Secondo il filosofo francese Paul Virilio, che ha introdotto il concetto di dromologia, andare veloce è il modo migliore per trasformare il territorio che si attraversa. Alla luce dei continui record che vengono inseguiti in montagna ci si chiede, un po’ provocatoriamente, se c’è ancora spazio per la lentezza. E non è questione (solo) di andar camminando o correndo.

NOA BARRAU 5 2 1400x933 1 Velocità a tutti i costi. C'è ancora spazio per la lentezza?

Anteporre il cronometro ad ogni altra cosa

La lentezza non è una rinuncia, bensì una conquista. Ma vallo a raccontare a chi in altura con o senza sci è perennemente in lotta con il cronometro. Su chi incentra le sue escursioni in quota sul raggiungimento del risultato nel minor tempo possibile. E anche, perché no?, sulla voglia di apparire. Recenti sono i primati stabiliti sullo storico percorso della Chamonix Zermatt, una traversata che dal 1903, quando fu “inventata”, riempie gli escursionisti di soddisfazioni. 

Si dirà che la montagna, e soprattutto le alte cime, sono considerate un grande campo di gioco. Se poi per salire una cima forziamo il nostro organismo assumendo farmaci non prescritti dai medici c’è forse una domanda a cui si ha il dovere di rispondere. Abbiamo barato o no? 

Sono temi di cui si parla pochissimo o sui quali si preferisce sorvolare. “Da quando esistono gli orologi”, argomenta in un’intervista un dirigente del Club Alpino Italiano, “gli alpinisti hanno sempre guardato quanto tempo impiegavano per fare una via, se ci avevano messo di meno o di più rispetto all’ultima volta”. Giusto, ma sul conto occorre mettere il dispendio di costi necessario per raggiungere l’obiettivo, la pressione psicologica a livello personale, la paura di fallire.

Il punto non è correre o non correre (si può anche correre senza andare di fretta), il punto è anteporre il cronometro ad ogni altra cosa, con anche le conseguenze negative per la salute che ciò può comportare. Un esempio? Per arrivare primi al traguardo costi quel che costi  alcuni runner assumono medicinali ipotensivi che accelerano l’acclimatazione.

Il tempo che serve

Particolare curioso. Alla fine dell’altro millennio sembrò che la lentezza in montagna fosse una conquista, che i grandi cammini come la Francigena e il Cammino di Santiago fossero naturali palestre da riservare a spiriti eletti. Il Novecento era iniziato, scoppiettante, con il culto del dinamismo. Poi nel nuovo millennio sempre più gente ha fatto i conti con la frustrazione del mordi e fuggi, della miseria del fast food, delle nevrosi e delle malattie indotte dai ritmi di vita accelerati. 

Obbligatorio fu allora fuggire dalla trappola della velocità. E ci si chiese quanto tempo occorra per percorrere un sentiero. “Il tempo che serve” titolò il periodico Montagnes Valdotaines, ricordando che il tempo del camminare è soggetto a un’enorme quantità di variabili, ivi compresi il peso dello zaino e i capricci del tempo. Da notare ancora una volta che non basta andar piano per attraversare un territorio con lentezza: se di è preoccupati solo di arrivare alla meta rimanendo indifferenti ai luoghi in cui si cammina, si va comunque di fretta, anche se si va piano.

Genericamente, come indicò nell’antichità l’Abbé Henry, si percorrono 5 chilometri all’ora, e si salgono nello stesso tempo 300 metri di dislivello. Di una ragionevole lentezza si fece paladino Mario Rigoni Stern. La lentezza era a suo avviso un modo ideale di procedere per ascoltare lo scampanio delle mandrie, le voci degli ultimi pastori. Rigoni Stern a parte, ci si accorse che il modo di andare in montagna (lenti, contemplativi, sportivi, atletici, competitivi?) oggi si presenta più che mai complesso nella molteplicità delle proposte e delle filosofie. Gente come Julius Payer e Paul Preuss alla fine dell’800 e all’inizio del secolo scorso facevano salite in quota con tempi assai tirati. In ogni modo dilagò negli anni Ottanta una forsennata passione per la corsa in montagna che coinvolse migliaia di giovani atleti.

