“Cinque giorni un’estate” di Fred Zinnemann con Sean Connery è stata una pietra miliare nel cinema di montagna. Chi se lo ricorda?

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La montagna nei film di Sean Connery

La scomparsa a novant’anni di Sean Connery ha offerto lo spunto ad alcuni appassionati di montagna per ricordare quanto il compianto attore reciti da par suo anche nei panni di un alpinista anni trenta. Succede nel film “Cinque giorni un’estate” – Five days one summer (1982) di Fred Zinnemann. Film che pochi comuni mortali ricordano come si è notato nel florilegio di articoli per rendere omaggio alla figura dell’ex James Bond. Vi si racconta come durante una vacanza nel cantone dei Grigioni, fra le Alpi Retiche, si consumi furtivamente la relazione tra Douglas, medico cinquantenne, e Kate, la giovane nipote. 

Non che la montagna latiti nei film di 007. Connery non ancora baronetto si era prestato a esibirsi, tramite controfigura, in spericolate discese in sci in “Si vive solo due volte”.  Più di recente, in “Spectre” (2015) Daniel Craig-Bond sale nelle Ötztaler Alpen di Sölden e in una baita che nasconde un antro tecnologico, a 3.048 metri di quota, incontra la sua bond girl. (Ne racconta con dettagli interessanti anche Paolo Paci nel suo recente libro “L’orco, il Monaco e la Vergine”)

Sean Connery in "Cinque giorni un estate" nei panni di Douglas Meredith
Sean Connery in “Cinque giorni un estate” nei panni di Douglas Meredith
In apertura: Lambert Wilson (la guida svizzera Johann Biari), Betsy Brantley (la giovane Kate) e Sean Connery (il medico-alpinista Douglas Meredith)

“Cinque giorni un’estate”, rappresentazione dell’alpinismo degli anni ’30

Ma ben altra cosa è “Cinque giorni un’estate”. Il film viene considerato tra le migliori rappresentazioni cinematografiche non documentaristiche dell’alpinismo e della montagna in generale. Michele Comi che ha buona memoria ricorda che nel film di Zinnemann il bravo Connery, raggiunta la sommità di un’altura, volge lo sguardo stupito verso un’imponente montagna glaciale, ammaliato dalla bellezza di questa vetta inaccessibile e sconosciuta, sino ad allora mai scalata. Questa cima misteriosa, precisa Comi, è il Disgrazia, con l’inconfondibile profilo osservato da nord-est. 

Non sfugge invece a Stefano Ardito la perfetta ricostruzione in “Cinque giorni un’estate” della tecnica e del materiale di quasi un secolo fa, realizzata con la consulenza del grande alpinista scozzese Hamish MacInnes.

locandina di Cinque giorni un'estate
La locandina del film

Le riprese in quota di “Cinque giorni un’estate”

Leo Dickinson autore delle spettacolari riprese in quota di Cinque giorni un'estate
Leo Dickinson autore delle spettacolari riprese in quota

A molti invece è sfuggito che le riprese in quota del film sono opera del britannico Leo Dickinson, un’autorità in materia. D’accordo, nei titoli di testa risulta che sia l’illustre Giuseppe Rotunno il titolare della fotografia, ma le “riprese mozzafiato” elogiate dai critici e da Paolo Mereghetti nel suo Dizionario dei film si devono in esclusiva al talento di Dickinson. Lo si desume scorrendo le pagine di “Cinema delle montagne” che riporta le schede di 4000 film a soggetto, volume curato nel 2004 da Aldo Audisio per il Museo Nazionale della Montagna. A ciascuno il suo. 

Dickinson venne scelto da Zinnemann per il notevole curriculum nel campo delle riprese in alta quota. Il suo film più famoso e premiato? Probabilmente “Ballooning the Everest”, girato nel 1991, che documenta la prima e forse fin qui unica salita al tetto del mondo in mongolfiera. Un capolavoro assoluto. 

Trailer di “Cinque giorni un’estate”
5 Novembre 2020
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