L’associazione Ripartire dalle Cime Bianche lancia l’auspicio per un Parco naturale del Monte Rosa: una visione differente e lungimirante che si propone alternativa a quella decisamente più miope di nuovi impianti di risalita che rovinerebbero per sempre il Vallone delle Cime Bianche, un vallone di grande valore e ricchezza.
Ascolta l’intervista a Marcello Dondeynaz, referente dell’Associazione Ripartire dalle Cime Bianche
Il Vallone delle Cime Bianche
Il Vallone delle Cime Bianche è uno di quei luoghi per cui potremmo sprecare gli aggettivi per raccontare la sua bellezza e la sua particolarità senza mai essere accusati di iperbole.
Per chi non lo conoscesse, si tratta di un vallone alle pendici del Monte Rosa nel comune di Ayas in Valle D’Aosta che, estendendosi in direzione est-ovest mette in comunicazione la Val d’Ayas con la Valtournenche. La ricchezza del Vallone delle Cime Bianche, che prende il nome dalle tre cime calcaree triassiche che lo coronano, è dovuta ai molti elementi di valore che vi si intersecano. Sono peculiarità di carattere geologico, botanico, faunistico, storico, ecologico, paesaggistico e culturale.
La sua fortuna è di essere rimasto ancora integro, ma si badi bene, non significa selvaggio. Anzi la sua bellezza deriva proprio dall’equilibrata interazione umana con l’ambiente nel corso dei secoli che ne ha plasmato il paesaggio. Oltre ad essere utilizzato per l’alpeggio, il Vallone delle Cime Bianche è stata una via di comunicazione probabilmente fin dalla preistoria e sicuramente dall’epoca romana in avanti: al Colle del Teodulo sono state trovate monete romane e al Colle Superiore delle Cime Bianche si vede ancora un tratto di lastricato dell’antica via medievale, purtroppo in parte coperta da un bacino per la produzione di neve artificiale che è stato collocato proprio al centro del Colle Superiore e che serve gli impianti sul versante di Valtournenche.
Sarebbe troppo lungo qui approfondire ogni aspetto del vallone. Suggerisco di curiosare sul sito lovecimebianche.it curato dall’Associazione “Ripartire dalle Cime Bianche” che da ormai più di un decennio si prodiga per la tutela di questo Vallone. Ad esempio negli anni l’associazione ha promosso la creazione del “Percorso geologico dell’oceano perduto” all’interno del vallone per metterne in risalto gli aspetti geologici, talora delle vere e proprie unicità.

La minaccia al Vallone delle Cime Bianche
Ma perché esiste un’associazione che per tutelare questo vallone vi chiederete? Perchè purtroppo è anni che vi incombe un progetto di collegamento funiviario che lo comprometterebbe per sempre. Ora l’associazione, in linea con quella che è sempre stata la sua cifra costitutiva, ovvero non semplicemente opporsi al progetto, ma elaborare proposte che rendano ragione del valore del Vallone, ha lanciato un’importante iniziativa che ha chiamato Auspicio Parco del Monte Rosa.
Ne abbiamo parlato con Marcello Dondeynaz, referente dell’associazione, che ci ha spiegato perchè non ha alcun senso il progetto funiviario e ci ha raccontato la visione alternativa che propongono. Vi consiglio di ascoltare il podcast con la chiacchierata di cui qui riporto solo alcuni passaggi.

Intervista a Marcello Dondeyna, referente “Ripartire dalla Cime Bianche”
Marcello, ci spieghi che tipo di progetto incombe sul Vallone delle Cime Bianche?
Sono ormai 10 anni che incombe questo spettro: un collegamento funiviario che dovrebbe mettere in relazione il comprensorio Monte Rosa Ski, con il comprensorio di Cervinia e Zermatt.
Oltre a tutte le questioni di salvaguardia del vallone, si tratta di un collegamento poco sensato anche dal punto di vista economico. Non si dovrebbe essere guidati nelle scelte esclusivamente dall’aspetto economico immediato, ma in questo caso, anche dal punto di vista economico, è un progetto che non sta in piedi, come ha dimostrato anche un recente studio di fattibilità voluto dalla stessa Regione Valle D’Aosta e dalle società interessate, la Monterosa, S.p.A. e la società Cervino S.p.A.. Sarebbe infatti un collegamento unicamente di trasferimento, perchè nel Vallone delle Cime Bianche hanno escluso tutti ormai che si possono realizzare piste da sci. Sarebbe unicamente un carosello sciistico con l’idea di di fare marketing sul grande comprensorio.
Ora, però i costi stanno lievitando. Se solo 3 anni fa si era preventivato un costo di di 120 milioni circa di euro, oggi saremmo già sui 200 milioni. Ormai investire sugli impianti da sci è sempre più costoso ed è già costoso mantenere quelli che ci sono. Non siamo affatto contro lo sci finché dura. Sappiamo benissimo però che il cambiamento climatico sta man mano rendendo del tutto inefficaci investimenti sotto quota 2000 e sta rendendo anche sempre più costoso il mantenimento di quello che c’è perché bisogna produrre la neve artificiale, bisogna produrla al momento giusto, bisogna stoccarla, naturalmente c’è anche maggior richiesta in termini di sicurezza…
Sicuramente lo sci è stato un volano economico che ha mantenuto la popolazione in montagna e finché questo ci sarà, è bene che che sia preservato, però non andiamo a avventurarci in nuove infrastrutture che sarebbero invece disastrose.
Oggi c’è sempre più una ricerca di nuovo contatto con la natura, di lentezza, di scoprire un territorio camminando, andandone a scoprire gli angoli nascosti: lì c’è un’opportunità davvero unica per una diversificazione dell’offerta turistica in linea con la domanda di oggi.

