L’arte di andare a funghi è un’attività che ha attratto anche scienziati e musicisti trasformatisi per passione in micofili. Ce ne parla Serafin partendo dal nuovo libro di Matteo Righetto “Lo Zen e l’arte di andare a funghi”: vagare per boschi in cerca di miceti può diventare una vera filosofia.

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Copertina del libro di Matteo Righetto
In apertura foto L.Serenthà/Fatti di Montagna

“Lo Zen e l’arte di andare a funghi”: Matteo Righetto e la micologia

Cammini, osservi, sbagli ti correggi.  La vita beata di un cercatore di funghi viene esplorata da Matteo Righetto nel librino “Lo Zen e l’arte di andare a funghi” (Feltrinelli, 14 euro). Il consiglio di questo scrittore che ci ha deliziato con ”Il richiamo della montagna” (2025) e altre pagine profumate di resina, è di attivare tutti e cinque i sensi quando si va per funghi. “Che tanto”, osserva, “l’erudizione non serve”. A suo avviso si possono studiare per anni le guide micologiche, ma quando si va nel bosco  non serve sapere i nomi latini. Serve saper guardare. Tutto ciò per concludere nel piccolo e gustoso saggio che l’arte di andare a funghi è, in fondo, l’arte di restare aperti, curiosi e leggeri, pronti a stupirsi del nulla.

Di stupori il mondo dei funghi ne elargisce parecchi. Madre natura ci fa dono di superbi esemplari. L’autore suggerisce a un certo punto che la conoscenza dei funghi è una delle più importanti forme di trasmissione culturale umana. Ma che cosa c’entra la cultura quando in autunno si mangia coniglio con la polenta e si va per quei funghi che tendono a crescere tra luglio e ottobre? Quando la terra è ancora umida dopo la pioggia e il sole la riscalda pian piano?

L’autore esclude che l’arte di andare a funghi e gustarseli a tavola sia strettamente materia da fungaioli. Occorre volare alto. Soprattutto se il fungo di cui si para è quello cosiddetto atomico prodotto dall’esplosione di un’arma nucleare. Il più temuto dei funghi, e non solo dai fungaioli. All’insegna di una naturale convivenza con i funghi è in ogni modo il libro di Righetto. Vuole essere secondo l’autore un saggio filosofico che si rifà al pensiero Zen, tanto da averlo citato nel titolo. Infatti lo Zen non insegna come trovarle queste creature, ma come comportarsi mentre si cercano. Perché la ricerca viene definita una pratica profondamente umana. La si potrebbe battezzare “Micosofia”. Ha per sfondo il bosco. È forse la forma più alta del vivere. 

John Cage 1988 Elogio dell'andare a funghi
John Cage (Di Bogaerts, Rob / Anefo – Fotocollectie Anefo)

John Cage, un musicista ossessionato dai funghi

È su questa base che il compositore americano John Cage (1912-1992), allievo di Schoenberg, un musicista considerato una delle figure più interessanti della musica moderna, scelse d’indossare le vesti del micologo. Tra le linee di sviluppo nell’opera musicale di Cage figura il ricorso al caso, lo stesso che condiziona il nostro vagabondare tra i boschi. Fu per il maestro una costante fin dagli spartiti dell’opera “Music of Changes” (1951). Anche Cage raccontò poi la sua ossessione per i funghi in un libro. La casa editrice Atelier Éditions portò infatti in libreria all’inizio del millennio un suo volume sull’argomento: una raccolta di fotografie, pagine di diario e illustrazioni inedite. L’opera si soffermava sull’interesse di Cage verso i fenomeni biologici dei miceti, puntando l’attenzione sui processi di crescita di questi organismi, sul modo in cui comunicano tra loro e vivono l’ambiente circostante contribuendo alla stabilità degli ecosistemi. Illustrazioni – come quelle realizzate insieme con Lois Long e Alexander H. Smith – e testi dal taglio critico arricchivano la pubblicazione, offrendo uno sguardo inedito su un artista tra i più  sorprendenti del secolo scorso.

