Chi non ha visto con stupore e incredulità le foto di persone in fila come davanti a un negozio per salire sula vetta dell’Everest? Quando la montagna diventa un prodotto industriale l’avventura va cercata altrove. E questo vale anche per le Alpi.

In coda sullEverest maggio 2026 Everest, quando la montagna è un'industria
Quella in apertura è un’immagine paradossale, mentre questa foto (purtroppo) è reale: è la coda di persone il 19 maggio tra campo III e campo IV

Record di persone sull’Everest in un giorno

Il 20 maggio 2026 sono state 274 le persone che hanno scalato l’Everest dal versante nepalese, Si tratta di un primato assoluto reso possibile da una finestra meteorologica favorevole. Il precedente record, sempre sul versante nepalese, risaliva al 2019, con 223 scalatori in un solo giorno. Quel 20 maggio la coda per salire sul tetto del mondo aveva dell’incredibile. Faceva pensare alla folla che si accalca davanti alle vetrine di un negozio per i saldi o l’uscita di un nuovo modello di qualche Device. 

D’altra parte in luglio e agosto la stessa situazione si verifica al Monte Bianco dove ogni estate 20.000 alpinisti si riversano sulla via normale, con o senza guida, a volte ignorando le condizioni. L’Everest ha dunque ancora spazio per “crescere”. E la saturazione non è un fenomeno esclusivo dell’Himalaya. Tutte le vette diventate dei simboli sono coinvolte in questi assalti di massa che le rende simili a circhi equestri. 

In questo clima da kermesse si è svolto anche l’exploit in sci del polacco Bartek Ziemski. Incurante della folla scalò quel 19 maggio l’Everest senza ossigeno né sherpa. Partito dal Campo 4 intorno alle 23, raggiunse la cima verso le 9:30 del 19 maggio, prima di tornare al campo base intorno alle 14:50. Per sua fortuna si era ritrovato quasi solo in vetta. Durante la discesa, tra il Campo 3 e il Campo 4, vide la fila di aspiranti scalatori allungarsi e tornò piuttosto deluso e amareggiato al campo base. Il palcoscenico della sua avventura come osserva Jocelyn Chavy in “Alpine Magazine” era diventato anche il palcoscenico dell’estrema commercializzazione dell’alta quota. Una svolta resa possibile da un esercito di professionisti nepalesi che hanno sostituito molte agenzie occidentali. 

Clean Everest campo base Everest, quando la montagna è un'industria
Clean Everest al Campo Base

L’estrema commercializzazione della montagna cancella avventura e logica del limite

Occorre rassegnarsi. L’Everest moderno è un’industria, con i suoi margini di profitto e le sue contraddizioni. Chi non vuole accettare questa logica scala in Himalaya montagne di 7.000 metri, meno “instagrammabili”, prive di bandiere degli sponsor, ma forse con ancora un po’ di avventura. Non c’è altra scelta e il discorso vale anche per le Alpi come detto. Viviamo in un “flusso di vita”. Gli odierni smart consumer cercano di ottenere il meglio anche in fatto di “consumo” di emozioni. Molti sono quelli che si raccontano. Per comunicare, per esibire, per acquisire prestigio. 

I tour operator propongono intanto viaggi “estremi” organizzati. Avventure e sofferenze figurarono in un ideale catalogo per tutti i gusti: dall’ipossia da alta quota alle sanguisughe, dai vagabondaggi nel fango ai bivacchi più improbabili. E pazienza se a ottomila metri occorre fare la coda per conquistarsi un pezzetto di Everest. Occorre munirsi di pazienza, quanta dimostra di averne avuta il tedesco Jost Kobusch. Da quasi sei anni tentava di scalare la vetta più alta del pianeta, l’Everest, da solo e in inverno, attraverso la via poco battuta della cresta ovest. Ma nel 2025 decise di mettere fine al suo progetto. Anche per gli alpinisti ambiziosi esistono limiti da rispettare. Concetto. quello del limite, che non appartiene all’industrializzazione della montagna.

Intanto agli alpinisti di buona volontà non resta che sobbarcarsi le pulizie dei campi base. Ce n’è un maledetto bisogno.

Roberto Serafin

8 Giugno 2026
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