Una proposta concreta che avete fatto per fare investimenti più lungimiranti è la creazione di un Ecomuseo della Pietra Ollare a Saint Jacques, frazione in testa alla Valle d’Ayas da cui parte il sentiero che entra nel Vallone delle Cime Bianche. L’estrazione e la lavorazione della pietra ollare è infatti una delle peculiarità del Vallone.
Al Crest, (area all’interno del comprensorio Montuosa Ski) hanno pensato bene di investire, ma spero che si possa ancora fare marcia indietro, 1 milione di euro per costruire tre scivoli giganti: i bambini, pagando, potranno salire all’interno di una mucca gigante, un bidone del latte gigante e una Fontina gigante, per poi scivolare fuori. Ancora una volta uno sperpero di fondi impressionante, mentre si potrebbe, ad esempio, investire queste risorse, come abbiamo proposto per la creazione di un ecomuseo della Pietra Ollare proprio nel cuore lì dell’area del Monte Rosa alle porte del Vallone delle Cime Bianche a Saint-Jacques con un centro espositivo, un centro di documentazione e mappando ad esempio tutti i siti dove la pietra ollare veniva estratta. Credo che questo sarebbe di rilevante interesse anche turistico, di un turismo non mordi fuggi, quello di chi vuole andare sul territorio a scoprirlo.
Noi abbiamo avviato il censimento dei manufatti in pietra ancora esistenti nelle abitazioni di Ayas grazie a un finanziamento della ditta Patagonia che ha riconosciuto l’impegno della nostra associazione a tutela dell’ambiente .

L’iniziativa, di sicuro impatto, che avete da poco lanciato è l’auspicio per il Parco del Monte Rosa. Ci racconti in che termini state portando avanti questa proposta?
Abbiamo pensato a un auspicio perché è tutta un’idea da sviluppare e da far crescere dal basso. L’idea è quella di proporre un’alternativa a questo insensato proposito di realizzare un collegamento funiviario. Un’alternativa concreta fattibile che possa al contrario guardare a tempi più lunghi e produrre una serie di benefici per il territorio oltre che in primo luogo salvaguardare la biodiversità e le caratteristiche di un intero territorio che è il versante meridionale del Monte Rosa. Abbiamo un’area inserita nella rete europea Natura 2000 che si chiama “Ambienti Glaciali del del gruppo del Monte Rosa” che ci permette di poter immaginare la trasformazione di questa area Natura 2000, che è già un’area protetta, in parco naturale.
Sostanzialmente cambierebbe poco e molto. Infatti già oggi si tratta di un’area tutelata che ha delle norme di salvaguardia, ma purtroppo è un’area che non è gestita.
È un’area un po’ lasciata a sé, volutamente anche, perché siccome i propositi sono diversi, non è stato fatto un lavoro neanche di aggiornamento della ricchezza, ad esempio, delle specie faunistiche, ed è in deficit anche la manutenzione della rete sentieristica. Un parco invece consentirebbe proprio una gestione mirata di quest’area che noi proponiamo dovrebbe comprendere anche ad Ayas il contiguo vallone di Nanaz che è un’area che già il piano regolatore del Comune di Ayas individua come area di interesse naturalistico e che ha quasi le stesse misure di tutela del dell’area Natura 2000. In più abbiamo individuato un vallone altrettanto interessante che è il Vallone di Sangrato nella Valle di Gressoney perché è il vallone che mantiene intatta la struttura fondiaria della colonizzazione Walser.
Il parco creerebbe anche posti di lavoro qualificati e può anche costituire a fronte di un investimento pubblico, per altro contenuto, una sorta di riconoscimento dei servizi ecosistemici che quella montagna fornisce, non solo derivanti dall’acqua dei ghiacciai, ma anche proprio dall’ambiente naturale e dal valore culturale che sarebbero a disposizione di tutti.
C’è anche un tema di redistribuzione della ricchezza e di inclusione in questa proposta. Al contrario c’è una tendenza ormai ad attirare unicamente sempre di più una clientela di élite, magari di soddisfare qualche capriccio di pochi, per cui chi ha acquistato un appartamento nei nuovi insediamenti edilizi di lusso ad Ayas possa raggiungere, quella volta all’anno che viene, il Piccolo Cervino in pochi minuti.
Questo auspicio è fondamentalmente una proposta di una visione differente, più lungimirante?
Sì, una visione che vogliamo far crescere: sappiamo che c’è molto da costruire e quindi la vogliamo far crescere dal basso. Per questo abbiamo lanciato sulla piattaforma di crowdfunding buonacausa.org sia una raccolta di firme a sostegno di questa auspicio sia una raccolta di donazioni. Ogni donazione anche piccola per noi può essere preziosa perché vogliamo continuare con questi interventi di studio e di valorizzazione delle peculiarità del territorio.
Qui trovi spiegato in dettaglio l’auspicio al PARCO NATURALE DEL MONTE ROSA
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Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.
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