Particolare importante. Come riferì La Stampa di venerdì 13 febbraio 1959, nel finale del gioco a quiz “Lascia o raddoppia” condotto da Mike Bongiorno, John Cage chiuso in cabina come gli altri concorrenti rispose esattamente sulla misura in micron di un fungo dal nome incomprensibile. Dopo aver riflettuto pochi secondi, esclamò preciso: dai 12 ai 15 micron. In precedenza era stato invitato da Mike a completare la chiave analitica delle poliporacee (una specie di funghi) da cui erano stati cancellati quattro nomi. Il concorrente lo fece senza difficoltà e precisò subito dopo il nome scientifico, il colore, la forma, la lunghezza e la larghezza di un fungo che gli venne mostrato in fotografia. Anche a questi traguardi porta la conoscenza dei funghi.

L’ultima domanda, quella che dava libero accesso ai cinque milioni di lire in palio nel quiz, mise a dura prova il sangue freddo e i nervi saldi dell’americano. 

Cage doveva pronunciare i nomi dei ventiquattro generi di agarici a spore bianche. Ventiquattro domande in una: un quesito da fare tremare le vene e i polsi anche al più grande esperto del ramo. Cage, invece, sia pure sudando un poco, i nomi li ha detti tutti in fila, rapidamente enunciandoli per ordine alfabetico. Un trionfo. Fra gli applausi ha poi ringraziato i funghi e tutti gli italiani.

Giulio Natta Elogio dell'andare a funghi
Giulio Natta

Il Nobel Giulio Natta, plastica e funghi

S’interessò di funghi nel 1963 anche lo scienziato premio Nobel Giulio Natta al quale è dedicata una targa nella casa in cui visse e studiò a Milano in via Mario Pagano.  Moplen fu il marchio registrato del polipropilene isotattico di sua invenzione, una materia plastica diventata subito popolare. Qualcuno ricorda ancora la battuta di Gino Bramieri nella pubblicità. “E mo e mo. Moplen” ripeteva il comico. Il materiale rivoluzionò il boom economico degli anni ’50 e ’60. Grazie alla sua resistenza al calore, leggerezza ed economicità ebbe molti meriti salvo quello di avere contribuito a impestare il mondo con la plastica. Fu un problema anche per lo scopritore la cui firma figura nella prefazione del libro (1983) del giornalista Carlo Serafin. Era pubblicato da Edagricole e intitolato “I funghi: quando e dove trovarli, quali raccogliere, come mangiarli”.

John Foster Elogio dell'andare a funghi
John Foster

Paolo Occhipinti e la pausa funghi

Appassionato di funghi fu un altro giornalista, Paolo Occhipinti, che fu anche un celebre cantante e autore di canzoni con lo pseudonimo di John Foster. Nel 1964 pubblicò il suo brano più famoso, “Amore scusami”, presentato a “Un disco per l’estate 1964” e portato al primo posto della classifica dei 45 giri. Occhipinti iniziò la carriera giornalistica alla fine degli anni sessanta dirigendo prima Novella 2000 e poi Oggi. Nelle pause del lavoro in Rizzoli, chi scrive ed era alle sue dipendenze notò che sgusciava fuori dall’ufficio e si recava nelle campagne del Lodigiano a raccogliere gli amati funghi. Forse erano famiglie di chiodini, chi si ricorda più? 

Quando il fungo è raro

Micofila d’assalto si considera Camilla Mazzanti che sul web dà vita alla newsletter  “Fungotropìa”. Lo fa senza pretesa di scientificità ma con una curiosa voglia di scoperta come suggerisce Matteo Righetto nel suo saggio di cui si è parlato. “Se si trova un fungo che, oltre a essere raro, è anche fortemente minacciato”, spiega la Mazzanti , “la notizia fa in fretta a propagarsi nell’ambiente micofilo. D’altra parte chi tra gli appassionati di funghi non sogna di trovare e documentare un fungo raro o di particolare interesse per la scienza?” 

Il ritrovamento di esemplari rari non rappresenta solo un caso fortuito. A volte è frutto di attente ricerche e studi, come nel caso di un team di micofili italiani operante sulle montagne del Cile.

Un americano, Gary Lockwood, diventò celebre dopo un avvistamento durante unn’escursione nella “Monongahela National Forest”, in West Virginia. Raccontò che quando viveva in California, sentì chiaramente la “chiamata”. Vide infatti dei funghi all’esterno di casa sua e fu come se gli parlassero. “Vai, e dì al mondo quanto siamo belli”, dissero. E così fece il micologo. Una sua foto di una Mycena lucentipes, un fungo bioluminescente, fu pubblicata su un francobollo. Anche a queste scoperte porta la benemerita arte di andare a funghi.

Roberto Serafin

28 Luglio 2026
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MountCity

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