non ha fortunatamente coinvolto il rifugio Quintino Sella ed è successivamente stato confermato che nessuna persona risulta dispersa. Nel podcast questo fatto ha sudato lo spunto per raccontare anche del vicino ghiacciaio Coolidge che nell’89 manifestò con un clamoroso crollo uno uno dei primi importanti episodi di instabilità glaciale geomorfologica dell’epoca recente sulle Alpi.
Questo è quello che ad ora possiamo dire del tragico evento tra Tibet e Nepal
Questo è quanto si può dire con le informazioni che al momento abbiamo. Inutile fare a gara per tirar fuori ipotesi sensazionalistiche, in quanto l’evento è già straordinariamente grave in sé. Se volete ulteriormente approfondire, tra gli articoli chiari e puntuali usciti all’indomani dell’evento c’è quello di Giovanni Baccolo e Riccardo Scotti.
Nel podcast, se volete ascoltarlo, abbiamo più diffusamente spiegato anche le altre situazioni di crollo di roccia e/o ghiaccio più vicini a noi. Purtroppo anche sulle Alpi questi fenomeni si fanno più frequenti e in attesa dei dati ufficiali delle campagne glaciologiche di settembre, possiamo già dire, senza che la cosa ci sorprenda, che per i ghiacciai Alpini è stata un’altra annata orribile.
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La Società Meteorologica Italiana è la maggiore associazione nazionale per lo studio e la divulgazione di meteorologia, climatologia e glaciologia. È un’associazione scientifica senza fini di lucro e opera su tutto il territorio nazionale conservando stretto legame con la Società Meteorologica Subalpina che ne è socio fondatore nel territorio alpino occidentale, Francia e Svizzera incluse. SMI promuove ed incoraggia lo sviluppo e la conoscenza delle scienze dell’atmosfera in Italia. Appartiene a UniMet (Unione Meteorologia Italiana) ed all’European Meteorological Society.
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