Come dovrebbe essere fatta una città ideale? Questa è una domanda che ha attraversato i secoli, ma oggi che ci ritroviamo, la maggior parte di noi, a vivere in città tutt’altro che ideali, specialmente in estati torride come le attuali, riscopriamo che qua e là su Alpi e Appennini si può trovare una concretezza che ha generato luoghi per abitare a loro modo ideali. Flavia Cellerino ci accompagna a scoprire e capire questo modo di generare “città ideali”, lontano dalle teorie storiche, ma capace di leggere le esigenze di una comunità.

DSCN3386 Scoprire concrete "città ideali" in montagna

Da decenni la mia estate trascorre, in parte, in un paese a 1187 m slm in Valle Stura di Demonte (Cn): Sambuco. È un luogo che ha cambiato pelle negli ultimi cento anni: borgo che contava più di 1200 abitanti e che ora accoglie circa 85 persone. 

Ai piedi del Monte Bersaio, una montagna dal sapore dolomitico, però, transitano tanti appassionati di escursionismo, sci alpinismo e ora anche ciclo turismo, accolti con simpatia e servizi di qualità che, ed è un grande valore, non si piegano alle mode del momento.

Qui ho costruito amicizie ruvide e solide, che si rinnovano anno dopo anno, che si mantengono grazie alle tecnologie nei mesi invernali.

Entrando in punta di piedi in questo mondo ho imparato a osservarlo, amarlo, descriverlo. 

Vorrei portarvi con me, con questi piccoli racconti d’estate, fatti di cose modeste, di istanti, di sguardi, di attenzioni minute, ma non per questo minori: è il mio modo per ringraziare territorio e persone e per indicare, senza voler insegnare nulla a nessuno, come la “vacanza” non sia un vuoto da riempire con cose effimere, ma sia spesso già densa di emozioni, incontri, riflessioni, bellezza, scoperta, silenzio e pensieri da far crescere dentro di noi.

Armonie in scala

Credo che tutti a scuola, prima o poi, ci siamo imbattuti nel concetto di città ideale, e -probabilmente – se ci concentriamo recuperiamo immagini e concetti ad esso relativi.

Evito di sciorinare gli esempi che ci arrivano dall’antichità greca, etrusca, romana: mi sembrerebbe un esercizio sterile di erudizione, anche se alcuni riferimenti potrebbero esserci utili, per corroborare le mie riflessioni di viandante solitaria, in questa estate torrida che ci fa sperimentare quotidianamente quanto le nostre città siano lontane da una vivibilità non dico ideale, ma reale.

In fondo quello che sperimentiamo tormentarci nelle isole di calore, plaghe di asfalto nero e bollente, ha radici raffinate e umanistiche, per fortuna non sempre declinate allo stesso modo.

Una tra le rappresentazioni più famose della città ideale rinascimentale, conservata presso la galleria Nazionale di Urbino, variamente attribuita a Piero della Francesca, a Francesco di Giorgio Martini o altri, e collocata cronologicamente tra il1470 e 1490 ci mostra una piazza che definiremmo, dopo le interpretazioni di De Chirico, metafisica, silenziosa e fors’anche inquietante, nella sua algida eleganza.  Ciò che colpisce, nella simmetrica eleganza delle strutture è l’assoluta mancanza di alberi, di natura, di lettura del contesto ambientale, espunto a una minutissima citazione di colline verdi che si intuisce in alto a destra.

Ci piaccia o meno siamo figli (magari anche nipoti), spesso inconsapevoli, di quella sensibilità così intellettualmente grande ed escludente, che il Rinascimento italiano ha generato.

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Però… però… però qualcuno è sfuggito alle regole del pensiero codificato, strutturato, idealizzato e nei secoli ha sperimentato ideali alternativi, armonie diverse.