Passi diversi

Nella meravigliosa Val d’Ultimo (Alto Adige) poco sopra il Lago Bianco, appena imboccato il viottolo che punta verso il lago Verde e il Rifugio Canziani a 2561 metri, colpisce la tabella relativa al tempo di percorrenza da scegliere (che dovrebbe essere di un’ora e 30’ secondo la guida di Franco Bo dedicata ai rifugi e bivacchi del Club Alpino Italiano; di un’ora e 45’/2 ore secondo Marco Antonio Tieghi nel suo prezioso libretto dedicato ai 35 rifugi della Sezione di Milano; di un’ora e 40 secondo Le guide di Alp, vol. 7, a cura di Stefano Camanni).  Accuratamente scolpito su una tavola di legno con i caratteri ben visibili, dipinti di giallo, il cartello di cui sopra offriva tre tipi d’informazioni bilingui: 45 sono i minuti necessari per chi corre (laufen), 90 per chi cammina (gehen) e 120 per chi passeggia (spazieren).

Alpinismo da record

Ma intanto la caccia al primato prosegue a quote sempre più alte. Dagli zero metri sul livello del mare fino ai 4554 metri della Capanna Margherita in poco più di undici ore, senza mai fermarsi, è il nuovo record firmato domenica 5 aprile 2026 da Jocelyn Verdenal, atleta francese residente a Zermatt, che ha unito in un’unica volata 239 chilometri tra ciclismo su strada e sci alpinismo. Il tempo finale, 11h00’07”, migliora sensibilmente il precedente primato di 11h52′. 

Questi record sono fatti per essere battuti. Sul più famoso itinerario di sci alpinismo delle Alpi, la Chamonix – Zermatt, il recente primato femminile stabilito da Hillary Gerardi e Valentine Fabre è durato giusto il tempo per due giovani donne, Laurie Renoton e Marie Pollet-Villard, di ritoccarlo in 20 ore e 34 minuti. Tra gli atleti uomini Mathéo Jacquemoud e William Boffelli hanno inaugurato la serie sulla Chamonix-Zermatt con un tempo di 13 ore e 27 minuti. 

Non se la sarebbero immaginata questa esplosione di primati gli aristocratici inglesi nel XIX secolo, quando istituirono questa “Via Alta” o Haute Route tra gli incantevoli “luoghi di svago” sulle Alpi.  Il 17 gennaio 1903, quando avvenne questa prima traversata invernale con le guide del Vallese, la trasferta ebbe toni da epopea. Obbligatori gli sci lunghi due metri, le pelli di foca naturali, un bastone di frassino di 1,8 metri per persona e zaini enormi. L’avanzata fu lenta, commisurata ai precari ponti di neve che si incontravano. Il menù comprendeva arrosto di manzo congelato e vino, gli sci erano talvolta trasformati in slitte. 

Origine della Chamonix Zermatt Velocità a tutti i costi. C'è ancora spazio per la lentezza?

La dromologia: la velocità trasforma il territorio che si attraversa

Oggi il fenomeno della velocità in quota non lascia indifferenti nemmeno i combattivi cugini francesi che in “Alp Magazine” a proposito dei record stabiliti sulla Chamonix-Zermatt chiamano in causa la scienza denominata dromologia (dal greco dromos, “corsa”), cioè “scienza della velocità”. Un concetto introdotto dal filosofo e urbanista francese Paul Virilio negli anni ’70. Il saggio Virilio (1932-2018) studiò l’impatto della velocità e della tecnologia sui processi sociali, politici e militari, definendo la velocità come un fattore che trasforma lo spazio-tempo (dromosfera). La velocità a suo avviso è prima di tutto la responsabile di fenomeni legati a tale dromosfera, cioè allo spazio-tempo creato dalle tecniche di spostamento e comunicazione. Virilio battezza dromologia lo studio dell’andare veloce definendolo un modo di trasformare radicalmente il territorio che si attraversa. In un certo senso, è come se il territorio si volesse ridurlo.

Ma sarà vero che la velocità ha alterato la percezione delle distanze? Può sembrare logico che l’alpinismo sia diventato come una carovana del Tour de France dove la squadra di supporto ai corridori è necessariamente motorizzata? Si tratta davvero di una “deriva” da condannare? Paul Virilio, osserva che ogni accelerazione ha il suo lato negativo. Come dire che ogni razzo porta con sé la possibilità di schiantarsi. 

Fatta salva la libertà personale di andare in montagna secondo le proprie inclinazioni, noi ci chiediamo: c’è ancora uno spazio culturale per la lentezza? Per la lentezza intesa come capacità di accorgersi che c’è altro oltre a sé? O c’è spazio solo per l’io che si specchia in un cronometro?

Roberto Serafin

4 Maggio 2026
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MountCity

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