“Vermiglio” di Maura Delpero trionfa ai David di Donatello. E c’è chi nota che il lungometraggio si ispira in modo non casuale alla classe raffinata del “Bergfilm” tedesco, quel genere che rese immortali celebrità come Louis Trenker e Leni Riefenstahl

1746697612519 IMG 20250508 WA0047 7 David di Donatello per Vermiglio

Vermiglio meritatamente pluripremiato

Non ci sono dubbi. Come era stato anticipato in “Fatti di Montagna”, il film di montagna più visto del 2024 resta il bellissimo “Vermiglio” della regista trentina Maura Delpero che fu vincitrice del Leone d’argento – Gran premio della giuria alla Mostra del cinema di Venezia. Il lungometraggio è stato anche candidato ai Golden Globes. Ma le onorificenze non si fermano qui. Ora è di nuovo salito alla ribalta conquistando il 7 maggio sette statuette (su 14 candidature) dei David di Donatello. Un primato assoluto al quale si aggiunge un aspetto significativo, tale da giustificare il “tappeto rosso” della rassegna. Per la prima volta infatti ai David una donna ha vinto il premio alla migliore regia. Premiati sono stati anche il film, la sceneggiatura, il produttore, il casting, la fotografia e il suono. 

È significativo che il primo David stretto tra le mani da Delpero durante la cerimonia del 7 maggio a Roma abbia riconosciuto nel film la migliore sceneggiatura originale. “La guerra purtroppo è sempre attuale”, ha commentato la regista, “e ‘Vermiglio’ è un film profondamente antimilitarista”.  La trama di “Vermiglio”? Nel 1944, l’arrivo di Pietro, un soldato siciliano, stravolge la quotidianità di un insegnante e della sua famiglia. Lucia, la maggiore delle sue figlie, se ne innamora e decide di sposarlo ma poi avrà le sue ragioni per pentirsene. 

Ritirando il premio, la Delpero si è espressa sul genere documentaristico che da qualche tempo coltiva. “Il cinema del reale”, ha spiegato, “non è un cinema minore, anzi. E sono felice che in questa sala ci siano tanti colleghi documentaristi”.

Traile ufficiale di “Vermiglio”

Richiami al cinema di montagna tedesco

Qui il pensiero dei cinefili, compreso chi scrive, non può che spostarsi, in ragione di qualche assonanza stilistica, sull’opera della regista berlinese Leni Riefenstahl che negli anni trenta fu definita la valchiria delle cime e legò il suo nome a capolavori del cinema di montagna. Leni fu anche attrice e interpretò con il regista Arnold Fanck film di successo come “La montagna dell’amore” (1926) accanto a Luis Trenker, “La tragedia di Pizzo Palù” (1929) dove recita anche il regista Wilhelm Pabst e “Tempeste sul Monte Bianco” (1930). 

Non è forse un azzardo notare che in “Vermiglio” una certa atmosfera sembra trarre origine dal Bergfilm tedesco. Fu quello un genere in cui la montagna si svelò portatrice di valori ancestrali quali la moralità e la rettitudine dei propri abitanti e che fra gli anni Venti e Trenta ebbe una diffusione non trascurabile. Erano quelle del Bergfilm delle storie ambientate nelle valli alpine, sullo sfondo delle alte cime innevate. I cannoni tuonavano su vari fronti e non c’era ancora traccia di quelli allestiti per “sparare” la bianca visitatrice lungo le piste di sci.

Il modello cinematografico del Bergfilm ebbe uno sviluppo non trascurabile e sarebbe interessante che anche grazie a “Vermiglio” si rimettesse in moto con cineasti del valore della Delpiero. D’altra parte, che questa possa non sembrare una pura utopia lo dimostra il commento dell’assessore regionale ed ex sindaco di Vermiglio Carlo Daldoss nel congratularsi dopo i David con la regista e con tutto il team del film. 

“E’ stato un riconoscimento straordinario per un’opera che nasce dalla nostra terra e la porta sul grande schermo con profondità e poesia”, ha dichiarato Daldoss, “è un motivo di orgoglio per l’intero Trentino-Alto Adige”. 

Vermiglio ha saputo raccontare la memoria collettiva di una comunità

“Il film, girato in gran parte proprio nel comune di Vermiglio, ha saputo valorizzare il paesaggio alpino e la memoria collettiva di una comunità”, ha continuato l’assessore, “che oggi si sente rappresentata e onorata da un’opera di così alto valore artistico. Questo successo dimostra quanto la cultura possa essere motore di identità, racconto e bellezza. E quanto il cinema abbia trovato nella nostra montagna una voce autentica e potente”. 

Particolare non trascurabile. I dialoghi di gran parte del film sono in dialetto solandro. Non un semplice dialetto tuttavia, bensì il vermigliano degli anni ’40. Sul set si è rivelata a tale proposito preziosa la presenza di Felice Longhi, un dialet coach posto al fianco degli attori per aiutarli a conoscere il significato delle parole e la loro pronuncia, ma utile anche per apprendere la cultura di questo grazioso paese dell’alta val di Sole.

Non è, per concludere, un caso che a interpretare Lucia sia Martina Scrinzi, attrice di Villa Lagarina, un piccolo centro del Trentino. Il tutto come si è visto racchiuso in una cornice raffinata linguisticamente e stilisticamente. Proprio quella stesa cornice che fece amare dal pubblico i capolavori del Bergfilm.

Roberto Serafin

12 Maggio 2025
Condividi
RUBRICA A CURA DI:
MountCity

MountCity è un progetto fondato nel 2013 a Milano che si poggia sulla passione e competenza di uno staff di cittadini appassionati di montagna, all’occorrenza con il sostegno di associazioni di volontariato. La piattaforma, grazie alla competenza e professionalità di Roberto Serafin che l’ha curata per 10 anni, è stata punto di riferimento sull’attualità della montagna e dell’outdoor con migliaia di articoli pubblicati. Ora lo spirito di MountCity vive ancora dentro questa rubrica.

Scheda partner