Una prova piccola, non unica, ma concreta sta a Sambuco, in frazione Clauzio: nell’ordinato, misurato incedere del costruito, che si appoggia al declivio della montagna senza una forzatura, accompagnando i fianchi del monte sul bordo della scarpata che precipita nel torrente, sfruttando i margini di un terreno ampio un tempo dedicato alla coltivazione e oggi allo sfalcio. Costruire ai bordi della terra buona per salvarla è pratica ricorrente nei luoghi di montagna, almeno un tempo: solo nella seconda metà del Novecento quella terra conquistata ai boschi, roncata, dissodata, lavorata, alimentata da un lavorio continuo è stata svilita, prezzata, venduta per essere ricoperta di cemento che rimane vuoto per tanta parte dell’anno, a volte per sempre (le seconde case, ad esempio).

A Sambuco una sensibilità intelligente ha quasi del tutto preservata la fisionomia originaria del paese, con poche comprensibili intrusioni, peraltro poco disarmoniche: oggi gli abitanti possono rivendicare con orgoglio questa “anomalia” positiva, questa assenza di “ecomostri” che altrove, anche qui in valle, fa brutta mostra di sé, imperituro monito su quanto sia facile distruggere la bellezza.

Ogni volta che percorro il “Viol du Muart”, arrivando verso Clauzio c’è un momento in cui la distanza è giusta per inquadrare tutte le case, i tetti che si appoggiano l’uno all’altro e accompagnano il costruito verso il basso, sostenendosi a vicenda, abbracciandosi quasi per convergere verso il campanile torre, punto di aggregazione e raccolta della fuga delle case.

Tre file di case, a creare due viottoli discendenti convergenti poco sopra la parte terminale di Clauzio, costruite con la medesima tecnica, a pietra: volumi notevoli nella loro altezza, quasi torri se partenti dal basso, alcune restaurate, altre no, mantengono, tuttavia, una sostanziale omogeneità.  

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L’armonia di Clauzio si ritrova, con un po’ di attenzione anche a Villetta, dove le case più vecchie, sempre riconoscibili segnavano la strada vecchia, più ripida, rispetto alla curva ampia definita dalla carrozzabile.

Nel nucleo principale del paese, dove sorge il Municipio, consente ancora di individuare facilmente l’aggregato originale, con scarse superfetazioni: la strada segna il culmine del conoide di deiezione stabilizzato alle falde del Bersaio e come in un pettine, le sequenze di case, sempre appoggiate le une alle altre, scendono verso il prato, oppure risalgono, arditamente, la base del Bersaio.

Un tempo i tetti erano ricoperti dai masselli di segale, sostituiti da lamiere zincate e poi da tetti metallici più recenti dopo i numerosi incendi che si verificarono ai primi del Novecento, e probabilmente anche perché diminuivano coloro che erano in grado di posizionare gli strati dei masselli correttamente, e di sostituirli quando necessario. 

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Coloro che arrivano a Sambuco, in generale, più o meno amanti della montagna e del suo paesaggio restano colpiti da come, nella sua semplicità, pur nella presenza di qualche dissonanza, il villaggio conservi le caratteristiche originali del borgo, una rusticità stemperata da interventi manutentivi e ricostruttivi mai ostentati e filologici. 

Sambuco non è perfetto, non è un borgo cartolina: è vissuto, ha le sue incongruenze, ma ha mantenuto il costruito in scala, non ci sono edifici che infrangono la regola, persino le due caserme per gli ufficiali e sottoufficiali di Finanza (uno oggi in gestione alla parrocchia genovese di Voltri e uno in ristrutturazione in base ad un progetto controllato dal Comune) rivelano dimensioni accettabili e non impattanti.

Sambuco è il manifesto concreto, insieme a tanti altri luoghi alpini o appenninici che per caso o volontà non sono stati manomessi da improvvidi interventi speculativi, degli altri mondi che hanno generato le “città ideali”, partendo non da una visione teorica, ma dalla capacità di leggere il terreno, i materiali, le necessità della comunità e integrandoli tra loro. 

18 Agosto 2026
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RUBRICA A CURA DI:
Flavia Cellerino - Artesulcammino

Artesulcammino nasce a Genova nel 2005 da un’idea, allora davvero innovativa, di Flavia Cellerino: coniugare arte e territori facendoli diventare la chiave per comprendere più a fondo l’interazione fra umanità e ambiente.

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