La siccità non ha conseguenze solo dal punto di vista dell’ambiente naturale, ma anche dal punto di vista sociale. Perdite economiche, disagi, possibili contrasti nella gestione delle risorse idriche… sembra ovvio a dirsi, ma quest’aspetto non è ancora molto studiato e si rischia di sottostimarlo. Ancor meno gli impatti sulla vita delle persone sono studiati nelle zone montane, dove erroneamente si pensa che possano essere minori se non nulli. Negli ultimi anni il filone di studi che mira ad approfondire questo aspetto per nulla secondario ha preso il nome di socioidrologia. A quest’ambito afferisce il progetto DryAlps portato avanti da un gruppo di ricerca di Eurac. Abbiamo fatto una chiacchierata con il coordinatore Stefano Terzi per capire meglio di che si tratta e l’importanza che riveste.
Ascolta qui la chiacchierata con Stefano Terzi
La siccità, una condizione sempre più frequente
La gestione delle risorse idriche sarà una delle principali sfide dei prossimi anni. I periodi siccitosi sono sempre più frequenti, quindi comprenderne e prevenirne gli effetti è sempre più importante.
La siccità nelle zone montane, pedemontane e lungo i bacini idrografici, non nasce improvvisa d’estate, ma parte da una condizione di siccità nivale che caratterizza sempre più gli inverni e le primavere, quando si dovrebbe accumulare acqua sotto forma di neve per poi fondere gradualmente fornendo acqua per il periodo estivo. Invece ormai si ripete quasi sempre lo schema per cui sotto una certa quota non nevica, quindi non c’è accumulo, e le ondate di calore, sempre più anticipate, intense e frequenti, fanno svanire le scorte di neve troppo presto. Anche quest’anno avevamo a maggio un pesante deficit dello SWE (Snow Water Equivalent) che preannunciava in caso di estate molto calda una situazione di crisi idrica. Ed è successo.

DryAlps, come studiare gli impatti sociali della siccità specie in montagna?
Ma questa è la parte nota della siccità, come sono perlopiù note le conseguenze dal punto di vista dell’ambiente naturale. Ciò che ancora non è stato sufficientemente approfondito sono gli impatti dal punto di vista sociale dei periodi di siccità. Di questo abbiamo parlato con Stefano Terzi ricercatore Eurac, ingegnere ambientale con un dottorato di ricerca in valutazioni multirischio nelle regioni montuose nel contesto del cambiamento climatico, che in particolare coordina progetti di ricerca sull’interazione tra l’idrodrologia e le componenti sociali.
Questo particolare filone di studi, ci ha spiegato Terzi, ha recentemente preso il nome di socioidrologia e si focalizza sulle interazioni tra la componente naturale, l’idrologia, e quella sociale, normalmente oggetto di studio delle scienze sociali. Gli impatti sociali delle crisi idriche sono probabilmente ancora sottostimati e per questo l’approccio interdisciplinare della socioidrologia apre un campo di studi importante e urgente, con tanto ancora da approfondire. A cominciare dalla definizione di modelli, dalla raccolta dati e dal capire come fare a rappresentare dei processi che non sono esclusivamente naturali: in questa direzione va il progetto DryAlps che Terzi coordina.
“Dry Alps -ha raccontato Terzi- è un progetto nato dopo un altro grande progetto che si chiamava ADO, che significa Alpine Drought Observatory, cioè l’osservatorio alpino della siccità di cui Eurac era il capofila. Un grande progetto che in qualche modo ha aperto la tematica di come affrontare il problema della siccità, anche in ambiente montano.
Infatti, nonostante i problemi di siccità siano comuni anche in ambiente montano e aumentano in frequenza e severità, in quel contesto sono poco studiati. Le montagne non sono delle isole ed è necessario mantenere un’interazione con quelle che sono le le richieste idriche di valle: la gestione idrica deve sempre avere un occhio di riguardo finché tutto il bacino da monte a valle possa usufruire della della risorsa acqua.
Non ci sono molti dati che riguardano gli impatti come per esempio, la perdita di raccolto, la perdita di produzione idroelettrica, la moria o sofferenza di una certa parte degli ecosistemi… Quindi abbiamo dovuto interrogarci su strade alternative per raccogliere dei dati.”

Un data base fondamentale per lo studio degli impatti sociali della siccità in montagna
Il gruppo di ricerca è partito raccogliendo una gran mole di dati testuali su eventi siccitosi da articoli di giornali, da riviste e dal web per riuscire a caratterizzare cosa è successo, chi è stato colpito, chi ha sofferto della scarsità idrica e quindi avere una rappresentazione degli effetti sulla società. L’operazione inizialmente manuale è stata poi automatizzata attraverso l’uso di programmi e dei large language models. Questi dati qualitativi sono stati convertiti, con operazione non semplice, in dati quantitativi arrivando ad ottenere un data base, che continua ad essere aggiornato, contenente tre informazioni principali: la località, il settore impattato e il tempo in cui è avvenuto l’episodio di crisi idrica.
Questo risultato è importantissimo perché pone le basi per moltissime future ricerche che potranno sfruttare queste informazioni incrociandole con altri dati. Stefano lo ha spiegato più approfonditamente nell’intervista podcast (che consiglio di ascoltare) in cui ha anche raccontato di una prima applicazione fatta dal gruppo di ricerca di DryAlps che ha dato un risultato in parte controintuitivo: i comuni più a monte subiscono prima gli impatti della siccità rispetto alla zona pedemontana e questo è un elemento su cui riflettere per molti aspetti, non ultimo per i possibili problemi a cui vanno incontro le località che nel periodo più caldo aumentano enormemente, a causa del turismo, il proprio fabbisogno idrico.
Capire certe dinamiche diventa fondamentale nella delicata gestione delle risorse idriche e i futuri studi di socioidrologia potranno risultare molto utili nell’azione di adattamento alla crisi climatica. Questo però, come ha ricordato Terzi, non basta: non possiamo limitarci all’adattamento, ma dobbiamo prendere seriamente la crisi climatica e agire concretamente per evitare gli effetti peggiori.
Nel podcast abbiamo anche fatto una riflessione sul rapporto tra scienza e politica, ovvero sull’importanza che le ricerche scientifiche sul clima e sugli effetti della crisi climatica diventino strumenti utilizzati dai i decisori politici. Una chiacchierata davvero interessante da ascoltare.
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Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.
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