L’11 marzo a Milano è stato presentato da Legambiente il report Nevediversa 2026. Un lavoro corposo e approfondito che ha coinvolto molte persone anche esterne all’associazione. Il risultato è un insieme di dati e analisi molto interessanti e utili per cercare strade nuove per l’economia delle aree montane. Utili solo se si decide di collaborare per abbandonare vecchi modelli però.

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Momento della Tavola rotonda durante la presentazione di Nevediversa 2026
In apertura: dai Piani di Bobbio
(ph Luca Serenthà/Fatti di Montagna)

Domande di una mattina in un comprensorio sciistico

Quest’inverno mi è malauguratamente capitato (lasciamo stare il perché e il per come) di trovarmi un venerdì mattina inglobato nella calca infernale che, sci in mano, prendeva la cabinovia che da Barzio sale alle piste dei Piani di Bobbio. Era nevicato il giorno precedente. Parcheggio stracolmo, piste su cui sfrecciavano sciatrici e sciatori (solo alcuni dei quali sembravano anche avere il controllo degli sci!), rifugi inavvicinabili ed io che, per trovare scampo, cercavo traiettorie per poter camminare con il mio fedele Otto e con lui riflettevo su come interpretare tutto ciò. (in realtà Otto era interessato solo a seguire odori, quindi riflettevo da solo). Mi sono venute spontanee quattro domande, non necessariamente riferite a quel comprensorio, ma semplicemente ispirate da quel contesto:

  1. Ma lo sci non è in crisi?
  2. Ma tutta questa “massa turistica” che relazione può avere con questo territorio?
  3. Che costo ha tutto ciò?
  4. E che vantaggio rimane ai comuni in termini di vivibilità sui 365 giorni l’anno?

Presentazione di Nevediversa 2026

L’11 marzo, alla presentazione del report Nevediversa che anche quest’anno Legambiente ha preparato avvalendosi di molte e molti autorevoli collaboratori, mi sono tornate in mente quelle domande. Un lavoro, quello di Nevediversa 2026, enorme, con raccolta di dati, analisi, approfondimenti e proposte. Durante la mattinata è più volte stato sottolineato come il valore di questo documento sta nel presentare dei dati di realtà, frutto di un serio e impegnativo lavoro collettivo. Oltre ad un inevitabile e opportuno focus sulle Olimpiadi, vi troviamo l’analisi degli impianti in funzione e non, delle criticità, dati sui fondi pubblici destinati al turismo dello sci e buone pratiche: insomma più di 350 pagine dalle quali si possono trarre molte riflessioni, ma sopratutto l’auspicio è che queste riflessioni possano essere condivise con gli attori coinvolti senza arroccamenti, senza voler difendere a tutti i costi un modello di turismo, e ancor più in generale economico, che non funziona più. Solo così possono nascere strategie nuove e politiche lungimiranti.

Certamente trovare risposte non è banale, perchè semplice non è la situazione di crisi e cambiamento, non solo climatico, in cui ci troviamo. Come sottolineato da Cesare Emanuel, presidente dell’Associazione Dislivelli durante la tavola rotonda, moderata da Marco Albino Ferrari, è importante capire se la montagna che abbiamo in mente corrisponde alla realtà in questo momento in cui “il vecchio che deve morire non è ancora morto e il nuovo è appena nato” o non si sa ancora bene cosa sia.

Proprio per questo sarebbe opportuno che la politica e gli operatori economici leggessero un tale documento come un’opportunità per alimentare una riflessione, per confrontarsi costruttivamente e certamente integrare con altri dati e analisi, ma sicuramente da non ignorare.

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Otto, per nulla interessato agli interrogativi sul turismo invernale

Dove sta la crisi?

Tornando al primo punto di domanda che mi frullava in testa camminando e sudando nella neve molle già dalla mattina, mi sembra di poter dire che la crisi dello sci non sta solo nei comprensori che per questioni climatiche non riescono a funzionare o lo fanno in perdita, ma anche in quella folla sovradimensionata per i territori montani. Perché un turismo dello sci che si basa sul modello industriale ha bisogno di crescere nei numeri, e se si alzano i costi devono alzarsi le entrate… ma in un contesto in cui l’elemento fondamentale su cui si basa quest’economia, ovvero la neve naturale, è sempre più scarsa al di sotto di determinate quote e i luoghi in cui si sviluppa hanno degli oggettivi limiti di sopportazione del carico turistico è evidente che c’è un problema.

Il problema profondo però, non è legato allo sci in sé, ma al modello economico che non è adatto ad un territorio fragile come quello montano (il paradigma della crescita infinita non è adatto in generale al pianeta Terra, ma qui limitiamoci alle nostre terre alte). Il turismo di massa, che diventa facilmente monocoltura, consuma i territori e non gli alimenta, qualsiasi sia l’attività su cui si basa.

Creare relazione con il territorio non è poetico, ma strategico

Ecco che trovo risposta al mio secondo dubbio: nessuna relazione con il territorio è possibile in un simile contesto. Relazione che invece è sottolineata come importante anche dal manifesto della Carovana dell’accoglienza che in “Nevediversa” introduce la sezione delle buone pratiche. Si tratta di un manifesto che partendo dalle “300 Bandiere Verdi di Legambiente, propone una visione alternativa della fruizione della montagna basata sui concetti di innovazione, radicamento e coesione sociale.” Recita il secondo punto del manifesto: “Gli ospiti della montagna da consumatori passivi diventano protagonisti attivi, rispettosi, consapevoli, competenti, e parte dello scambio di culture con le comunità ospitanti”. Una visione poetica del turismo? No, è una visione strategica, perchè il turismo di massa che consuma il territorio usandolo come fosse una semplice scenografia, basta che cambi qualcosa nell’offerta globale o che quella scenografia perda “appeal” per qualsiasi motivo rischia di andarsene altrove lasciando un territorio snaturato e povero.

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Copertina del report Nevediversa 2026

Scegliere come spendere il denaro pubblico

Lo ribadisco: non è questione di sci o non sci. Anche lo sci dove debitamente integrato con le altre economie del territorio, di dimensioni proporzionate e ad altitudini ed esposizioni che possono ancora avere una senso, può ancora fare la sua parte. Eventualmente all’interno di una strategia di transizione se le previsioni di sfruttabilità delle piste lo richiedono. Invece per alimentare l’economia dello sci di massa continuano essere spesi grosse quantità di denaro pubblico dalle regioni e dallo Stato. Rimando a Nevediversa per il dettaglio della spesa pubblica, ma intanto trovo risposta al mio terzo interrogativo: i costi sono elevati per l’impatto ambientale, ma anche perchè vengono messi fondi non per traghettare verso un’economia che promette un migliore sviluppo per il territorio, ma per sorreggere un’industria che in molti casi non può più essere altrimenti economicamente sostenibile.

Una strategia di transizione sarebbe infatti la cosa ovvia di cui discutere, pur mettendo assieme punti di vista diversi in una logica di collaborazione. È in quest’ottica che alla tavola rotonda era stata invitata anche Valeria Ghezzi presidente ANEF (Associazione Nazionale Esercenti Funivia), ma che purtroppo all’ultimo non ha potuto essere presente.

Nei giorni successivi ANEF, tramite le dichiarazioni del vice-presidente Massimo Fossati ha definito ideologico l’approccio del report Nevediversa: “Attorno allo sci ruota un’intera filiera economica che coinvolge alberghi, rifugi, ristoranti, scuole di sci, noleggi, trasporti locali, commercio e servizi turistici.” E poi ancora: “non bisogna soltanto guadare al bilancio delle società funiviaria ma si deve anche considerare l’economia generata dal turismo invernale” Infine: “C’è poi un aspetto che raramente compare nei rapporti di Legambiente: il ruolo sociale degli impianti di risalita. In molte vallate alpine e prealpine lo sci rappresenta uno dei principali motori economici locali.”

Ecco questo vuol dire difendere ciò che si è sempre fatto e non certo collaborare per trovare strategie che guardano al futuro. Valuterete voi direttamente, ma leggendo Nevediversa, non sembra vero che non venga considerata l’importanza dell’economia che gira attorno al turismo invernale. Semplicemente emerge che in alcune zone il motore non può più essere lo sci e in altre sarebbe in prospettiva avveduto differenziare l’offerta. Lo scopo è difendere gli impianti o l’economia dei territori montani? Se quella dello sci è un’economia che funziona così bene perchè ci sono bisogno tutti questi contribuiti pubblici? Perchè una quota maggiore di contributi pubblici non possono essere spostati a sostenere altre forme imprenditoriali su quei territori? Perchè pensare che è solo lo sci che genera indotto? Perché se la monocoltura dello sci ha tutto questo valore sociale, ci sono comuni dove viene praticata che fuori stagione sembrano morti?

La montagna ha bisogno di chi fa impresa sui territori, ha bisogno anche di turismo (non solo), ma l’obbiettivo deve essere far emergere il valore dei territori, creare economie che siano resilienti e capaci di adattarsi nel tempo, mentre il modello industriale ha bisogno di standardizzazione e crescita continua. Non è questione di ideologia, ma di lungimiranza imprenditoriale.

Per invertire il trend demografico serve altro

Emblematico, e utile a rispondere alla quarta domanda, l’interessante approfondimento di Luca Rota che analizza in Lombardia l’andamento demografico negli ultimi 25 anni dei comuni con comprensori attivi continuativamente: emerge che lo spopolamento non è poi diverso da quello di altri comuni montani. Nessuno mette in dubbio che negli anni 60-70, quando si era al massimo del processo di spopolamento, in molte valli lo sci abbia tamponato il fenomeno permettendo a molti giovani di restare, ma ora?

In primis la politica dovrebbe prendere atto che i territori hanno bisogno altro per invertire la tendenza demografica. Come dicevamo, sarebbe auspicabile sfruttare questi stimoli per elaborare politiche nuove, magari rimodulando i flussi di denaro pubblico aumentando il sostegno ad altre forme di economia e ai servizi. Durante la tavola rotonda l’obiezione al lavoro di Rota da parte di Giacomo Zamperini, presidente della Commissione speciale Valorizzazione e tutele dei territori montani in Regione Lombardia, è stata “Non sappiamo se in quei territori senza lo sci lo spopolamento avrebbe potuto essere ancora maggiore”

Di fatto una difesa dei fondi destinati all’industria dello sci in Lombardia (più di 258 milioni nell’ultimo quinquennio al netto dei fondi olimpici). Ancora una volta però il punto non dovrebbe essere difendere quanto si è sempre fatto e, infatti, poco dopo Luca Rota ha riposto la domanda (solo indirettamente a Zamperini che per improrogabili impegni ha dovuto abbandonare prima del dibattito conclusivo): “come sarebbe andata se quei soldi fossero stai investiti per uno sviluppo organico dell’economia di quei territori?”

I “se” per costruire il futuro

Vero con i “se” non si ragiona dicono gli storici. Ma qui è questione di guardare al futuro costruendolo nel presente. I momenti di passaggio, mai facili, vanno abitati e guidati cercando di mettere insieme quegli elementi che più sembrano idonei a costruire sin da oggi il futuro. Detto così sono solo parole, ma se si considerano i dati non per difendere il “business as usual”, se si ragiona con le comunità, se ci si confronta con chi fa impresa in montagna, se la politica non guardasse solo all’orizzonte elettorale, allora si raccoglieranno elementi che possono aiutare a tracciare strade nuove che portino a migliorare la vita nelle terre alte, per chi già c’è e per chi vorrebbe tornare o arrivare. Oppure possiamo rimanere ancorati al “si è sempre fatto così”, pensare ostinatamente che all’industria dello sci non c’è alternativa e vedere che succede.

17 Marzo 2026
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RUBRICA A CURA DI:
Luca Serenthà

Sono colui che tiene le fila di quest’intreccio di idee, contenuti e competenze che è Fatti di Montagna. In un certo senso, essendone l’ideatore potrei anche definirmi come primo (cronologicamente parlando) partner. Ci tengo che si capisca che Fatti di Montagna non è il mio blog, ma uno strumento che serve per raccontare la montagna.

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